Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei
Diciamoci la verità, l’aspetto fisico conta. Se andate ad un appuntamento con uno conosciuto su facebook o su instagram vi aspettate di trovare un tipo non dico strafigo, ma per lo meno attinente a quella bellissima immagine del profilo in bianco e nero, magari scattata con un tocco di sovraesposizione (sicuramente casuale) che rende il viso completamente bianco, libero da ogni imperfezione (brufoli, piccole cicatrici, peli superflui in eccedenza) che lo fanno sembrare un fotomodello patinato degno delle migliori copertine di Men’s health. Salvo poi scoprire, dopo esservi agghindate meditando più di un ora davanti all’armadio, cambiando innumerevoli volte vestito e coivolgendo amiche, coinquiline, parenti di diverso grado, vicine di casa, nella scelta dell’outfit perfetto per quella serata, di trovarvi soltanto davanti una copia fac-simile di Enzo Miccio (e con meno gusto nel vestire, sempre che Enzo Miccio, ne abbia!). Cambiate le parti, invertite donna con uomo e uomo con donna e capirete che si tratta di un discorso abbastanza unisex, cose che possono anche capitare agli uomini. Ma per dovere di identità di genere, parlerò con voce al femminile.
Ci hanno da sempre insegnato che “l’abito non fa il monaco” e che non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze e che infine, prima di esprimere un giudizio bisogna parlare e discutere con la persona: di politica, di cultura, di relazioni e perché no, di sesso. Orbene, dato che la stragrande maggior parte di noi ha fatto tesoro di questi insegnamenti a lungo ripetuti nel corso dell’infanzia, nel costante dialogo interiore che intratteniamo con noi stessi ci si dice “magari ha qualità nascoste” e subito si accende il lampeggiante della crocerossina che, armata di cappello e gonnellone bianco, si mette in movimento e freneticamente inizia ad indagare.
Incominciate così a parlare del più del meno. Il primo argomento, quello decisamente più sviscerato e “a colpo sicuro” riguarda, nel 99,999% dei casi ,il lavoro. Partono indagini degne dei migliori episodi di Derrick sul luogo dove lavori, se ci vai in bus, in metro, in tram, in auto o addirittura a piedi (sei pazza?! Tutta quella strada!); ti chiede quante persone siete in ufficio, quante ore lavorative svolgi, se ti pagano gli straordinari, in che bar/ristorante/pizzeria consumi i tuoi pasti dietetici (petto di pollo e insalata, al massimo una bresaola!); ti chiede quando avrai le prossime ferie, se i weekend sei libera (e tu inizi a sospettare che ti voglia chiedere di trascorrere un weekend insieme, e cerchi di allontanarlo, non pensare!). Assodata tutta la questione lavorativa, e quindi esaurito il 50% degli argomenti di cui un uomo e una donna possono parlare muovendosi a passo felpato su un terreno neutro, si rimane incastrati nello scoglio della seconda domanda: quale argomento? Dopo qualche minuto di silenzi imbarazzanti e constatazione della situazione metereologica attuale e futura, si avvistano all’orizzonte una serie di possibili argomenti di discussione: viaggi, tempo libero, cibo e vino, sport (tranne il calcio con i suoi annessi e connessi).
Personalmente, nonostante ritengo tutti questi argomenti molto importanti ai fini della missione “ti trovo interessante”, credo che ci sia qualcosa di meglio: il cosiddetto quoziente “dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei”.
E’ la domanda delle domande, nella mia personale scala di valutazioni di amicizie e fidanzati: un passo falso e sei giù dalla torre. Prendete uno che vi dice che ha un debole per i cantanti neomelodici quelli che, per intenderci, vengono ingaggiati nei quartieri delle più grandi città campane per cantarti la serenata sotto casa la notte prima del matrimonio principesco che nemmeno la Regina Elisabetta a Buckingham Palace. Bene prendete uno/a (ripeto, è un discorso senza sesso, include indistintamente uomini e donne nelle più svariate relazioni interpersonali) che afferma questo e mettetelo davanti a me che passo periodi ad ascoltare a ripetizione “Echoes” dei Pink Floyd, 25 minuti di rock progressive anni ’70 con tanto di capelli lunghi e basettone (una volta l’ho ascoltata ben cinque volte di fila.. 5x25minuti… beh, fate voi il conto). Fatto il paragone, è semplice dedurre che io e questa persona non abbiamo molte chance di proseguire in maniera sana e naturale una conversazione. Ma le persone che più mi spaventano, non sono quelle con gusti musicali agli antipodi dei miei, perché quanto meno loro esprimono un giudizio, si buttano, scelgono da che parte stare (che poi per me sia sbagliata è un altro conto!).
Quelli che più mi terrorizzano, sono quelli che non appena tu pronunci nomi di cantanti come Led Zeppelin, Rolling Stones, Deep Purple ecc. ti dicono: “Ah, ma quindi tu hai gusti vintage. Io sono un po’ più moderno, ascolto i Negramaro e so a memoria tutte le canzoni di Vasco”. A quel punto tu fai la vaga, fingi di non capire o peggio, di non aver sentito e per accertarti di esserti sbagliata, riformuli con parole diverse la domanda. E invece no, loro ripetono e anzi ampliano e infarciscono il loro background musicale di nomi, date di concerti e esperienze personali, ti dicono che a casa hanno la collezione di magliette dei concerti con l’elenco delle date stampato dietro (roba da dare fuoco all’armadio e farlo passare come un atto di autocombustione). Cercano di attirare l’attenzione e non si rendono conto che, contemporaneamente, dentro di te è come se fossero scoppiati all’unisono tutti vetri di un grattacielo di trenta piani: ogni nome, un colpo al cuore. E allora fai finta di interessarti mentre nella tua testa canti di sottofondo “Whole lotta love” immaginando i ricci biondi di Robert Plant che svolazzano da una parte all’altra.
A questo punto, faccio una precisazione circa i miei gusti musicali. No, perché io non sono una che se la tira, anche se è vero ascolto musica di un certo livello, la stragrande maggior parte della quale suonata da gente che è già da un pezzo seppellita o ha almeno settant’anni e il passato da tossicodipendente, anche io ho i miei talloni d’Achille, i miei cantanti proibiti, quelli che a solo pronunciarli gli altri dicono “e poi dici a me?? E tu che ascolti questa roba allora?!”. Si, è vero anche io ho i miei outing musicali da confessare: sul mio ipod alla lettera “P” ci sono i Pooh e alla T Umberto Tozzi ma di queste “deviazioni”, bisogna dare la colpa a mio padre che anziché cantarmi ogni sera la ninnanna mi prestava gli auricolari per ascoltare “Ti amo” di Tozzi e “Pensiero” dei Pooh. Chiamateli gusti trash o demodè, ma alla fine sono le canzoni della mia infanzia (insieme all’indimenticabile Cristina D’Avena e Cacao Meravigliao). Ma credo che, se si indagasse un po’ più a fondo, si finirebbe per scoprire un’enorme tesoro di canzoni e cantati seppelliti nel passato di ognuno di noi di cui però si ha difficoltà a fare outing. Un repertorio che ci riporta immagini del passato, che ci ricorda luoghi e persone che a volte non ci sono più. Ma bisogna dare adito al fatto che anche la musica ahimè, è una convenzione sociale di cui si deve tener conto e che, nominare un cantante piuttosto che un altro, potrebbe essere per ciascuno di noi un passo fatale su quel terreno disseminato di mine che comunemente viene definito “tessuto sociale”. Ecco perché cari uomini (ma anche care donne!) bisogna far attenzione anche a quali cantanti nominare. Se credete che per guadagnare punti basta raccontare di essere andati all’ultimo concetto dei Modà (ad esempio!) e addirittura millantare di essere stato tra i primi ad entrare nel parterre (con immancabile “avevo la transenna nelle costole”), fate attenzione! Valutate situazione e persona che avete accanto e giocate bene le vostre note musicali.
Ed infine, cercate di controllare i vostri outing musicali: quelli sono roba per intenditori!