Vauro

seen from Spain

seen from United States

seen from Germany
seen from Japan
seen from Argentina
seen from United States

seen from United States

seen from Argentina

seen from Türkiye

seen from Türkiye
seen from China
seen from Germany
seen from Türkiye
seen from United States
seen from China
seen from Malaysia
seen from China
seen from Türkiye

seen from Türkiye
seen from United States
Vauro
C'era, una volta...
Vauro, dal mensile Linus, Settembre 1984, Milano, Milano Libri - Rizzoli
Maledetti
“ Se in Russia era vietato parlare di guerra, in Italia era proibito parlare di pace. La prima risoluzione fatta votare dal governo Draghi al Parlamento per armare l’Ucraina, in barba all’articolo 11 della Costituzione, parlava soavemente di “armi non letali”, come se si potessero inviare fionde, cerbottane, fuciletti a tappo, pistole ad acqua o a coriandoli e lingue di Menelik. Poi si è bandita l’ipocrisia e ammesso che, sì, le armi erano letali, ma servivano alla “de-escalation”. Restava da capire che cosa fosse allora l’escalation, visto che l’avevamo sempre intesa come un aumento delle armi. Di conseguenza, quando il leader 5 Stelle Giuseppe Conte s’è opposto all’aumento della spesa militare fino al 2% del Pil entro il 2024 chiesta da tutti gli altri grandi partiti (circa 15 miliardi di euro in più all’anno), il «Corriere della Sera» titolava sulla sua “escalation anti-armi” e «Repubblica» sulla “escalation grillina”. Quindi ora escalation significa meno armi e de-escalation più armi: basta intendersi. Ancora «Repubblica»: «Pronte nuove armi per Kiev, ma Draghi: “Cercare la pace”»; «Letta: “Le armi fanno vivere la pace”» (è il disarmo che la ammazza, la pace). E «La Stampa»: «L’Anpi è troppo pacifista» (come quella ragazza che era rimasta “un po’ incinta”). A furia di scambiare la guerra con la pace, anche Draghi andava in confusione e intimava agli italiani di «scegliere tra la pace e i condizionatori accesi», come se le due cose non coesistessero pacificamente (in tempo di pace nessuno ha mai messo in dubbio i condizionatori accesi: è la guerra che potrebbe costringere gli italiani a spegnerli; motivo in più per favorire la pace, o almeno una tregua, al più presto). Il Papa – anche lui in odor di putinismo – dissentiva sul riarmo e definiva «pazzi quelli che vogliono aumentare la spesa militare al 2% del Pil» (cioè Draghi, Letta Jr e le altre destre). E il premier? «Draghi ringrazia il Papa» («Corriere della Sera»). Pazzo, ma riconoscente.
In questa follia collettiva gli amici diventavano nemici, i buoni diventavano cattivi, e viceversa. Boris Johnson, da truce sponsor della Brexit, del trumpismo, del sovranismo, del populismo e del negazionismo sul Covid, diventava idolo degli atlantisti per il suo totale asservimento a Washington. Il governo polacco, negatore dei diritti civili e dell’indipendenza della magistratura, da sempre “paria” d’Europa con tanto di procedure di infrazione e minacce di espulsione, veniva elogiato e ossequiato (ma soprattutto perdonato) da tutti per la sua postura bellicista contro gli odiati russi. I nazisti del Battaglione “Azov”, da sempre onta dei governi ucraini per le loro insegne ispirate alla svastica, per l’ideologia suprematista e antisemita, e per i report dell’Onu, di Amnesty International e dell’Osce che li additano come autori di efferati crimini e torture contro i civili russofoni in Donbass e non solo, venivano riabilitati e addirittura esaltati sulla Rai del “servizio pubblico” (da Massimo Gramellini), su «Repubblica», sul «Corriere della Sera» e sul «Foglio» (a firma di un’ex spia prezzolata della Cia: Giuliano Ferrara). In compenso, il vignettista Vauro veniva additato come “antisemita” per aver disegnato il naso un po’ troppo grosso a Zelensky (come sempre avviene nelle caricature). Insomma, il tentativo di trasformare una guerra regionale in una guerra mondiale aveva ottime speranze di successo, grazie a una mirabile divisione dei compiti che Antonello Ciccozzi, docente di Antropologia culturale all’Università dell’Aquila, fotografava così: «In Ucraina, alla rappresentazione dualistica tra invasi e invasori, dovremmo aggiungere un terzo elemento: gli invasati». “
---------
Dalla prefazione di Marco Travaglio a:
Franco Cardini, Fabio Mini, Ucraina. La guerra e la storia, Paper First, Maggio 2022 [Libro elettronico]
QUANTI NE OSPITI?
È la domanda che Donzelli ha fatto a Vauro.
Ovviamente si parlava di migranti respinti e destinati a finire nei campi di concentramento libici. Sono noti negli ambienti di destra con un neologistmo di recente conio: "Carichi residuali".
Disumanità a parte, il livello di originalità, da uno a dieci, è un numero incalcolabile sotto lo zero.
Quante volte avete letto o sentito questa domanda?
Mille?
Diecimila?
8 milioni?
Avete notato che viene sempre posta con un'aria trionfante, col tono di chi ha calato l'asso, come se fosse l'argomentazione finale che assesta il colpo del KO e consente di vincere la contesa?
'Sta stronzata populista ha una tradizione secolare, ma nel 2022 c'è ancora chi applaude e magari dice: «Genio! Ma come gli vengono? Non te l'aspettavi, eh, Vauro?».
Quasi ti fanno rivalutare persino chi si diverte per robe come: «L'ora legale è l'unica cosa legale rimasta in Italia».
Quasi.
[L'Ideota]
Ma anche oggi che il Parlamento non deve sapere, discutere e votare sull’invio di armi a un paese in guerra perché c’è un Lui che pensa a tutto, i gatti giocano il loro ruolo in trincea. Soprattutto i mici russi che con salto felino si lanciano contro militari e civili ucraini. Sarà per questo che quei geni della Federazione internazionale felina (Fife) hanno comunicato urbi et orbi la loro decisione di bandire da tutti i concorsi internazionali i gatti russi? Macché, mica scemi: «Gli animali non hanno colpe», precisano, il fatto è che gli allevatori russi vendono molto bene in Europa i loro gioielli a quattro zampe. Dunque, quei gatti vanno trattati come i tennisti, gli atleti, le ballerine, i tenori e le soprano, i musicisti colpevoli del reato peggiore: essere russi. Si decapitano le statue, si mettono all’indice i più straordinari compositori di tutti i tempi, perché escludere il feroce felino dalle sacrosante sanzioni seguite alla criminale invasione dell’Ucraina da parte di Putin? Se Zelensky dice che non solo Putin e il suo governo sono criminali di guerra ma anche l’intera popolazione russa, che senso ha risparmiare i gatti del Cremlino? Per restare all’Italia, la caccia a tutto ciò che sa di russo non lascia a desiderare rispetto a quel che avviene nel mondo anglosassone. Dalle parti di San Benedetto del Tronto, a un viandante che entra in un ristorante può capitare di leggere nel menù un’offerta particolare: “insalata ucraina”. Quella russa è sotto sanzione. Ma che cos’ha di diverso quella ucraina. Niente, stessi ingredienti, però è ucraina e non è russa. Se la situazione non fosse drammatica, se non fossimo sull’orlo di un’escalation della guerra con il rischio di esiti tragici, ci sarebbe da ridere. Invece è da queste piccole cose che si può capire l’aria che tira e l’indirizzo che stanno prendendo le democrazie occidentali. Allora tornano d’attualità le parole dei vecchi partigiani che pretesero l’articolo 11 nella Costituzione. Pretesero il ripudio della guerra perché l’avevano conosciuta in prima persona e sapevano anche che alla lunga la guerra rende chi combatte dalla parte giusta sempre più simile a chi sta dalla parte sbagliata della storia. Oggi la nostra propaganda – nostra come Italia, come Unione Europea, come Usa, Gran Bretagna e Nato – assomiglia sempre più a quella di Putin. Si sa, le prime vittime del conflitto armato sono i civili e la verità. E chi sta fuori dal coro ‒ chi condanna l’invasione dell’Ucraina senza se e senza ma, però si trova male sotto l’ombrellone della Nato e dice che quelle bandiere hanno poco a che fare con il nostro 25 aprile, e che più armi portano più morti e alimentano odi e nazionalismi ‒ allora quello lì è al servizio di Putin. Come i cinesi che non si schierano, come i gatti russi. Da Mao a miao, il nemico è ovunque. Ma la ragione, dov’è? Dove l’intelligenza, dove la cultura? Dove il buon senso?
I gatti di Putin