Quando ancora trovavo il tempo di fotografarmi

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Quando ancora trovavo il tempo di fotografarmi
Oggi ho pensato a te e alla tua faccia da indios. E al mio aspetto da indios. Così ho trovato questa foto insieme, fatta non ricordo dove. Chissà se, nella parte oscura del mondo, hai incontrato anche Andrea. Sarei curioso di sapere se, anche lì, porta ancora quel cazzo di cappello.
Conte Giuseppe Primoli 1890, neve sullo sterrato della zona dove sarebbe sorto il Tempio Maggiore di Roma (1904) e la zona dei cosiddetti "quattro villini" tra piazza delle Cinque Scole, via del Portico d'Ottavia, Lungotevere Cenci.
Sotto questa terra smossa su cui bruca il cavallo dovevano stendersi resti di magazzini romani, della zona indicata nella Forma Urbis Severiana come Navalia e, forse, del Tempio di Castore e Polluce, collocato sotto l'area di Monte Cenci dove furono rinvenute, tra Quattro e Cinquecento, le statue dei Dioscuri, già allora traslate al Campidoglio.
In lontananza nella foto, il campanile di San Giovanni Calibita sull'isola Tiberina e, di fronte, la Torre della Pulzella.
Risalente al 1200, essa era parte delle torri medievali di Roma, legate a famiglie della nobilità e del ceto mercantile cittadino di cui erano insieme strumento e concreta traccia sul territorio.
Questa torre, collocata sull'isola, guado fluviale tanto essenziale alla vita cittadina da aver facilitato e forse cagionato la nascita dei primi insiediamenti destinati ad evolversi nella Roma romulea, apparteneva alla famiglia dei Pierleoni.
Probabilmente ebrei e opportunamente convertiti per poter sfruttare al meglio le proprie ricchezze in una Roma medievale pur non ancora dotata di Ghetto, e forse meno ostile alla Comunità di quanto non si sarebbe più tardi dimostrata, i Pierleoni controllavano anche il tratto alla base del Campidoglio.
L'edificio medievale presso il vico Jugario è a loro intitolato, e anche loro era la torre che si nota a destra, addossata al corpo della Basilica di San Nicola in Carcere, riusata come torre campanariae contenente un'antica campana di fine Duecento, commissionata dai Savelli.
Ma, soprattutto, oltre a case medievali al vicino Velabro, ai Pierleoni apparteneva il forte costruito sulle rovine del Teatro di Marcello, e di cui ancora si vede l'affollarsi di strutture alte e strette su via del Foro Olitorio.
Passato ai Savelli e, tramite loro, agli Orsini, quel forte oggi lo conosciamo come palazzo Savelli Orsini, opera di Baldassarre Peruzzi, la malinconica e splendida residenza costruita nella cavea del Teatro.
La torre della Pulzella, dall'enigmatica testolina che vi appare inquadrata da una finestrella cieca e che guarda intenta dalla parte del Portico d'Ottavia, passò come tutto il resto dei Pierleoni nelle mani dei Savelli, incastellati così tra l'isola e l'omonimo Monte, e i cui domini si estendevano già verso Campo de' Fiori e all'Aventino, come attestato dagli odonimi vicolo de' Savelli e Clivo di Rocca Sabella.
La pulzella, comunque, è una testa romana, ma la leggenda popolare la vuole l'impietrirsi di una bella giovane aristocratica che, murata per vincere la sua resistenza a un matrimonio di convenienza, morì lassù spiando all'orizzonte il ritorno del suo vero amore dalla guerra.
Fonti: studi di F. Coarelli e P. L. Tucci sulla topografia del Circo Flaminio e dell'area dei Calderari.
A. Carandini, Roma. Il primo giorno, Laterza 2007.
Monza
Foto di una foto di una foto.
2004, giorno di laurea di Anna.
ieri notte mi ha inviato la foto, di carta, lucida che riflette la lampada, ritrovata in fondo a un cassetto.
passo in rassegna tutti, come avrà fatto lei, disposti davanti al magistero, come una famiglia allargata di tempi mai vissuti.
prima vedo noi, le ragazze le amiche le coinquiline vestite di top sintetici e borsette di plastica, poi la festeggiata, consunta e felice dal tempo di tesi, poi la famiglia della laureanda col nipotino venuto nel continente a un anno solo — ora ne ha 17 di anni ci pensi? e la ragazza! –
poi vedo mio padre che esce come una bandiera, che poi è il suo sorriso, da dietro il gruppo, come se fosse in cima a una montagna, e poi vedo mamma
e ricordo quanto un secondo fa mi mancava, ogni secondo me lo dimentico e il secondo dopo me lo ricordo,
ricordo come mi manca quel sorriso che tira una guancia come un tirante e tira l’altra guancia come un altro tirante, nascosta tra le spalle degli altri, abbassata perché sarebbe troppo alta, allora si china, si mette alla nostra altezza, sempre una pioggia di gioia, alla mia altezza.
A 16 anni, forse 15, stavo meglio perché non pensavo alla tesi, al lavoro ma soprattutto c'era Cavani che mi dava gioia.
Grazie Matador
Cosetta, Fiammetta e Mirella - Forte dei Marmi, anni 30
Dalla Scatola dei Ricordi di R. Maggi