Il sovranista dalla matita sbeccata
Il sovranista dalla matita sbeccata, sbiadita, untuosa e sbrodolante è una figura politica singolare: non studia, non verifica, non dubita. Scrive e riscrive. Corregge la realtà. O, più precisamente, tenta di riscriverla ogni volta che i fatti si ostinano a demolire le sue narrazioni. Per anni ha riempito carta straccia, social e salotti televisivi di inni al proprio guru internazionale, presentato come un genio della geopolitica, un profeta dell'economia e un campione della civiltà occidentale. Ogni gesto diventava una prova di grandezza, ogni frase una lezione strategica, ogni eccesso una dimostrazione di leadership. A sentirli parlare, persino il Nobel per la Pace sembrava, ai suoi occhi, una naturale conseguenza di tanta presunta statura. Poi arriva la realtà. E la realtà, si sa, ha il brutto vizio di non leggere i comunicati stampa. Così il sovranista dalla matita consumata sbrodolante mette in scena il suo numero migliore: cancella con una gomma malandata ciò che scriveva ieri e pretende di spiegare ciò che accade oggi. Non attraverso l'analisi, ma mediante la contorsione. Non con il ragionamento, ma con l'acrobazia propagandistica. Non con la logica, ma con il più spudorato trasformismo argomentativo. La sua matita non produce pensiero. Produce giustificazioni. Produce alibi. Produce favole per adulti politicamente suggestionabili. C'è sempre un nemico esterno, un complotto, una manipolazione, una cospirazione, una scusa pronta all'uso. Tutto, purché non si debba rispondere alla domanda che perseguita ogni propaganda quando incontra i fatti: cosa avete realmente ottenuto? E allora eccolo di nuovo all'opera, intento a sporcare pagine e schermi con un inchiostro ideologico sempre più sbiadito, untuoso, appiccicoso e autoreferenziale. Celebra vittorie che nessuno vede, successi che nessuno misura e trionfi che esistono soltanto nell'universo parallelo dei comunicati e dei fedelissimi. È il piazzista ufficiale della politica-televendita. Il prodotto è difettoso, la garanzia è scaduta, il marchio perde credibilità, i risultati non arrivano e il pubblico comincia ad accorgersene. Ma lui continua a magnificare la merce avariata come se fosse un capolavoro. Non perché ci creda davvero. Ma perché riconoscere il fallimento richiederebbe una virtù che il propagandista professionista considera più pericolosa di qualsiasi avversario politico: l'onestà intellettuale. E così preferisce restare aggrappato alla propria matita sbeccata, continuando a riscrivere la realtà, nella speranza che prima o poi sia la realtà ad arrendersi.











