Dissenso: l'importanza del non essere d'accordo
Dissenso. Una parola che spesso intimorisce, che evoca scontri, divergenze, conflitti. Eppure, il dissenso è il motore della riflessione, il cuore pulsante di ogni dibattito autentico. Qualche giorno fa, ho partecipato a un incontro con persone che, almeno sulla carta, condividevano i miei stessi interessi. Come spesso mi accade in questi contesti, mi sono interrogato su quanto la libertà di pensiero sia effettivamente consentita e fino a che punto si possano spingere i limiti di una discussione prima di diventare "scomodi".
Non appena ho espresso un'opinione discordante, si è verificato quel fenomeno ormai familiare a chiunque osi dissentire: il dissenso non è accolto come stimolo, ma come provocazione. Una forma di polemica gratuita, un fastidio da arginare. Eppure, non era quello il mio intento. Al contrario, trovo che in qualsiasi gruppo – soprattutto in quelli nati attorno a un interesse comune – il dibattito dovrebbe essere il fulcro della condivisione. Non riesco a comprendere né a giustificare quelle situazioni in cui un’ideologia si trasforma in dogma, standardizzando il pensiero, livellandolo, eliminando ogni sfumatura.
Quante volte capita di entrare in un gruppo, riconoscendosi nei suoi valori, per poi accorgersi che, alla prima divergenza, il dialogo si chiude? La discussione non viene accolta come un’opportunità di crescita, ma vissuta come un attacco. Dissentire su un punto, anche minimo, genera un'immediata ostilità, come se il solo mettere in discussione una verità soggettiva fosse un tradimento. Peggio ancora, si finisce per essere trattati con maggiore diffidenza rispetto a chi non ha mai condiviso quell'idea fin dall'inizio.
Un esempio emblematico è la politica. Si può aderire a un’ideologia di destra o di sinistra, ma guai a cercare un punto di incontro, guai a riconoscere che esistano elementi positivi in entrambe le parti. Chi tenta di farlo viene subito accusato di essere ambiguo, di parteggiare per “l’altra fazione”. Il nostro mondo occidentale sembra incapace di concepire le sfumature, di accettare la possibilità di un equilibrio tra le parti. Esiste solo la contrapposizione netta, il bianco contro il nero, senza mai fermarsi a osservare le infinite gradazioni di grigio nel mezzo.
E così accade anche per la religione, per le questioni sociali, per il dibattito su temi complessi come l’identità di genere. In un’epoca in cui molti diritti – almeno nel nostro paese – sono stati conquistati, ci si ritrova costretti a prendere posizione su tutto, anche su questioni che magari non ci riguardano direttamente. Il risultato? Un cortocircuito paradossale: chi non sa scegliere, chi non si informa, finisce per aderire a una posizione per reazione, per istinto, per opposizione. Non per convinzione.
Ma perché avviene questo? Cosa significa dissentire, oggi? E perché il dissenso è più necessario che mai nel dibattito pubblico, molto più che il semplice desiderio di affermare la propria idea personale?
Forse la risposta sta proprio qui: dissentire non è negare, non è distruggere. È alimentare il pensiero critico, è il coraggio di mettere alla prova le nostre stesse convinzioni, di non temere il confronto, di accettare che la verità, nella sua forma più pura, non è mai monolitica.
Non c'è progresso senza confronto. Il dissenso ci costringe a uscire dalla nostra zona di comfort, a interrogarci su ciò che diamo per scontato, a sfidare le certezze che ci siamo costruiti. Ma per essere davvero utile, deve essere costruttivo: non basta dire "no", bisogna motivare, argomentare, ascoltare. E per fare tutto ciò occorre prima di tutto informarsi, esplorare altre prospettive, costruire un'opinione che sia davvero nostra, non un'eco di qualcun altro.
La nostra società vive oggi in un’epoca frettolosa, che non ha tempo da perdere ma che lo spreca continuamente. Abbiamo smesso di ascoltare, limitandoci a sentire senza elaborare, per poi etichettare e incasellare. Spesso secondo una nostra personalissima chiave di lettura. In quest'epoca di parole fugaci, notizie lampo e scandali che ci lasciano attoniti - salvo poi scivolare sugli schermi nell'immediatezza di una manciata di giorni, come gocce di pioggia sullo schermo - ci siamo illusi che la verità sia una semplice ricerca online, sempre a portata di mano e uguale per tutti.
La verità, però, è un'alchimia di cui il dissenso è un ingrediente essenziale.
Socrate, padre della filosofia morale, si poneva con la sua caratteristica modestia al livello del suo interlocutore, coinvolgendolo attivamente attraverso una serie di domande. Questo dialogo gli permetteva di esercitare la sua "arte maieutica", ovvero l'abilità di far emergere la verità dall'anima del discepolo, proprio come una levatrice aiuta a dare alla luce un bambino. Contrariamente all'idea di insegnamento tradizionale, egli non imponeva le proprie idee, ma facilitava il processo di scoperta interiore. Questo dialogo smascherava le contraddizioni e l'infondatezza delle convinzioni comuni, portando l'interlocutore a riconoscerne la loro vera natura, cioè quella di semplici opinioni.
Ci siamo abituati a vivere dentro bolle di pensiero, alimentate dagli algoritmi che ci mostrano solo ciò che vogliamo (o crediamo di volere) vedere, solo ciò che conferma le nostre idee preesistenti, sempre più radicate. Nella società di oggi, la medaglia ha perso l'altra faccia.
Chi accetta passivamente una narrazione unica si trasforma in uno strumento di potere, anziché in un individuo libero. Il nostro compito dovrebbe invece tornare ad essere quello di strappare il copione che ci è stato consegnato, per riscriverlo con la nostra voce, perché la vita vera non è quella vissuta nell’ombra della rassegnazione, ma quella costruita nel fuoco sacro della libertà di scegliere, di porci e porre domande anche scomode, rischiose. Perché “Vivere significa prendere posizione”, come scriveva Albert Camus. E prendere posizione significa anche accettare il rischio del dissenso, di uscire dalla comoda passività di chi annuisce e segue la corrente. Esponendosi talvolta alla gogna o al pubblico ludibrio.
So che il problema coinvolge tutti. Il conformismo è rassicurante. C’è una pigra dolcezza nell’adagiarsi, nel non farsi domande, nel seguire il percorso già tracciato. Ma c’è anche un prezzo: la perdita di noi stessi. Al contrario però, dissentire ci restituisce la vita, la possibilità di essere individui e non ingranaggi. Non solo opponendoci a qualcosa, ma affermando la nostra presenza, il nostro diritto a esistere come esseri pensanti. In un mondo che ci vuole distratti e docili, esercitare il dissenso è un atto di resistenza. E ogni resistenza è un atto di libertà.
Ogni epoca ha avuto le sue certezze granitiche, destinate a sgretolarsi sotto il peso del tempo e, spesso, del dissenso. Se Rosa Parks si fosse alzata dal suo posto in quell’autobus segregato, la storia sarebbe rimasta immobile. Se Galileo avesse piegato la testa di fronte all’Inquisizione, forse ancora oggi non crederemmo all'eliocentrismo. E ancora, quando Darwin ipotizzò l’evoluzione delle specie, fu deriso e attaccato; oggi la biologia non potrebbe esistere senza le sue scoperte. Persino la scienza quindi, che molti vedono come un corpo di verità inconfutabili, non è altro che un processo di errori e revisioni continue.
Karl Popper spiegò questo semplice concetto con il principio di falsificabilità: un’idea ha valore solo se può essere messa alla prova, solo se può essere smentita. Se non può essere criticata, allora non è conoscenza, ma dogma.
E allora perché abbiamo così paura del dissenso? Del non essere d'accordo? Perché ci aggrappiamo alle nostre verità come se metterle in discussione significasse perdere noi stessi?
Il dissenso è un viaggio, un processo continuo. E come ogni viaggio, il primo passo è la volontà di partire. Da dove, vi chiederete. Forse proprio dalle nostre stesse idee. Smontandole, esaminandole, chiedendosi da dove vengano, quanto siano fondate, quanto ci appartengano davvero e quanto non siano semplicemente ereditate da chi ci ha educati, informati e influenzati. Dovremmo dissentire non per il puro gusto della polemica, ma per un’esigenza intellettuale.
Non siamo macchine programmate per risposte binarie, siamo esseri umani con pensieri che si evolvono, che cambiano, che si contaminano.
E invece di temere questa complessità, dovremmo abbracciarla.
Source: Dissenso: l'importanza del non essere d'accordoBlaze
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