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Venusia, Marchesato dei Guidi, 5 froria 1014 Or.
Le due falci di luna crescente di Algida e Lumos erano già sparite al di sotto dell’orizzonte e le stelle illuminavano debolmente il cielo notturno. Soltanto alcune torce illuminavano i lati della piazza, molti metri sotto alla Torre delle Aquile, e le guardie sonnecchiavano davanti all’ingresso del tempio di Gea.
Le colonne circondavano completamente il tempio e intravedeva la parete solida.
«Evita gli ingressi principali.» disse una voce alle sue spalle. «Ti aspetterò al rifugio.»
Sentì una lieve brezza e capì che se n’era andato.
Prese un respiro profondo e chiuse gli occhi. Le dita tracciarono un cerchio e una linea che l’attraversava, infine una riga perpendicolare. Ruotò indice e medio per indicare le proprie gambe e saltò dalla torre. L’aria fischiò attorno a lei, ma la caduta si arrestò improvvisamente quando il piede arrivò a pochi centimetri dal suolo.
Scivolò nelle tenebre e si nascose nell’androne di uno dei palazzi.
“Evitare gli ingressi principali…” pensò. “come se fossi una bambina inesperta… può capitare una volta, ma ho imparato la lezione.”
Lasciò che la ronda le passasse oltre e con passo misurato la seguì a distanza, sempre attenta a restare fuori dal cerchio di luce della loro torcia. Si strinse addosso il mantello nero che l’aiutava a nascondersi e scivolò dietro ad una delle colonne.
Controllò il respiro, chiudendo per un istante gli occhi. La parte facile era avvenuta, ora doveva seguire le indicazioni.
Una luce illuminò il muro davanti a sé, strappandola ai suoi pensieri. La gigantesca figura di Gea, con la sua pelle scura e la cornucopia da cui uscivano frutti di ogni tipo, la stava guardando. Poteva intuire il rimprovero uscire dalle labbra socchiuse, quasi poteva prevedere il movimento della dea che le gettava addosso la cornucopia. Poi tornarono le tenebre.
Passò di colonna in colonna, controllando la disposizione delle guardie e poi vide la finestra farle l’occhiolino dall’altro. Sorrise lievemente e saltò sulla parete, aggrappandosi al piccolo davanzale. Tirò lo scuro, questo si mosse silenziosamente e si infilò all’interno, tirandoselo dietro.
La prima cosa che la colpì fu l’umidità. I fiumiciattoli gorgogliavano annoiati mentre portavano l’acqua da un laghetto all’altro e il pavimento era coperto da un manto erboso molto soffice. Alcuni alberi stavano crescendo all’interno del tempio, ma non arrivavano ancora al soffitto, e le colonne erano ricoperte di rampicanti.
Evitò il sentiero di ghiaia che portava alle varie zone del tempio e si avvicinò all’altare della zona nord. Circondato da alte colonne ripiene di rampicanti, un cubo di marmo intarsiato di figure divine sosteneva un piccolo mobile d’oro illuminato da due candele accese. Chiuse gli occhi e li riaprì un istante dopo, silenziosa. I colori sembravano essere appena più brillanti, ma nulla attirava la propria attenzione.
“Anche questa è controllata…” ricapitolò.
Si avvicinò all’altare e allungò la mano. L’anta dorata del mobiletto si spostò delicatamente sotto al suo tocco, aprendosi.
Trattenne il fiato mentre osservava l’interno: una collana d’oro che reggeva un grosso ciondolo d’ambra era sostenuta da alcuni perni e sul ciondolo poteva vedere l’incisione di un gufo.
Strinse le labbra mentre le dita tremanti prendevano la collana e la stringevano a sé.
“Ce l’ho fatta… ce l’ho fatta…”
Il frastuono l’assordò all’improvviso.
«Da questa parte!»
«Per Gea!»
«Arrenditi!»
“Cazzo, non ho proprio imparato la lezione…”
Molensis, 21 caligo 801 Or.
Il cielo si illuminò e un istante dopo il tuono assordò il suo udito.
«Hlara, vai al pozzo e segui chiunque tu trovi.»
Si guardò attorno, stringendo le mani sul mantello di lana, e allungò lo sguardo. Un fulmine cadde sulla cima più alta che poteva vedere. I rami si illuminarono ed il richiamo di un gufo la fece girare di scatto.
Non c’era nessuno, aveva pensato che la madre le aveva fatto uno scherzo ma il pensiero successivo fu riguardo il mestolo che sarebbe calato su di lei se fosse tornata indietro. Avrebbe sicuramente pensato che si fosse tirata indietro da qualsiasi fosse il suo compito.
Una goccia le scivolò sul naso e vide uno sperone di roccia. Lanciò occhiate nervose a destra e a manca, stringendosi ancora più forte il mantello addosso, e starnutì.
Perché era dovuta andare via proprio durante il mese del gelo? Aveva fatto qualcosa di male per meritare di morire di acqua e freddo?
La piccola cengia era sufficientemente grande da evitare il resto della pioggia e si accoccolò su se stessa. Non poteva piangere, le ragazzine dovevano essere forti per tenere sulle spalle il peso degli altri e, se si fosse lasciata andare alla disperazione, chi avrebbe potuto badare a lei?
Si passò un braccio sulla fronte e poi con le mani sporche si pulì le lacrime.
Doveva trovare un altro villaggio, uno in cui la sua famiglia non sarebbe mai andata e dove avrebbe potuto trovare qualche lavoro e del cibo.
«C’è spazio per entrambi?» chiese una voce calda e profonda.
Hlara sollevò lo sguardo, vedendo un uomo con dei capelli mori lunghi fino alle spalle attaccati per la pioggia e con un mantello di pelliccia scuro che l’avvolgeva. Osservò con attenzione gli occhi che sembravano brillare tra un fulmine all’altro e si spostò di lato.
«Grazie.» rispose l’uomo, appoggiandosi alla parete. «Sapresti dirmi in che direzione si trova la casa di Sigbrand Singasvensson?»
Lo osservò, silenziosa, ma infine alzò un braccio per indicare la direzione da cui era venuta.
«E quanto tempo ci vorrà?» l’uomo si avvolse nel mantello, un mantello che le sembrava molto caldo.
Scosse la testa, circondandosi le gambe con le braccia.
«Capisco, i troll ti hanno mangiato la lingua.»
«Non è vero…» mugugnò lei.
«Oh, allora parli…» sorrise lui. «non è un po’ freddo per una bambina?»
«Non sono una bambina.»
«E chi sei?»
«E tu?» lo sguardo di lei si posò con stizza su quello di lui.
«Evreirth… spero che non ci voglia molto ad arrivare a quella casa.» sospirò. «Odio viaggiare con la pioggia.»
La bambina fece un mezzo sorriso.
«Dimmi, bambina, conosci una certa Hlara Sigbranddottir?»
Floris, nuova marca di Floris, 16 quintile 1017
Il bambino si arrampicò sull’albero. La notte era calata da tempo e le stelle brillavano su una città che era stata salvata dalle conseguenze di un assedio troppo prolungato e soprattutto dal saccheggio.
«Abitanti di Floris.» sulle mura interne del castello un uomo era illuminato da grandi fuochi. «Abbiamo ormai la certezza che il vostro re non si trova tra i caduti e i prigionieri.»
Sotto di sé, il bambino udì il mormorio della gente, i nobili che non erano riusciti a scappare in tempo, gli artigiani cui sarebbe cambiato poco rispetto al governo precedente e al popolino cui sarebbe importato ancora meno.
«Vi porto un’offerta dal magnanimo re Humberto.» continuò l’uomo, guardando la folla riunita. «Avete davanti a voi delle scelte: abbandonare la città con le vostre sole vite e ritirarvi in qualsiasi altro regno vogliate, continuare a lottare con la certezza di venire schiacciati dal nostro esercito oppure accettare il cambio di governo e collaborare con il nuovo marchese.»
Il brusio si sollevò. Qualcuno gridò, ma il suono venne subito soffocato dai suoi vicini. Qualcuno tentò di lanciarsi in avanti e la sua famiglia lo bloccò prima che accadesse di peggio.
«Qual è la vostra scelta?» chiese l’uomo.
Il ragazzino sentì un mormorio ritmico provenire dall’angolo più lontano della piazza. Vide le donne dai capelli al vento e i bambini che sembravano dar loro uno spazio senza persone; vide i vecchi che si reggevano a malapena alle nuore e le nipoti che li sorreggevano. Un suono di tre sillabe che si ripeteva.
I vicini si unirono a loro e il martellare del suono si fece più intenso.
«Hum-ber-to, Hum-ber-to…»
In breve la piazza risuonò di quel martellare e anche i riottosi si adeguarono alla folla.
«Hum-ber-to, Hum-ber-to…»
Scivolò giù dal tronco e si fece strada tra le persone, sgusciò sotto alle gambe di un grosso fabbro e sfilò un sacco ad una signora che teneva le mani al petto mentre gridava. Le sue piccole dimensioni gli permisero di uscire dall’angolo nascosto e raggiunse un individuo coperto di un mantello scuro che gli nascondeva anche gli occhi.
«Vox populi, vox deorum.» commentò l’individuo con voce roca, non appena lo vide. «Raccontami tutto quello che hai visto e sentito.»
Vitosia, Oldin, 1800 Or.
Saltellò lungo il sentiero, girando su se stessa e sollevando la lunga gonna.
«Padre, perché stiamo andando alla miniera?» chiese, sollevando lo sguardo sul genitore.
«Re Alras ha chiesto la nostra presenza per un progetto segreto.» rispose l’uomo, appoggiandosi sul bastone da passeggio con la mano metallica. «Di cosa pensi si tratterà, Pareia?»
La bambina si sistemò la gonna e osservò che cadesse bene soprattutto nel punto in cui il corpetto la lasciava libera. Si accarezzò i lunghi capelli mori e ricci e scosse la testa.
«Lo sapete voi, padre.» gli rispose con un sorriso.
L’uomo le si avvicinò e le passò la mano tra i capelli profumati, chinandosi a darle un bacio. Ricordava bene lo gnomo in giacca che aveva bussato alla sua porta e aveva portato il messaggio, attendendo una breve risposta prima di tornare nell’ombra, così come l’urgenza del testo. Ricordava anche quando, molti anni prima, re Alras stesso gli aveva donato quel braccio meccanico che adesso stava indossando per sostituire quello che aveva perso nel crollo della miniera.
«No, Pareia.» riprese a camminare lungo il sentiero. «Da quando ci siamo salutati dieci anni fa non ho saputo più nulla di loro.»
Il cammino continuò in silenzio, mentre gli alberi ombreggiavano il sentiero in lieve salita. Si soffermò a guardare i segni sui tronchi che indicavano la distanza nella lingua gnomica.
«Una bambina correva nel bosco…» cominciò a canticchiare Pareia, incrociando le mani dietro alla testa. «cadde nel dirupo e si ruppe la gamba. “Oh, che mal, che mal”…»
Le fece un cenno per indicarle la direzione e si avviò.
Non ci volle molto affinché gli alberi lasciassero lo spazio alla nuda roccia e alle porte di pietra alte quanto un umano. Nelle ante erano state intrecciate numerose figure che si confondevano le une nelle altre e nascondevano numerose piccole fessure.
«Signor Veltis!» chiamò una voce dall’altra parte.
Silenziosamente, più silenziosamente di quanto Pareia avesse potuto mai pensare, le porte si aprirono e le permisero di vedere una lunga e ampia galleria decorata da lampade ad olio e gigantesche statue di gnomi.
Davanti a loro si trovava uno gnomo dai corti capelli rossi nascosti in parte sotto alla tuba color carbone e impettito nel completo del medesimo colore.
«Vi stavamo aspettando.»
«Le mie più sentite scuse per il ritardo.» rispose cortesemente il padre, mentre Pareia si metteva silenziosamente alle sue spalle e teneva il capo chino.
«No, non preoccupatevi.» ribatté lo gnomo. «Seguitemi pure.»
Il gruppetto si inoltrò nella galleria.
«Sua Maestà ci attende alla stazione alla fine di questa galleria per presentarvi egli stesso il progetto.» continuò, con l’orgoglio che traspariva dalla voce. «I nostri più abili scienziati e artigiani sono all’opera da anni ed il prototipo è in uso da diversi mesi. Da ora in poi non saremo più dipendenti dall’uso della magia anche per le più semplici cose.»
Il signor Veltis sorrise leggermente. La magia… per lui anche il suo braccio era magia, pura e semplice magia delle mani degli artigiani gnomici che non avrebbe mai saputo come replicare.
Pareia osservò le statua degli gnomi. I tratti erano più ruvidi rispetto a quelli delle persone che incontrava normalmente, ma anche nella pietra gli abiti scintillavano di gemme e persino i dettagli delle stoffe erano riportati con assoluta precisione. Vide l’ultima coppia di lampade ad olio sfilare accanto a loro e in un attimo si ritrovarono nel buio più assoluto.
Il silenzio riempiva ogni angolo delle ombre e rimasero immobili.
Solo il battito dei loro cuori rimbombava nelle loro orecchie.
Il battito di molti cuori.
Una fiammella sembrò brillare in lontananza e all’improvviso la luce li accecò. Chiusero gli occhi. La luce di fece più forte. Il tuono dei tamburi. Una fanfara. Chiasso di molte voci.
Pareia abbassò il braccio che aveva messo istintivamente davanti alla faccia e socchiuse gli occhi. La caverna era illuminata a giorno e davanti a loro si trovavano due carrozze di cui la prima era molto strana. La osservò con attenzione, vedendo che aveva una sorta di camino da cui usciva del vapore, e le carrozze erano messe su delle rotaie.
«Signor Veltis.» uno gnomo ben più robusto degli altri, con abiti ricchi di fili d’oro e ben rifiniti, si trovava accanto al padre. «Sono lieto che abbiate accettato la nostra offerta.» si voltò verso le carrozze. «Questo è il progetto di cui volevamo parlarvi.»
«Leto, il secchio è pronto.» disse Aurora, allungando lo sguardo verso il nano che li stava controllando.
Non sapeva quanti giorni fossero passati lì sotto, ma non aveva perso la speranza. Se mamma e papà fossero stati ancora vivi, sarebbero andati a cercarli. In fondo, non era la mamma ad aver ucciso quelli che li inseguivano? E non era stata lei a uccidere quelle anarada dicendo loro di scappare?
Leto la raggiunse, i capelli biondi ormai oscurati dalla polvere e dal terriccio, strati di sporco tracciavano linee sul suo collo e i lividi delle frustate si intravedevano nella tunica che i rapitori gli avevano dato. Sapeva di non essere in condizioni migliori delle sue.
Il fratellino cominciò a trascinare il cesto, sbuffando.
“Cara Calidona, so che sei la dea preferita della mamma…” pensò, riprendendo a picconare la terra. “non so come la mamma si rivolgeva a te, ma lo faceva sempre e diceva che l’avessi sempre ascoltata.”
Sentì la frusta schioccare e il lamento di un altro dei bambini del suo gruppo.
“Potresti far sapere a mamma e papà che siamo qui sotto? Non so più cosa fare e credo che se tentassimo qualsiasi azione non ne usciremmo vivi…” continuò il monologo mentale. “mi potresti dare un segno se hai sentito?” gli occhi le si riempirono di lacrime. “Ho bisogno di poter credere…”
Sentì improvvisamente un calore spargersi sul petto e una luce pallida irradiarsi da lì. Allargò appena il collo della tunica e vide la collana che le era stata donata dalla vivana nundine addietro.
Sorrise, ma subito dopo si costrinse a mantenere un’espressione seria, comportandosi come la mamma avrebbe fatto.
“La mamma ha ragione, tu ci ascolti sempre!”
Luogo ignoto, presumibilmente fine di quintile 1017
La torcia si affacciò dall’apertura.
«Alzatevi.» gracchiò una voce, sistemando poi la torcia nel sostegno sul muro interno.
Dai nove letti sette bambini si alzarono senza dire una parola, i visi sporchi di terra e gli occhi spalancati nel buio. Solo due, che condividevano il letto nell’angolo più lontano dalla avevano ancora gli occhi chiusi e uno stava ancora russando lievemente.
Il bambino accanto a loro si avvicinò, facendo molta attenzione a non far scricchiolare la ghiaia che copriva il pavimento. Scosse la spalla della bambina più grande e questa si girò dall’altro lato.
«Ancora un po’, mamma.» mormorò la bambina.
«Aurora, devi alzarti.» sussurrò il bambino, scuotendola di nuovo. «Altrimenti ti frusteranno.»
Aurora socchiuse gli occhi e guardò senza capire il bambino.
«Dove…»
«Alzatevi, non abbiamo molto tempo.»
Aurora tentò di ricollegare. Il papà disteso al suolo, la mamma che crollava, le piccole creature che li avevano bloccati e poi legati…
L’odore di chiuso ed umido le aggredì di nuovo il naso e si mise seduta.
«Dai, tra poco ripasseranno con la colazione.» la spronò di nuovo il bambino.
Aurora scivolò giù dal letto e riuscì a rimettersi in piedi. Prese la caviglia di Leto e lo tirò a sé.
Erano stati assegnati ad un gruppo di sette bambini e li avevano mandati nelle profondità, con un piccone in mano di Aurora e un cesto in quelle di Leto. Dopo tanto tempo li avevano portati in una stanza e i bambini si erano seduti sui letti, era stata data loro una minestra molto liquida e la torcia era stata portata via subito.
Vide gli altri bambini prendere la ciotola della cena e mise in piedi Leto. Gli occhi del fratellino erano chiusi, ma almeno riusciva a stare in piedi.
«Dede?» chiese Leto. «Ahm?»
«Sì, mangiamo.» rispose, dandogli un bacio sulla testa e poi si girò verso il bambino che li aveva svegliati. «Grazie, chi sei?»
«Amedeo di Graccurris.» rispose e un’espressione mesta si fece largo sul suo viso. «O, almeno, lo ero… da qui non usciremo più… questa stanza sarà la tua casa e la tua famiglia per sempre.»
Nuova marca di Floris, Alfea, 29 quintile 1017
Il ciocco esplose, liberando una nuvola di scintille che ricaddero silenziose sul resto del fuoco.
«Perché?» chiese Thymeria, le gambe rannicchiate e circondate con il braccio sano. «Perché non ti sei fidato per dirci quello che stavi facendo?»
Arys si trovava dall’altro lato del fuoco, la schiena appoggiata ad un tronco e i capelli mori raccolti nel codino stavano raccogliendo pezzetti di corteccia.
«Era una cosa dell’Ordo.» rispose soltanto, seguendo con lo sguardo una lucciola solitaria. «E quando sarebbe stato possibile dirlo era troppo tardi.» osservò la lucciola posarsi su un ramo e continuare ad emettere il suo segnale luminoso. «Almeno è servito a qualcosa… come l’hanno presa i bambini?»
«I bamb…» la voce le morì in gola. «sono figli di Iulia, non ne hanno avuto paura quando si sono offerte di aiutarci, ma non posso dire molto altro… mi devono aver addormentato per la maggior parte del tempo.»
«Sono anche figli di Floris.» il tono di Arys si fece cupo e lo sguardo andò sulla moglie.
«Credi che non lo sappia?» Thymeria si alzò di scatto, stringendo le labbra quando sentì tirare il braccio ancora bloccato nella corteccia. «Se ci sarà bisogno di ammazzare lo faranno, come Aurora ha già fatto.» si voltò e alzò lo sguardo alle fronde che nascondevano le stelle. «Avrebbe dovuto avere più tempo…»
«Adesso sarebbe colpa mia?» la voce di Arys era tagliente come le lame che aveva perso quel giorno di due nundine prima.
«Per quale motivo saremmo dovuti venire fin qui? Non ci hanno mai voluto e lo sapevi prima!» strinse gli occhi. «Fi unondespu[1]» aggiunse fra i denti in un sussurro mentre il fuoco le illuminava la schiena.
«Quale sarebbe stata l’alternativa? Stare nel Tergis con la tua famiglia?» continuò Arys, alzandosi con calma. «Non ci sono mai stati buoni rapporti tra di voi… o pensi non me ne sia mai accorto? Che vita avrebbero avuto lì?»
Thymeria si irrigidì.
«Figli di una Silvanus reietta e di uno straniero… abbi il coraggio di dirmi che sarebbero stati meglio.»
La mano sana si strinse.
«Avrebbero evitato una guerra, certo; forse Aurora non avrebbe mai fatto quel che le hai fatto fare; forse adesso sarebbero ancora con noi…» fece una pausa, avvicinandosi a passi leggeri a lei. «ma poi? Avrebbero avuto le stesse possibilità degli altri?»
Si voltò di scatto e si trovò Arys davanti. Gli si lanciò addosso e batté il pugno sul suo petto.
«Pobutsco ma cragui, Arys… pochebutsco Aurora o Leto si da…» scoppiò in lacrime. «cito pritrescengo dorutre zescsce co da…[2]»
«Pribuelme buodosco grotcii, Thym…» le sussurrò nella stessa lingua, circondandole le spalle con un braccio e pulendole le lacrime con l’altro pollice. «seciullo ma o iesunna vaca grotcii… empe sepomo ropiescsco schivetozze buelme…[3]»
Maooo
Ma quant'è fastidioso quando entri in una partita con gente nuova e la prima cosa che fai, senza nemmeno capire il perché, è trovarti nello stomaco di una creatura che non puoi affrontare (anche perché sei da sola e non c'è nemmeno uno straccio di party), qualsiasi attacco tu faccia è inutile e non puoi manco sperare di colpirlo?
E io dovrei continuare un'avventura così perdendo tempo prezioso per fare altro? Anche solo ricamare due cazzate?
No way to win
C'è un motivo per il quale dico che i miei vanno presi a piccole dosi... qualsiasi contatto superiore ai tre giorni consecutivi va inevitabilmente a finire male e stavolta anche con una porta in faccia. No, non sono stata io ad averla sbattuta ed è stato per un futile motivo.
Ora, il giorno dopo, come se niente fosse propone una cosa che mi sarebbe piaciuta fare ma di cui non ne ho assolutamente voglia, non voglio fare nulla assieme a lui. Non voglio andare a quel castello, ma se non lo faccio poi sarò la pessima madre che tiene tutti bloccati in casa per il suo pesoculismo.
Non vedo l'ora di tornare nella città in cui mi sono trasferita anche se persino quella mi fa venire gli incubi e non dormire la notte...
E poi gli untori sarebbero i bambini...
Rimpianti
C'è una cosa che rimpiango e rimpiangerò sempre: aver fatto crescere i figli in questo posto ed esserne incatenata come se avessi una palla al piede.
Vorrei gridare, ma chi mi ascolterebbe?
Vorrei piangere, ma ho già visto che chi mi è vicino non mi capisce... E non vuole capire...
#scuola2020 che #andràtuttobene ce l’hanno detto in tanti... la verità è che NULLA È ANDATO BENE
Pensa a chi
Pensa a chi sta peggio Hai due figli, sono in salute. Pensa a chi non ne può avere uno e lo vorrebbe, pensa a chi è stata costretta ad averli. Hai un tetto sopra alla testa, del cibo nel frigo. Pensa a chi non ha nemmeno quello. Hai l'auto, puoi portarla dal meccanico. Pensa a chi ne ha bisogno e non ce l'ha o non può farla riparare. Puoi stare con i tuoi figli, hai chi porta i soldi a casa. Pensa a quelli che devono andare a lavorare e non sanno a chi lasciarli, pensa a chi non sa come mettere insieme un pasto. Hai dei computer, hai una rete adsl. Pensa a chi non può fare lezione. Hai solo due figli. Pensa a chi ne ha tanti e gli orari si incrociano.
Pensa a chi sta peggio di te e non osare lamentarti.