Il buongoverno della "Toscanina" e lo stato moderno
Pubblichiamo qui un estratto del volumetto edito nel 2001 del compianto Renzo Del Carria, uno dei fondatori di Alleanza Toscana .
Il libro si intitolava “Le piccole patrie e il caso toscano” ed era edito dal “Centro Editoriale Toscano” . E' sicuramente fonte di spunti a distanza di quasi 15 anni, ed ancora attuale, per tutti quei toscanisti che anelano alla creazione di un movimento indipendentista che difenda realmente gli interessi toscani . L'idea di uno Stato toscano indipendente costituito da una federazione di 8-10 comuni è senza ombra di dubbio la più coerente e lucida idea che possa proporre il movimento indipendentista .
C'è una diffusa nostalgia tra i toscani di una nazione fatta a misura d'uomo, dove tutti , o quasi, ci si conosce o ci si può conoscere, senza essere oppressi da uno stato estraneo alla comunità .
La “Toscanina”, vista come mito del “buongoverno”, altro non è che la comunità dove non vi è necessità di burocrazia e delle sue illiberali pastoie e dove il potere lontano, prima ancora di essere estraneo , è visto soprattutto come inutile ; perché tutti i problemi della collettività possono essere risolti “da noi e per noi”.
I Lorena , che amministrarono il Paese per cento anni (dalla metà del XVIII secolo alla metà del XIX), lo diressero come una grande fattoria agricola , avendo dei rapporti con la popolazione toscana più di diritto privato che di diritto pubblico.
Nella sua opera Sessanta giorni di un ministero , Gino Capponi (1) narra come il Fossombroni, primo ministro del governo toscano che l'aveva preceduto , era “solito preverbiare quei modi e quegli uomini ch'egli aveva promosso e che a lui giovava mantenere, chiamava quel nostro un governo di vinai: a questi oltre alla vendita del vino , è usanza fidare altre minute ingerenze nelle case dei signori fiorentini” . Per dirla in termini moderni , la classe dirigente toscana dell'ottocento – formata da proprietari terrieri di fattorie condotte a mezzadria , con un'agricoltura tecnicamente e socialmente avanzata per l'epoca – concepiva il proprio reggimento come un “governo di vinai”, cioè di facitori di minute incombenze in città , quali “procaccia” che curavano l'ordinaria amministrazione delle fattorie stesse .
Non vi era necessità di burocrazia alcuna , perché i pochi stipendiati dal Granduca erano presso di lui a “provvigione” , cioè erano di fatto dipendenti privati .
Questa era la Toscana a metà del secolo XIX, che i suoi abitanti chiamavano la “Toscanina”, con uno dei tanti diminutivi tipici ed esclusivi del nostro idioma; diminutivi che gli altri popoli della penisola ritengono essere riduttivi, senza comprendere che , per i toscani , sono invece affettuosamente vezzeggiativi . Perché da sempre , per l'etnia toscana , individualistica , artistica ed artigiana , “il piccolo è bello”.
Oggi quel governo è visto da molti toscani con una punta di nostalgia che diventa auspicio, anche se a livello metapolitico e sentimentalmente astorico . Basti pensare alle diecine di migliaia di adesivi che costellano le automobili private con la scritta “Toscana” e raffiguranti lo stemma stilizzato e commisto dei Medici-Lorena , quale bandiera della nazione toscana .
Non certo perché , per lo spirito pratico e pragmatico dei toscani sia minimamente pensabile una restaurazione granducale; ma come affermazione collettiva della “toscanità” e modo di ritrovare le proprie radici culturali , storiche e geografiche; cioè come spontanea polemica contro il centralismo statale romano , estraneo e nemico degli interessi locali.
Rivendicare la toscanità è quindi anche invocare la volontà della propria nazione di esprimersi in forma democratica diretta . I toscani hanno l'orgoglio di essere partecipi della cosa pubblica perché il rafforzamento politico ed economico della Toscana , a cui tutti debbono contribuire, significa prosperità e prestigio per ogni singolo toscano , da sempre grandemente individualista .
Tale costante dualismo tra privato e pubblico nella coscienza dei toscani si è ulteriormente divaricata negli ultimi decenni con la formazione a livello mondiale di un mercato unico , che ha reso sempre meno funzionale l'utilizzazione di strutture e servizi pubblici in un ambito territoriale troppo vasto e gestito da personale estraneo e non toscano , quasi sempre meridionale.
La contraddizione tra il cittadino toscano produttore e consumatore e gli organi burocratici corporativi dello stato italiano centralista ha distorto, e quindi soffocato , il mercato.
La formazione dello “stato sociale” , divenuto grazie all'oligarchia burocratico-partitica “stato clientelare” , ha portato la spesa pubblica ed il conseguente debito pubblico ad un aumento esponenziale , senza possibilità di ottenere un pareggio di bilancio , né tanto meno un rientro dall cronico deficit statale italocentrico. Conseguenza di tale squilibrio è il lento , ma graduale , impoverimento , anno dopo anno , di tutti i ceti produttivi toscani.
Il ritorno ad un equilibrato ed equilibrante liberismo economico che reintroduca il mercato , riprivatizzando tutto quanto negli ultimi cento anni è stato statizzato, è impedito dalla difesa di posizioni di potere e di rendita del blocco statale oligarchico formato dalla burocrazia italica di vario tipo, che va dalla burocrazia centrale e periferica ai partiti , dalle corporazioni di enti ed aziende pubbliche a quelle private, ma organicamente sostenute da sovvenzioni pubbliche. In tal modo tutti i rapporti economici in Toscana sono oggi sclerotizzati e falsati dallo statalismo burocratizzato , che è riassunto nello “Stato moderno”.
I Toscani, da sempre individualisti, o al massimo comunalisti, hanno sentito più di altre popolazioni il contrasto e l'avversità allo stato moderno , esclusivo ed onnicrate che concepisce “tutto nello stato, niente fuori dallo stato”. Di qui l'amore diffuso verso “lo stato” di diritto privato dei Lorena che ha molte somiglianze con lo “stato minimo” o “stato gendarme” dei veri liberali e con il “semi-stato in estinzione” dei veri socialisti. Questa è ancora la ragione per cui ridiventa funzionale ai nostri giorni il “piccolo stato” o la “piccola patria” toscana in un mercato unico globale. […]
In tal modo l'utopia settecentesca del “buongoverno della Toscana felice” si salda con la realtà contemporanea delle mille mininazioni del mondo, attraverso autogoverno ed autogestione di ogni singola comunità , nel quadro di un unico mercato mondiale.
L'attuale stato italiano , centralista, multinazionale e dirigista è giunto al punto di non ritorno per il crescente debito pubblico; né l'accentuata insopportabile pressione fiscale, né la tentata diminuzione delle spese riescono più a seguire l'aumento della spesa pubblica costituendo una forbice che si allarga ogni anno in maniera esponenziale.
Solo la Toscana indipendente e federale può sfuggire all'ineludibile crisi fiscale.
Occorre che la Toscana attribuisca ai propri comuni e , per i più piccoli, a Consorzi di comuni , la completa autonomia impositiva ed insieme la completa responsabilità della spesa che deve essere commisurata alle entrate . In tal modo si avrà la riunione a livello locale dei due movimenti – imposizione fiscale e spesa – che nella legislazione vigente sono divisi tra il centro che impone e riscuote e la periferia che spende . [...]
Anche i Partiti “toscani” (vecchi o nuovi non fa differenza) sono tali di nome , ma rimangono del tutto estranei alla realtà della Toscana perché sono formati in gran parte da un personale politico che (oltre a non essere spesso neppure nato in Toscana) non rappresenta quasi mai le esigenze della gente toscana, ma rappresenta vertici di partiti presenti in tutte le nazioni italiane, con una struttura gerarchica, dove ogni decisione politica viene presa dalle direzioni centrali di Roma.
Tutto questo non muterà fino a quando non si avranno dei partiti solo toscani, con il compito di “fare amministrazione” nell'ambito della Nazione Toscana , e con politici eletti dai soli cittadini toscani. Non basta : i vari partiti e movimenti dovranno avere le loro direzioni politiche ed organizzative in Toscana; e solo in Toscana e non altrove .[...]
Le libertà individuali e collettive dei toscani non sono più tutelate da garanzie costituzionali o “divisioni di poteri” , teoricamente “riconosciute” dalle leggi fondamentali , ma calpestate nella pratica dalla oligarchia burocratica che impersona lo Stato onnicrate. Istintivamente i toscani stanno trovando l'unica difesa della loro libertà nel rivendicato autogoverno della loro Nazione; nel riscoprire la propria identità; ricostruire la propria storia; sentirsi partecipi di comuni interessi, economici-sociali-culturali; nella volontà quindi di risolvere da sé e per sé i propri problemi. I toscani non trovano altre soluzioni per i loro problemi, su cui lo stato centrale ha fallito, che ricorrendo alla sovranità toscana autonoma ed indipendente ed invocando il diritto di autodeterminazione di tutte le sue comunità .
Unica strada affinché i cittadini riacquistino “Jura et libertates” è il rovesciamento della piramide statale da parte di strutture di base comunalistiche che restituiscano la sovranità popolare ai toscani, privatizzino tutti i servizi sedicenti pubblici (comunali , statali e parastatali) e sopprimano ogni legame diretto con il centro attraverso l'estinzione, anche se graduale , delle burocrazie .
Lo Stato Moderno , giunto ormai al suo apogeo e quindi al suo declino, è in apparenza forte; ma in realtà tende ad indebolirsi man mano che avoca a sé sempre maggiori poteri. Il suo enorme apparato più si ingigantisce e più diventa inefficiente e improduttivo, perché è mantenuto , tutelato e perpetuato in maniera impermeabile al controllo sociale e perché le sue dimensioni e la sua vocazione all'unità ed all'onnipotenza gli rendono sempre più difficile soddisfare le innumerevoli e crescenti funzioni che si è andato assumendo e che in sempre maggior misura gli vengono richieste ed attribuite. […]
Contro lo Stato moderno, centralista ed interetnico i cittadini toscani riscoprono così le comunità, l'etnia e l'autogoverno che sostanzia la moderna “sovranità popolare”.
Occorre dare corpo e realtà a quello che i liberali chiamarono, ma non seppero mai realizzare, “lo Stato gendarme” o a quello che i socialisti chiamarono “il semistato socialista”. Occorre la “completa privatizzazione dello Stato” così come la intese Gustave De Molinari (2) o addirittura il non-stato degli anarco capitalisti nordamericani (3) .
Pertanto lo “stato affievolito” della Toscana dovrà occuparsi soltanto :
di leggi ed amministrazione della giustizia penale (cd. “Stato gendarme”)
di leggi quadro in materia civile ed amministrativa
di legislazione sociale limitata a coloro che non possono provvedere a loro stessi (es. portatori di handicap fisici o mentali), e per i quali la società debba farsi carico
di creare tutte le infrastrutture per un corretto funzionamento del mercato in un'economia liberista
Alla luce dell'analisi che precede appaiono prospettive e traguardi nuovi per la Toscana quando si renderà libera e federale .
La Toscana, liberata dalle pastoie burocratiche e ipernormative dello Stato centralista e svincolata dal debito pubblico che soffoca il suo sviluppo, troverà la soluzione ai suoi numerosi problemi, con il valorizzare il turismo , la propria media e piccola industria , l'artigianato ed il commercio; settori nei quali i toscani hanno una esperienza millenaria.
Nella Toscana , resasi sovrana, sarà essenziale mantenere il bilancio pubblico in pareggio , dove ad ogni uscita dovrà corrispondere un'analoga entrata; sarà necessario ripristinare un armonico scambio , dove ad ogni guadagno corrisponde una perdita e , sul piano etico sociale, ad ogni diritto corrisponda un dovere. In esecuzione di tale liberismo , nella nazione toscana ci si dovrà astenere da ogni provvedimento politico-amministrativo che violi l'armonia economica e che , se adottato, ostacolerebbe e renderebbe difficile riequilibrare tale armonia.
Nella Toscana libera , la totalità dei rapporti economici e sociali sarà gestita dai privati, società di persone e di capitali, associazioni, cooperative , comunità territoriali o gruppi settoriali, che abbiano tutte le caratteristiche di efficienza e di profitto ; e che , in caso di insolvenza , possano essere sottoposte a procedure fallimentari; ma mai ed in ogni caso da enti e persone giuridiche statali e parastatali (anche se solo toscane).
Nella Toscana autonoma , gli organi amministrativi di questo “stato affievolito” , non dovranno imporre ai cittadini né patenti né regolamenti , né autorizzazioni, né permessi o divieti (salvo che violino norme penali), né licenze ed orari né concessioni o autorizzazioni.
Infine nella Toscana amministrata dai propri cittadini , devono essere privatizzati tutti i servizi pretesi pubblici con conseguente diminuzione del carico impositivo. [...]
[In conclusione] la Toscana può conquistare la propria libertà solo con il conseguimento della totale autonomia, tagliando ogni legame con la burocrazia centrale e periferica che fa capo a Roma . Ma la Toscana può conservare la propria libertà e sovranità solo se saprà impedire che si riformi una nuova burocrazia dello Stato toscano . Il ricostituirsi di una nuova forma di burocrazia locale può essere impedito solo se la nazione toscana conquista la propria libertà attraverso l'autogoverno delle Comunità toscane, che storicamente sono i Comuni toscani . Solo così potranno essere gradualmente eliminati gli organismi burocratici periferici ereditati dallo stato centralista italiano che verranno sostituiti dalle nuove realtà istituzionali che le varie comunità toscane andranno a formare .
In altri termini i toscani non devono , conseguita l'indipendenza, ricostruire uno stato toscano centralista , ma formare una alleanza federale di tutti i suoi comuni, cioè un'alleanza libertaria delle sue Comunità . La realtà di una futura Toscana indipendente non può che essere costituita da una Federazione di liberi Comuni .
(1) G.CAPPONI, Scritti editi ed inediti, a cura di Marco Tabarrini, Firenze, Barbera, vol II, p.108
(2) G. DE MOLINARI , Sulla produzione della sicurezza, dal QJournal des Economistesf, Paris, 1849; sta in Contro lo statalismo, Macerata, Liberilibri, 1994, p.79
(3) F.DAVID, L'ingranaggio della libertà , Macerata, Liberilibri, 1997