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@userdiego
“Due sono le cose ancora da scoprire: la prima è l’abisso infinito che separa gli uomini tra loro; la seconda è il ponte che potrebbe collegare due esseri umani.”
Carl Gustav Jung
22-05-18
IG: realbeex
Jumy-M
Mist and rain / 遠く冷たい場所
Buongiorno professore, ho trovato di recente il suo blog e me ne sono innamorato. Volevo porle una domanda riguardo il post che ha pubblicato da poco: la 'Natura dell'uomo'. Sto recentemente studiando -con gli strumenti che un ragazzo di 19 anni può avere- l'ambito spirituale e in particolare la tradizione andina -da notare come un po' tutte le religioni abbiano delle analogie nonostante le notevoli differenze culturali e geografiche-. (pt.1)
La suddetta tradizione tratta di un'energia ‘intelligente’ che risponde alle esigenze dei praticanti, che non può 'nuocere’, che trascende giudizi di merito e che muove l'universo. Io, figlio di una cultura occidentale nonché studioso di filosofia, rimango scettico nonostante il mio interesse. Ho come il sospetto che i principi su cui si fondano le tradizioni spirituali rispondano all'esigenza di trovare -quasi forzatamente- 'quell'armonia’ intrinseca alla natura attribuendo a (pt.2) determinati effetti cause 'imperscrutabili’ (si parla pur sempre di metafisica). Quindi, ancora scettico, non riesco pienamente ad andare oltre 'la definizione’, oltre 'il materiale’. Tale astrattezza però sembra essere effettiva concretezza quando ci concentriamo nel 'sentire’ le sensazioni interne e -attraverso uno studio interiore- riusciamo a manipolare la realtà circostante. Quindi il mio dubbio rimane: si tratta di 'profezie autoavveranti’? Effetto placebo? (pt.3)O effettivamente esiste una realtà che trascende i limiti della concezione umana? Come faccio -nel caso di quest'ultima- ad avere una conferma della sua esistenza? Mi scusi per la domanda chilometrica e la ringrazio in anticipo per la risposta
Ammiro la tua posizione, @userdiego.Lo scetticismo verso tutte le affermazioni delle dottrine religiose penso che sia naturale in chi ha un movimento di pensiero che ha bisogno di sviluppare la propria verità che non sia quella di altri.
Secondo me il problema è quello di saper accettare e, sopratutto, gestire quegli impulsi profondi che ci sollecitano a elaborare il proprio senso della vita e della trascendenza che ci è suggerita. Gli schemi che ne derivano, riducono la verità, ma permettono la sua elaborazione fino al raggiungimento di quella consapevolezza che supera la conoscenza e accoglie il giusto misticismo oltre ogni schema e credenza.
Infatti, se si approfondisse la teologia del divino, ci si accorgerebbe che il canale verso un dio qualsivoglia, passa attraverso il nostro Sé, come scintilla divina, quindi in rapporto diretto con il trascendente. Poi sicuramente ognuno di noi ha bisogno di una figura di riferimento per attivare il senso della divinità; ecco che può emergere quella che, più di altre, ha sollecitato il nostro senso mistico, cioè il nostro bisogno di spiritualità. Così c'è Gesù, la Madonna, i vari santi o, in altre religioni, le figure di quegli Avatar o profeti che meglio possano rappresentare una divinità che la nostra mente può rendere propria.
C'è da auspicare che un giorno tutti noi possiamo maturare quella spiritualità consapevole che non avrà più bisogno di figurazioni esterne, perché avremo trovato in noi stessi la forza della creazione, così la conferma del trascendente sarà nella natura del nostro stesso pensiero.
Male e bene
L'errore che viene fatto in certi discorsi, è sempre quello di volere una contrapposizione fra male e bene, luce e buio ed esaltarli come esistenza separata e assoluta. Personalmente quello che sperimento e verso cui tendo è sempre un'armonia fisica, mentale ed emotiva. Tutto il resto sono mezzi di espressione che evidenziano mancanze e vuoti, come conquiste e pienezza dell'essere. Voglio dire che se si approfondisce il concetto, ci si può accorgere che non ci può essere contrapposizione fra quello che è, e quello che manca. Infatti, il bene è una pienezza e il male è sempre una mancanza. Possiamo considerare bene la perfetta armonia fra quello che sentiamo d'essere e il mondo circostante; male quello che evidenzia una mancanza di questa armonia, la quale è sempre una nostra mancanza, non fosse altro quella di non avere la capacità di adattarsi ad un evento che interviene nella nostra stasi d'equilibrio. Però se si supera il concetto duale, si ottiene lo stato dell'essere senza contrapposizione alcuna. Ecco che il bene diventa quel senso di partecipazione-amore che è identificazione con la realtà di nostra appartenenza.
me @ me
"All’uomo niente è più utile dell’uomo". Sono le parole che ho trovato leggendo l’Ethica di Spinoza e che oggi, a distanza di mesi, mi trovo a rielaborare nella mia testa. Secondo il suddetto filosofo l’istinto che accomuna ogni essere vivente è l’autoconservazione (il conatus). Continua: "gli uomini non possono desiderare per loro e la loro conservazione che tutti concordino in tutto, in modo che le Menti e i Corpi formino quasi una sola Mente e un solo Corpo". E chiude lo scolio: “gli uomini, che siano guidati dalla ragione non bramino per sé niente che non desiderino anche per gli altri, e perciò sono giusti, onesti e fedeli”. Non si tratta di un dover essere imposto ‘dall’alto’; -anche perché il ‘Dio’ o ‘Assoluto’ di Spinoza non ha giudizi di merito- ma il metodo -secondo lo stesso filosofo- più razionale per una migliore convivenza tra gli esseri umani. Mi sento di interpretare le sue parole nel seguente modo: ‘tratta i bisogni degli altri come fossero i tuoi’. Non si tratta di carità, ma compassione -che non deve necessariamente avere una connotazione negativa: posso infatti provare compassione per una persona felice-; il che comporta essere in grado di ‘sentire’ quello che prova l’altro e quindi immergersi nel suo stato d’animo. Per essere in grado di ‘sentire’ gli altri e quindi poter essere realmente utile all’altro, è però necessario avere prestato attenzione alle proprie necessità, i propri desideri, aver tastato con mano i propri limiti, essersi perdonati per i propri fallimenti, ed essersi accettati nonostante i difetti. In sostanza quindi è necessario anzitutto un sentirsi. Di recente sono tornato attivo su Tumblr e, girando tra i vari blog, mi è capitato di leggere nelle rispettive descrizioni cose come: “non so chi sono”, “non so cosa ho”, “non so cosa sia l’amore”. La risposta a questi interrogativi (dal mio punto di vista) sta nel definire -per quanto ci è possibile farlo- la propria anima. Più sarai accurato nel definire ciò che ti piace, ciò che ti suscita ribrezzo, etc; più sarai capace di focalizzarti sulle cose che realmente ti piacciono e che portano appagamento. Chiudi gli occhi. Focalizza il respiro e quello che senti internamente. Scaccia i pensieri che ti ronzano incessantemente in testa e prenditi del tempo per conoscerti e stringere un’alleanza con te stesso. È vero che non tutto dipende da noi, che siamo liberi ma fino a un certo punto, che ci tocca spesso scontrarci con realtà diverse dalla nostra. Ma non è anche vero che tutti vogliamo essere felici? Non è forse vero che la felicità è l’unico scopo della nostra stessa esistenza? Quindi perché odiarsi per i propri difetti, perché soffermarsi sui propri limiti, perché piangere sui propri fallimenti? Non ci stiamo così allontanando dal nostro più grande desiderio? Ascoltarsi quindi è la chiave per essere felici e -sapendo ascoltare- rendere felice chi ti sta vicino “in modo che le Menti e i Corpi formino quasi una sola Mente e un solo Corpo”. Non è mia intenzione dire a nessuno come dovrebbe vivere la propria vita, né tantomeno ho la presunzione di spacciare quanto detto fin’ora come verità assoluta. Questa vuole essere semplicemente la riflessione di un ragazzo che si è stufato di vivere la vita passivamente, che vuole prendere le redini della sua caotica esistenza e cominciare a vivere una vita autentica.
Amare non significa innamorarsi della parte migliore delle persone, ma voler bene alla faccia più dannata della loro anima.
Never surrender