Faccio inversione a U, accosto all’altezza di una rientranza, spengo la macchina, mi metto il cappotto e scendo.
Accendo una sigaretta, mi siedo sul muretto con i piedi che penzolano giù, li incrocio per non farmi sfuggire le mie scarpe col tacco preferite, e inizio a scrivere.
Davanti a me il lago di Castel Gandolfo, in questa giornata uggiosa come la mia anima; sembra quasi che il tempo si sia messo d’accordo con i distributori di umore.
Torno proprio ora da una città fantasma, dove pare che l’unica cosa che ricorda un centro abitato sia quel tribunale che ha ospitato la nostra separazione.
Sulla cartellina del tuo avvocato c’era scritto il tuo nome e cognome a penna, poi un “contro” stampato in un carattere vecchio quanto Manunzio, e poi il mio nome e cognome. Mi sembrava di vedere la schermata di un videogioco: tu contro di me, non ci rappresenta affatto.
Ho perso il conto delle volte in cui mi sono toccata i capelli, o grattata il naso, non ero affatto a mio agio. Ho dovuto declamare i tuoi dati anagrafici più volte, perché il tuo avvocato tra i vari fogli non li trovava, così abbiamo fatto prima.
La stanza era un triste studio di un triste tribunale di una triste cittadina della periferia laziale. Alla scrivania era seduto il giudice a cui bisognava riferirsi con l’appellativo di “dottore”, davanti a lui tre sedie: a me era destinata quella al centro, come se fossi “la festeggiata”. Non aveva idea di chi fossi io, o chi fossi tu, e tantomeno di chi fossimo stati insieme. Eravamo solo la pratica-numero-qualcosa.
Si sono susseguite parole burocratiche come “giurisdizione”, “procura”, “difesa delle parti”, e poi due firme che ho messo sotto a quelle del tuo avvocato, che come tutti gli uomini evidentemente appesantiti dal grasso addominale hanno il respiro pesante e le dita delle mani che ricordano i salsicciotti appesi ai banchi della salumeria.
L’unica immagine luminosa e vagamente richiamante la primavera era la giacca color panna della mia avvocatessa, e il suo rossetto color ciliegia che spiccava per il contrasto.
Io mi sentivo grigia, e vuota.
Anzi, credo che “vuoto” sia la parola che rappresenta meglio tutta questa esperienza. Vuoto dentro, vuoto fuori, vuoto nella mia mente.
Dopo le due firme è il momento dei saluti e delle strette di mano. Il giudice e l’avvocato mi dicono “arrivederci signora”, vuoto.
Mentre esco entra una coppia sui sessanta, sento che parlano di figli maggiorenni, quindi non sarà una cosa lunga, perché ho capito che se non hai figli o se i figli sono grandi queste cose si risolvono nel giro di poco.
Risalgo in macchina e sento che devo scrivere, scrivere aiuta, Bukowski lo diceva sempre: scrivete sempre, scrivete tanto, è meglio di qualsiasi terapia.
Non so se mi aspettavo un tuo messaggio, da una parte avrei voluto, dall’altra capisco che non era il caso, io al posto tuo non avrei saputo che scriverti.
Adesso inizio a sentire freddo alle mani, c’è tantissima umidità e il cielo è sempre più grigio, il lago è grigio, forse verde scuro tendente al grigio.
Mi pare che un paio di volte ci siamo anche venuti insieme qua, ma non ricordo di preciso che abbiamo fatto. Mi sembra un’altra vita, ho paura che piano piano tutto svanisca, sia le cose belle che quelle brutte.
Adesso devo risalire in macchina, fa davvero tanto freddo.