Non mi è piaciuto questo film, perché questa è la versione della storia concordata, romanzata, edulcorata fra i superstiti, non ciò che davvero è accaduto in quei giorni. E su questo è d'accordo anche il regista, perché ha lasciato volutamente degli indizi sparsi per dire allo spettatore "Questo non è quello che è davvero successo. Questi personaggi non sono ricostruiti in modo reale".
Bayona ha usato l'artificio cinematografico per creare una distanza critica, dicendoci che il "mito" creato dai superstiti è una facciata che nasconde una realtà molto più animalesca. I sopravvissuti non sono figure poetiche, ma giovani uomini terrorizzati, continuamente in conflitto violento tra loro.
La fede è sovrastruttura molto fragile che crolla subito sotto la pressione biologica, portando a una ferocia ancora maggiore per compensare la mancanza di strumenti pragmatici. ll regista ha giocato sull'aspetto curato dei superstiti per dire che quello che stavamo guardando non era vero.
Le persone che hanno fede sono le prime ad entrare in crisi nei momenti di grande difficoltà, perché non hanno gli strumenti per affrontare la crudezza della realtà, pertanto compiono atti molto feroci mossi dall'istinto primario di sopravvivenza. Non c'è Etica né profondità in chi ha fede. È proprio tutto il contrario di ciò che si continua a far credere tramite anche la propaganda rappresentata da film come questi.
Storicamente, in situazioni di fame estrema (come durante l'assedio di Leningrado o i casi di naufragio dell'800), i comportamenti documentati sono stati effettivamente privi di ogni etica "civile".
La reazione delle comunità religiose, i pogrom nati dal fanatismo e dalla disperazione durante le epidemie, ci testimoniano che la fede diventa il motore di una violenza cieca verso l'altro o verso se stessi.
Il tentativo di "nobilitare" il trauma attraverso la spiritualità o l'eroismo in questo film si configura come un atto di disonestà verso la natura umana, che impedisce una reale evoluzione collettiva.
L'uomo, come il resto degli altri animali (noi siamo animali) è guidato principalmente da impulsi biologici: la morale (la fede, il credere in "qualcosa") è soltanto una sottile vernice pronta a crepare sotto pressione. Il film di Bayona, se non guardato attentamente, si configura cone l'ennesimo velo steso sulla realtà. In quest'ottica, il desiderio dei superstiti di apparire come una "società" etica non è un riscatto, ma una negazione della propria vulnerabilità e della propria ferocia istintiva.
Una umanità che desideri davvero uscire dalle dinamiche della violenza, anche quella banale del quotidiano, deve imparare a guardarsi per quella che è, cioè deve comprendere la differenza di valore tra verità storica e narrazione riparativa. Questo film è una narrazione riparativa: non ciò che davvero è accaduto.
Nessuno può condannare un uomo disperato per ciò che fa quando è alle strette; nessuno viene cresciuto e preparato per affrontare eventi così traumatici. Ciò che è condannabile è il continuo tentativo, anche da parte di questi sopravvissuti, di riscattarsi da qualcosa di cui sono stati oggettivamente solo vittime.
L'onestà intellettuale — il guardarsi per ciò che si è, senza condanna ma anche senza abbellimenti — è ciò che troppo spesso manca nelle grandi produzioni cinematografiche, che preferiscono il mito alla biologia. Accettare che in quelle condizioni non ci fosse spazio per l'etica, ma solo per la biologia molecolare e l'istinto, è il vero atto di libertà.
Conferenza stampa del 28 dicembre 1972: è il momento in cui i sopravvissuti dovettero ammettere pubblicamente l'antropofagia a causa delle foto trapelate. Le cronache di quei giorni sui quotidiani cileni (El Mercurio) e uruguaiani mostrano il caos e l'orrore immediato, privi della narrazione distorta del film.
Archivio Storico del Corriere della Sera o de La Stampa: cercando le edizioni tra il 22 e il 30 dicembre 1972, si trovano i resoconti dei corrispondenti che arrivarono per primi sul posto, descrivendo scene molto più macabre di quelle mostrate al cinema.
Stranded" (2007) di Gonzalo Arijón, essendo un documentario, mette a confronto le interviste con le foto reali e i filmati dei soccorsi, permettendo di vedere la vera condizione della fusoliera e dei corpi, che nel film è stata ricostruita per soli scopi estetici.
Per chi cerchi una ricostruzione che non sia stata filtrata o armonizzata dai sopravvissuti decenni dopo, la fonte giornalistica e storica di riferimento è il libro "Tabù" (titolo originale: Alive) di Piers Paul Read.
Pubblicato nel 1974, solo due anni dopo il disastro, questo è il testo che immortala ciò che accade davvero. Vi sono i dettagli della sopravvivenza (incluso il cannibalismo) e i conflitti interni senza l'aura di "fratellanza spirituale" presente nel brutto film di Bayona. Perché la realtà è ciò che accade, ciò che esiste a prescindere da ciò che ognuno, per fede, preferisce farsi raccontare per dormire meglio.