353/366 Museum of Mechanical Music, 2011-2015, Pinhal Novo, Pamela, Portugal Miguel Marcelino
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353/366 Museum of Mechanical Music, 2011-2015, Pinhal Novo, Pamela, Portugal Miguel Marcelino
3/366 Eames House, 1945-1949, Chautauqua Boulevard, Pacific Palisades Charles and Ray Eames
IL DOPPIO a ROMA
Mangiare e Bere
Progetto di Paolo Pallucco
Testo di Patrizia Di Costanzo
Fotografia di Angelo Aloisi
È un ristorante di cucina contemporanea nel quartiere Prati-Trionfale di Roma. La chef Romana Cipriani che ha rilevato il locale sette anni fa ha avuto la ferma convinzione ed il coraggio di traghettare il suo staff ed i clienti ormai affezionati, in un viaggio che è costato qualche mese di chiusura e di attesa, per godere la trasformazione dello spazio in un luogo contemporaneo, rigoroso, ma al contempo elegante.
Varcando l’ingresso, la percezione della luce è sottolineata da led a soffitto direzionati sui tavoli e radenti le pareti perimetrali che evidenziano l’omogeneità dei trattamenti con i grigi dei muri, degli arredi, di proposito progettati, e della ‘Mosa’ a pavimento.
La lunga parete grigia, dove si attestano i tavoli, è segnata dal ritmo di una rete industriale metallica, a maglia quadra in parte annegata nell’intonaco per tutta la lunghezza della superficie, disegnando una sorta di boiserie contemporanea a tutt’altezza. Il lavoro è frutto del progetto dell’architetto Paolo Pallucco che oltre ad averne elaborato il concetto ha curato la progettazione degli arredi, del marchio e dell’immagine coordinata del ristorante.
Queste le sue parole per descrivere l’ intervento: Le soluzioni adottate sono l’applicazione di tre parole: duro, semplice, chiaro.
Il Doppio, un nuovo spazio della convivialità e del cibo, dove la ricerca del dettaglio e l’uso di materiali semplici quali la calce, il legno, il ferro, negano ogni riferimento al decoro e aiutano a degustare l’essenza dei cibi, abbinati a etichette di vini di cui la cantina, molto curata, è fornita.
LE CORBUSIER,Casa Curutchet, La Plata, Buenos Aires, Argentina 1949-1953. / 33arquitectures
ALL’INTERNO
Questo non è uno spazio a tre dimensioni ma è uno spazio in cui dimorare
Fotografia e testo di Gloria Valente
Questo è un interno, una cavità generatrice, un posto dove scrivere o lasciare qualche solco, una traccia, un marchio o qualche segno italiano. E’ anche questo un luogo, dove cercare meticolosamente di trattenere dentro una certa bellezza, che poi vuol dire precipitare dentro lʼincontenibile commozione per lʼesistenza, che poi vuol dire sopravvivere, gettando lo sguardo nelle cavità dell’architettura, quella dei punti di vista defilati, dove tessere epifaniche emozioni.
Così, nella speranza di disgelare quella che a prima vista potrà sembrare un'indagine sugli spazi, può diventare archeologia dell’anima, una vera e propria “educazione sentimentale.”E’ una cavità per contenere le indecisioni o le troppe certezze dell’architettura.
E’ soprattutto luogo dove far franare le idee monoliti, quelle precostituite, quelle per principio. Un posto dove poter dialogare su e giù tra le superfici, agli intradossi degli edifici, un atlante degli affetti e delle geografie umane già tracciate dai maestri, o altrimenti dai nostri padri, o altrimenti dalle nostre madri, pronte ad includere altri vuoti dentro i quali guardare altri spazi più piccoli e più grandi, lasciati liberi dalle infatuazioni per il contemporaneo, costruite nello spaesamento di una nudità che annichilisce.
Oppure sorprendersi e sostare tra gli interstizi, dove vanno a finire le memorie di molti, dove poter depositare agevolmente le nostre anime, in quelle zone dell’esistenza dove la domanda è sempre aperta; nellʼattesa che abbia inizio la voglia di incanto, la poesia dei gesti minimi e delle resurrezioni, dove scoprire tutta la fragranza del nostro tempo.
Non verso le tre dimensioni, ma verso lo spazio delle cose che si relazionano: uno spazio dove sta l’uomo.
Per questo è uno spazio in cui dimorare.
Giulio Minoletti
Casa del fine settimana a Fiumelatte (1940)
Progetto di Giulio Minoletti Testo, disegni e fotografie di Gianluca Gelmini
La casa di Varenna è un lavoro in cui Minoletti raggiunge “una sintesi dell’abitazione in una continuità, in una economia di spazio che ne accentuano l’attualità”. Da un lato essa rappresenta un momento importante della ricerca che Minoletti compie sul tema dell’abitare spazi minimi, dall’altro mostra tutta la sua riflessione sul tema architettura-paesaggio-natura. L’edificio, costruito su una striscia di roccia fra la strada e l’acqua è costituito essenzialmente da un unica grande stanza in forma di cubo stereometrico che appoggia su uno sperone di roccia a strapiombo sul lago, protetto a monte da un alto muro di pietra che ne definisce la misura e la proporzione. Le grandi vetrate scorrevoli e la terrazza-pergola fanno della casa un punto di vista privilegiato sul lago, e parallelamente essa stessa diviene emergenza nel paesaggio.
Per chi osserva la costa dall’acqua infatti la casa si mostra con i sui elementi costitutivi e semantici: il muro nero che stacca la casa dal verde circostante, l’intonaco bianco del volume abitato, il rosso della parete in tessere vetrose a strapiombo sul lago che segnala da lontano il punto d’attracco, il riflesso di giorno, i colori e le luci di notte, prodotte dalle ampie vetrate che separano lo spazio interno dall’esterno. All’interno le funzioni primarie dell’abitare sono articolate e differenziate in zone, ognuna con un proprio carattere, colore e materiale descritte precisamente da : il soffitto e i metalli sono dipinti di giallo limone chiaro, il pavimento e le tende in marrone scuro, la terrazza pavimentata in piastrelle di gres bianco, mentre le pareti sono tinte di marrone chiaro e in parte rivestite con del legno di noce. Il rivestimento dei letti è rosso ruggine mentre quello delle poltrone è azzurro pervinca chiaro. Il fronte sul lago è inquadrato da una struttura in ferro che da la misura dello spazio interno ed esterno. La struttura in ferro è conclusa superiormente da pannellature opache a protezione dal sole e dalle intemperie dipinte di verde nella faccia inferiore quasi a replicare il colore e i riflessi dell’acqua sottostante. Il tentativo di Minoletti è chiaro: annullare la differenziazione tra spazio interno ed esterno creando un continuo spaziale in cui la piccola casa sul lago diviene una machine-à-habiter, in grado di soddisfare a pieno i bisogni primari dell’uomo: insediarsi, delimitare, escludere, aprire, guardare, dare al paesaggio una scala umana. In questo senso i punti di vista e le prospettive si moltiplicano in un raffinato gioco di rimandi cromatici con gli elementi naturali circostanti. Lo spazio interno si duplica esattamente all’esterno nella veranda-pergola.
Molte sono le analogie e i rimandi alla casa costruita da Le Corbusier per la madre a Vevey sul lago Lemano tra il 1923-24: il rapporto diretto con l’acqua, l’impianto architettonico, l’idea dello spazio unico misurato dall’ampia visuale della finestra, e in particolare la scelta dei colori interni e l’accostamento delle tonalità. Come nella “petit maison” di Vevey anche la casa di Varenna presenta le due tonalità di marrone per i pavimenti e le pareti e l’azzurro pervinca per la parete di fondo contrapposta all’acqua, che nella casa di Varenna trova una declinazione quasi romantica nel Trompe-l'œil che riflette il paesaggio esterno nell’angolo del camino. In entrambi i casi i colori rimandano direttamente alla terra, all’acqua, agli elementi primari della natura. Del resto Minoletti era sicuramente a conoscenza anche della ricerca che Le Corbusier già dagli anni Venti aveva iniziato a svolgere sul colore in architettura e che aveva trovato una sua importante sistematizzazione pochi anni prima del progetto di Varenna con la gamma di “tastiere colore” per la ditta Salubra del 1931con la quale Le Corbusier propone un codice dalle svariate combinazioni cromatiche con precisi significati e notazioni.
Note. 1. Marco Zanuso, Una stanza sul lago, in: “Domus”, n. 205, 1946, p. 40. 2. Le Corbusier, Une petite maison, les carnets de la recherche patiente, carnet no. 1; Editions Girsberger, Zürich, 1954. 3. Ozenfant et Jeanneret, n. 4 dell’Esprit Nouveau1921. “On peut, hiérarchiquement, déterminer la grande gamme, formée des ocres jaunes, rouges, des terres, de blanc, du noir, du bleu outremer et, bien entendu, certains de leur dérivés par mélange; cette gamme est une gamme forte, stable, donnant de l’unité, tenant le plan de la toile, car ces couleurs se tiennent naturellement entre elles. Ce sont des couleurs essentiellement constructives; ce sont celles qu’ont employées toutes les grandes époques; ce sont celles dont doit se servir celui qui veut peindre en volume, puisqu’il emploie des éléments colorés statiques.” 4. Arthur Ruegg (a cura di), Le Corbusier - Polychromie architecturale, farbenklaviaturen von 1931 und 1959, Birkhauser Basel, 1997.
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Villa Figini, Milano. Architetto Luigi Figini, 1935
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Cesare Cattaneo, Casa d'affitto a Cernobbio, 1938-1939 Dettaglio della scala e del corrimano
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Compact Karst House
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