Qualcuno una volta ha detto: non esistono parole che possano esprimere quanto tu mi manchi. In questa frase si concentra l’essenza di un film che va oltre la perdita di una persona cara, oltre la piaga dilagante dei disturbi alimentari, oltre le asfissianti pressioni familiari. Ad unire Olivia e Matthew c’è molto più che un rapporto di parentela. Si tratta infatti di un filo spesso che lega lo spettatore ad una sedia mentre viene risucchiato da un vortice di emozioni che non riesce a qualificare. Il dolore che prova Olivia è palpabile ma non prepotente: il lutto non è il protagonista, è una comparsa che a volte non si avverte nemmeno se non di sfuggita in qualche sguardo assente. La malattia, invece, armata di una forza micidiale, non è altro che una vita dentro una vita, non una parentesi su cui si possa sbadatamente soprassedere. L’anoressia è una mano che muove le mani, comanda le parole, indirizza le forze. L’anoressia è una voce che fa perdere la presa sugli attimi, che fa scorrere inesorabilmente i giorni, che veste di promesse i solchi che il destino lascia sul corpo. L’anoressia è una mancanza, di quelle che tolgono il respiro, una solitudine, che si impone a forza, una presenza dove si toccano solo assenze. Â
Non esiste un confine netto che delimita la sanità e la follia, su cui sia prudente mantenersi; non c’è un sole abbastanza potente per poter rischiarare i vuoti lasciati se ci si dimentica di essere capaci ad aprire gli occhi. L’anoressia non richiede solo una presa di coscienza, un passo più lungo, un gesto più sofferto o sentito. In realtà chiede tutto, pretende tutto, perché ti lascia solo, nella certezza di non avere niente.Â
L’anoressia è una risposta quando non esistono distinzioni tra risposte giuste o sbagliate, perché è una risposta data ad una domanda sbagliata.
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