Fishing and meditating, @Spiaggia di Punta Penna, Vasto
Sade Olutola
Claire Keane
🪼

ellievsbear
he wasn't even looking at me and he found me
Keni

Kiana Khansmith
art blog(derogatory)

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Sweet Seals For You, Always

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trying on a metaphor
Cosimo Galluzzi
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Kaledo Art

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★
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Andulka
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@giostacchioo
Fishing and meditating, @Spiaggia di Punta Penna, Vasto
Segni del tempo, @Vasto, villa comunale
Us against the world @Punta Penna, Vasto
Tristezza o chissà che cos'altro
Ci sono le volte che il mondo ti ricorda che tu sei triste. Credo che tutti siamo fondamentalmente tristi, con sprazzi di felicità. Una sola persona mi ha mai detto che è felice, ma io non ci credo. La felicità non esiste in toto, esistono solo momenti di felicità. Tuttavia, per quanto la tristezza ci possa avvolgere, sono quegli sprazzi di felicità che si fanno ricordare. Un minuto, un sorriso, un'onda, sono piccole minuscole felicità che valgono più di ore ed ore di tristezza. Da un po' sono triste, senza motivo forse, ma è una tristezza forte. Una persona sa come cancellarmi dal cuore questa tristezza, ma questa persona sta per partire e non la rivedrò per un bel pezzo. L'estate inizierà senza di lei. La mia e la sua. Questa cosa non funziona per me, affatto, e mi sta ricordando tutti i motivi per cui sono genericamente fortemente triste. Non voglio che vada, eppure nel contempo so che è così che deve essere. Non riesco neppure a piangere, mi fanno male gli occhi, il cuore, il naso, la bocca, la gola, le dita sono fredde, manca tutto. Credevo che un giorno sarei riuscita a mandar via tutto questo, ma apparentemente non bastano nemmeno momenti difficili per farti scordare tutti quelli belli.
Eppure il dolore per l'essere umano conta molto più della gioia.
Evidentemente di dolore non ne ho ricevuto ancora abbastanza.
Grey cat
Maggio
Il sole che splende sul mare la mattina è uno spettacolo troppo bello per essere guardato da due soli occhi. Ce ne vorrebbero almeno quattro, magari seduti su una panchina al belvedere. Magari un po' infreddoliti, muti, che si abbracciano forte forte. Come se avessero paura che, alla fine di quell'abbraccio, non possa esserci più nulla. Non il sole, non il mare, non loro stessi. Dunque sognano, immaginano che aldilà del sole ci sia un luogo in cui il tempo non esiste, in cui si resta belli, giovani, e in cui gli abbracci non possono finire. Ed è come l'odore di buon ragù sul pianerottolo, che viene dalla casa di una famiglia, e che fa l'invidia dello studente fuori sede: lo possono vedere, sentire, toccare persino, ma non possono averlo. Così, mano nella mano, vanno verso la loro moto un po' scassata, compagna di avventure felici, e di loro si perde il mio ricordo, lungo la via verso casa.
A perfect day
Giornate
Giornate che non finiscono mai, giornate da 910 km, giornate che ricominciano all'improvviso, dopo 10 ore di viaggio estenuante ma felice, 5 minuti di statico terrore. Un'attesa che pare essere essa stessa in attesa, che pare un'eternità. La paura, in ogni luogo dei nostri cuori. Un pensiero fugace a quelli che sono lontani, ignari, ignoranti per loro stessa scelta. E poi di nuovo la paura. Minuti, ore. Tutti gli orologi della casa rimbombano nei loro ticchettii, come fossero un esercito impazzito, che freneticamente si dirige ad una lontanissima frontiera. Telefonate, telefonate, telefonate. Respiri affannati dall'angoscia, lo spavento, anche nei cuori più forti e razionali. Un'ultima telefonata: si è svegliato, sta bene. Un sospiro di sollievo.
Poi un'altra mazzata, l'invidia, o forse dovrei dire gelosia?, che rende ciechi davanti alla verità, che riempie alcuni di egoismo e altri di tristezza, una profonda ferita che brucia sempre e si riapre, certe volte sanguina a fiotti, altre volte è solo un'orrenda cicatrice, ma è lì. Vecchia quanto la mia stessa carne, di cui ormai è parte integrante, come un secondo ombelico.
Giornate infinite, le mie.
Heavy prohibition, @Lucca, Italy
Incolumi
Usciamo incolumi da una serie infinita di vacanze ed una serie infinita di parenti, pranzi, cene, pesce fritto, vino, spumanti, baci, abbracci, addii, partenze, presentazioni, arrivi, misteri, giochi, ministeri, elenchi di nomi, spese, appuntamenti.
Non solo siamo incolumi, siamo anche insospettabilmente felici. Soddisfatti, allegri. Usciamo a cuore pieno da tutto questo. Contenti per aver visto coppie divise riunirsi, magari abbracciarsi, scambiarsi uno sguardo o una parola in più. La grande sofferenza della divisione nelle mura familiari è lontana per un po' almeno, abbiamo visto i genitori felici, amati, affettuosi. Li abbiamo visti orgogliosi di noi, della nostra modesta esistenza e di tutta la sua modestia.
Dopo due paragrafi in cui ho portato avanti il plurale maiestatis credo sia inutile fingere che abbia senso averlo fatto, era solo per coerenza con il primo noi e perchè non avevo voglia di cambiarlo. Ho scoperto il piacere di uscire dalla solita routine, ho scoperto che devo fidarmi di più delle iniziative di mio padre, uomo imperfetto ma encomiabilmente.
Saponari, @Fiume Trigno, Abruzzo
Saponari
I miei amici sono la mia famiglia, la mia seconda famiglia, ma non di certo in ordine di importanza. Ormai ci vediamo molto poco, solo alle feste (come una vera famiglia d'altro canto) e per i mesi estivi, a causa dell'università, maledetta lei. Ma praticamente ogni giorno ci scriviamo, ci parliamo, sappiamo sempre tutto dei problemi che ci affliggono e ci aiutiamo l'un l'altro più di una qualsiasi famiglia. Non ho paura di dire che loro sono le persone più importanti per me e lo saranno sempre, come sono certa di esserlo io per loro. Dopo anni e anni, la vergogna, il pudore, i possibili risentimenti, non esistono più. Ci conosciamo tutti intimamente.
Anche litigare non ha senso, certo le liti non mancano, giustamente le nostre opinioni divergono su molte cose, anche su quelle importanti a volte, ma ciò che ci unisce supererà sempre ogni possibile screzio e divisione. Scrivo queste cose con un po' di malinconia: il mio ventennale si avvicina e probabilmente sarà il mio primo compleanno senza di loro.
I miei amici più stretti sono 5, non ho dubbi, ma oggi voglio scrivere solo di 3 di loro, quelli con cui ho il rapporto più strano, e forse più divertente e bello.
Sono Sara, Valentina e Lorenzo. Loro erano miei compagni di classe. Lorenzo lo è stato dalla prima elementare al quinto superiore, ho trascorso più tempo con lui di quanto abbia mai fatto con chiunque altro in vita mia, vuoi per passione (uscite, giocate, feste e casini vari) vuoi per obblighi scolastici. Mi dice da anni che dovrei fare la scrittrice, è un grande aiuto per l'autostima sicuramente, ma non molto obiettivo evidentemente. La cosa più strana della mia vita è stata non trovarlo seduto accanto a me il mio primo giorno di università. Valentina è croce e delizia, anche lei amica dai tempi delle elementari, anche se forse pur giocando insieme spesso (ai LEGO principalmente, o a giochi violentissimi decisamente inadatti a bambini per la Playstation 1) non eravamo ancora amiche come oggi. Dopo una pausa alle scuole medie ci siamo rincontrate alle superiori, con un po' di timore da parte mia a dir la verità, che poi si è però rivelato del tutto immotivato. Insieme abbiamo scritto poesie e romanzi senza senso, o con un senso tutto nostro, canzoni e cose fuori dalla portata di gente normale. Il suo carattere può essere contemporaneamente motivo di odio e di amore, per me ormai è solo del secondo. Che dire di Sara: è entrata dopo nella mia vita, ma ci è entrata di prepotenza e ha saputo prendersi tutto lo spazio necessario al suo inesauribile affetto. Ecco, questo è Sara, un pozzo senza fondo di affetto, con l'ossessione dei telefilm, fan sfegatata dei FOB e sopratutto con ambizioni Britneyspearsiane. Come non ricordare infatti che Britney è nata il giorno del suo compleanno. Chiaro segno del destino ragazzi.
Ognuno di loro, in tutti gli innumerevoli secondi che abbiamo passato insieme, si è preso una parte di me e mi ha reso impossibile immaginare una vita senza di lui/lei. Non vivrò mai abbastanza per ringraziarli a sufficienza per tutto ciò che mi hanno insegnato, dei segreti che mi hanno confidato, dei segreti che hanno rispettato, della loro protezione, del loro amore incondizionato. Uscendo da questi squallidi luoghi comuni, vorrei ricordare un momento bello della nostra vita: il post Ferragosto al Trigno.
Grazie Saponari miei.
Horizon, @Vasto, Italy
A Punta Penna
A Punta Penna d’inverno la spiaggia è scura, bagnata dalla pioggia e dalle incessanti mareggiate, è un campo santo di alberi che da chissà quali rive di fiume, sono giunti in braccio alla corrente a consumare qui il loro eterno riposo. A volte d’inverno c’è il sole, giornate senza più vento, dal caldo inaspettato, faccio di un tronco d’albero la mia sedia di fortuna, scomoda forse, ma non potrei aspirare a meglio, mi bastano il sole e il mare che, calmissimo, risplende di sole e di pesciolini minuscoli che fanno scuola nuoto. Prima o poi saranno grandi e chissà in quale oceano o in quale pancia finiranno i loro giorni. Mi stendo. Respiro il sapore di freddo che hanno i giorni a febbraio. Guardo le nuvole bianche che si rincorrono nel cielo. Penso a tante poesie. E a qualcuno che da me é troppo lontano. Poi decido di camminare. Cammino fin quasi al promontorio, che già inizia a stendere su me la sua fresca ombra. Ho caldo, sono stanca, mi siedo un altro poco. Non c’è nessuno. Nessuno tranne il mare. E il rumore incessante delle onde che lambiscono quasi i miei piedi mi fa compagnia. Metto le punte delle dita nell’acqua. Non è tanto freddo come potrebbe sembrare, il mare. Mi lecco le dita: ho sempre adorato il sapore del mare. Poi mi alzo e torno verso la civiltà, ma solo per un attimo. Prendo la macchina, mi dirigo verso il promontorio sentendo una canzone un po’ triste e un po’ no. Parcheggio. Inizio a correre sullo sterrato bianco di ghiaia, ripieno di buche come una guerra mondiale. Dopo poco inciampo, i miei pantaloni ora sono bianchi e qualche goccia di sangue resta di me su quella stradina malridotta. Necessitante di appoggio mi tengo alla staccionata di legno abbastanza pericolante e precaria. Chissà quanto durerà. Alzo lo sguardo. Davanti a me l’infinito. Posso capire Leopardi, adesso. Ma il mio infinito è felicità. I campi formicolano di vita, i primi ciuffi d’erba verde spuntano in silenzio, a giugno saranno già grandi, saranno già grano. Riprendo la strada tra i campi e le nuvole e vado verso la punta del promontorio. Sotto di me un mare imperscrutabile, silenzioso e molto blu. In mezzo a lui scogli coraggiosi non demordono neanche quando forti onde li schiaffeggiano. L’uomo tra di essi si avventura, sotto forma di un esile pontile che conduce ad una vera e propria palafitta dotata di rete per pescare: è il trabocco, crollato anni ed anni fa e da poco ricostruito.
(Scritto per Anna, in una notte di febbraio)
Old Lady walking in the rain, @Parco Sempione, Milan, Italy
Stefano Benni
Stefano Benni è il mio scrittore preferito. Questa cosa l’ho capita dalla prima pagina del primo libro scritto da lui che ho letto, che per inciso è stato “Pane e tempesta”, quella fantastica malinconia, quella metropoli di idee, quello strano senso di essere dappertutto e in nessun posto, mi ha accompagnato in ogni suo libro che ho letto, che sono tanti ma non tutti e comunque non abbastanza.
Stefano Benni è un amico per me, uno da cui ho colto molti consigli, molti più di quanti ne abbia ricevuto da alcuni miei amici in carne ed ossa che non mi parlano attraverso pagine e lettere. Lui è fedelmente nella mia libreria, sempre disponibile a darmi un conforto. Pane e tempesta è diventato una filosofia di vita, quando ho paura del futuro penso: “abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa”.
Non so spiegare a nessuno perchè certe volte non voglio nemmeno pensare che le cose cambino, a me sarebbe piaciuto avere 10 anni per sempre, o forse 16 o forse 18. Ma solo se qualcun altro avesse avuto con me 10, 16, 18 anni per sempre. Voglio bene a pochi, ma voglio bene tanto. E Stefano Benni è uno dei pochi che ha con me 10, 16, 18 anni per tutta la vita.
Towards the sky @Giardino Botanico, Lucca, Italy