la fugace, rabbrividente (dovevo dirlo esattamente così) sensazione che certe cose non torneranno mai più: ad esempio l'ostello al mare in toscana dove ormai quasi mezza vita fa ho fatto la mia quasi unica vacanza di gruppo con amici della vita. c'era anche colui che mi piaceva allora e avevo dato il mio primo bacio (non a lui). (ero ubriaca, a posteriori potrei dire che sia stato non consensuale, ma non apriamo questo vaso di pandora o forse sì: tutti i baci che ho dato fino alla prima e quasi unica persona che abbia avuto voglia di baciare sono forse stati non consensuali, sennonché la società - efficacemente rappresentata da e sintetizzata in una specie di mio amico bestie ma anche bestia dell'adolescenza - mi spingeva a pensare che io dovessi baciare gente entro una certa età e "imparare come si baciasse" prima di baciare davvero una persona che mi interessasse. vabbè. in quanta parte c'era assenza di consenso e in quanta condizionamento sociale? quanto si può dare la responsabilità ai singoli tizi e quanto alla società in generale e a queste robe? certo che è ovvio poi che io mi sia riconosciuta nello spettro asessuale?? oppure lo ero intrinsecamente allora e perciò i condizionamenti sociali sono stati più forti e più forzati su di me? mannaggia oh volevo scrivere una cosa leggera e sentimentale ed ecco il solito pippone).
comunque, insomma, chiaro che non me ne frega niente di quel primo bacio bensì dell'ostello: era già decadente allora, e ora non c'è più. ho guardato le foto storiche su google maps per ricordarmi come fosse, perché all'epoca non facevo ossessivamente foto per documentare qualsiasi cosa e non perdermi mai più nulla come ora. l'edificio sembra esserci ancora, ma non è più aperto né in uso; e il brivido è proprio questo: non poter mai più tornare in un posto perché non esiste più. poter solo ricordare, rileggere, riguardare qualche foto: ma i ricordi diventano sempre più lontani, e sempre di più.
questo brivido è soltanto dolceamaro. non mi mette tristezza, né mi fa paura. forse mi fa un po' rabbia pensare che le cose cambino e gli ostelli come quello, probabilmente non solo lì, non esistano più; né si possa più pagare così poco da nessuna parte per fare una vacanza. forse mi fa rabbia perdere pezzi della vita in una voragine di tempo che si mangia tutto e che non si può fermare, nemmeno ricordando e scrivendo e fotografando. e quindi poi forse questo è il motivo per cui ho paura di lasciare andare le cose: i link da leggere, i video da guardare, le cose da fare, gli scontrini, i vestiti, i libri, le cianfrusaglie, i pensieri, le canzoni, gli attimi, le cose belle che vedo in giro. ho paura di provare quella rabbia che provo quando non trovo più le cose, quando i miei sistemi di archiviazione falliscono, o la mia memoria, o quando qualcosa cambia e non è più come prima, e ad esempio chiudono un ostello.
rage, rage against the dying of the light.
ma non si può vivere cercando e ricostruendo cose nel passato. cioè, sì, ma se fai l'archeologo. io faccio l'archeologa della mia vita. e anche l'archivista, con il fine di rendere poi la ricerca più facile alla me archeologa del futuro. tutto è accuratamente architettato per non vivere, quasi mai, il presente. ma il presente non è soltanto la morte della luce del passato, e nemmeno un'altra luce che morirà a sua volta nel futuro. è l'altra faccia di quel brivido, che forse voglio proprio evitare.
quello che dovrebbe farmi rabbia è questo: non il fatto di dimenticare. ma ricordare troppo.