- Hunter & Faith ;; Sera, 21 Febbraio 1979 [ Casa Winchester. ]
Il piede batteva sul parquet ogni due secondi o poco più, mentrelo sguardo era fisso su un punto indistinto della parete, nonostante stessero dando una qualche serie televisiva poliziesca alla tv e l’audio fosse abbastanza alto da soffocare il rumore delle auto giù in strada che passavano di tanto in tanto. Nervosismo, rabbia e una lunga serie di altre emozioni si riflettevano sull’espressione corrucciata di Hunter, fronte aggrottata e narici lievemente dilatate; di tanto in tanto, lo sguardo dell’uomo saettava all’orologio da polso dorato e lievemente ammaccato sul davanti, una volta appartenuto a suo padre, e per questo rovinato a causa del tempo e chissà, una serie di eventi.
Ciò che urtava Hunter, e questo, magari, non era tanto difficile da comprendere, era l’assenza / grave / - o meglio da lui così giudicata- di Faith. Sapeva già da ore dove era andata, quattro all’incirca, e ciò era bastato a far irritare l’uomo quel tanto che, aveva deciso dopo più di un’ora, di mandare tutti i suoi piani all’aria. E dire che aveva cacciato letteralmente Paul di causa per ritagliarsi un po’ di spazio con Faith, la quale aveva deciso di passare la sera in compagnia di Charlie. Non si era nemmeno fatto scrupolo di chiamare a casa dell’amico, si era limitato a buttarsi sul divano, sconsolato, intento a sbottonare i primi bottoni della camicia bianca e a sorseggiare una birra in una pace apparente. Non aveva esplicitamente detto a Faith che aveva fatto i salti mortali per avere una serata libera, ma aveva cercato di farglielo capire in tutti i modi possibili, nella speranza che capisse, dicendole persino che con molta probabilità per quella sera aveva trovato due biglietti per una stupido film appena uscito. E più chiaro di così, era sicuro di non riuscire ad essere.
Il tempo continuò a scorrere, sebbene sembrasse farlo con fin troppa calma, e quando Hunter sentì la serratura scattare, girò appena il capo, assicurandosi in questo modo che non fosse stato Paul ad entrare. E così fu.
Nell’istante in cui riuscì ad intravedere la figura della bionda si limitò a voltare nuovamente il capo, in silenzio, e quando Hunter Winchester non proferiva parola, c’era da preoccuparsi.
Faith Morgan non credeva affatto nel destino.
Resa orfana di entrambi i genitori a soli sedici anni, le risultava impossibile prendere anche solo in considerazione l’idea che la vita dell’uomo fosse regolata da un cieco e irrazionale meccanismo – quale il Fato.
Eppure, quel mercoledì, la sua visione delle cose entrò in crisi, venendo messa a dura prova – perché ciò che sarebbe accaduto fu scatenato da una serie di sfortunate e assurde coincidenze.
Quella sera – dopo l’ennesima giornata di lavoro pesante, dopo l’ennesima sfuriata nei confronti dei suoi sottoposti e l’ennesima ricerca risultata fallimentare -, Faith aveva deciso di concedersi il lusso del dolce far nulla, accompagnato all’immersione nei ricordi dell’adolescenza. Avrebbe voluto radunare tutto il gruppo, come ai vecchi tempi, avrebbe voluto far ubriacare Mikayla, costringere Hunter imitare la McGrannit, smuovere Charlie a commozione e Madeleine a eloquenza – ma, sfortunatamente, ogni membro del gruppo sembrava essersi dissolto nel nulla.
Tutti, almeno, tranne uno.
Una volta individuata la figura di Charlie, gli si era avvicinata e, con un po’ di furbizia, era riuscita a trascinarlo fuori dall’edificio e condurlo nel pub vicino. L’uno aveva offerto da bere all’altro e per ore si erano intrattenuti ricordando i vecchi tempi, riportando alla mente esperienze vissute insieme e aneddoti di ogni tipo.
Per questo motivo, nell’istante in cui varcò la soglia di casa Winchester, un enorme sorriso era dipinto sul suo volto – un sorriso radioso, che pareva brillare, che le illuminava l’intero volto, ringiovanendola. Quella sua espressione non vacillò nemmeno quando vide Hunter seduto nel divano, ancora sveglio.
« Winchie! Dov’eri sparito? Ti sei perso Charlie mezzo brillo che raccontava di quando stava per affogare nel Lago Nero! », esclamò, mentre, molto lentamente, si levava sciarpa e giacca – posandole sulla sedia all’ingresso.
Definirlo una persona egoista e possessiva significava non aver nemmeno conosciuto e testato lo strato apparente di Hunter, il quale per quanto sembrasse poco paziente agli occhi altrui, era dotato di una calma e di una soglia di sopportazione che semplicemente, stupivano. Intendiamoci bene, però, Ciò non significava assolutamente che /non/ fosse geloso, perché se proprio vogliamo esser chiari, quello era uno dei peggiori difetti di Hunter che per quanto tentasse di non far trasparire quel lato del suo carattere, molto semplicemente, non ci riusciva. Ma ciò non lo aveva /mai/ portato fino a quel punto, tanto da contare fino a dieci prima di accennare ad una risposta alla ragazza che aveva accuratamente evitato di guardare. Probabilmente, non perché non gli andasse di farlo, affatto, ma era stata una semplice azione inconscia; per quanto detestasse che Faith, nonostante le avesse ripetuto più volte che gli sarebbe piaciuto andare a fare qualcosa assieme e quella mattina le aveva tentato di far capire più volte che l’avrebbe aspettata, non aveva affatto intenzione di fulminarla con un solo sguardo, sebbene il suo attuale comportamento, suggerisse il contrario.
Le braccia erano incrociate al petto, come solitamente accadeva quando era nervoso o arrabbiato, le sopracciglia erano arcuate e quasi pareva, per quanto la sua espressione fosse cupa, che non sarebbe stato capace di sorridere per i prossimi dieci anni o giù di lì. Ma nonostante ciò, una smorfia si dipinse ugualmente sulla mascella contratta di Hunter, il quale stava facendo picchiettare le dita delle mani contro i bicipiti, segno di quanto tutta quella situazione lo irritasse, e quando Faith smise di parlare non la salutò nemmeno o accennò ad una risposta educata, disse semplicemente sei parole che bastarono, anche per il modo in cui furono pronunciate, ad esprimere quella serie di emozioni contrastanti e non che il più grande dei fratelli Winchester stava provando.
« Ti ho aspettata. Per quattro ore. »
Nell’udire quelle poche e semplici parole, nel notare il / tono / con il quale erano state pronunciate, Faith bloccò per un istante l’azione che stava compiendo ( si stava, come era solita, infilando un paio di spessi calzini ), alzando lo sguardo verso di lui. Osservò, non senza stupore, che Hunter non si era voltato a guardarla, che non aveva cambiato la sua posizione – e che continuava a rimanersene lì, immobile nel divano, senza dare alcun cenno di ‘ bentornato ‘. Il sopracciglio si alzò, donando al suo volto un’espressione scettica e, al contempo, confusa – mentre, molto lentamente, si avvicinava a lui.
« Ma se ti ho cercato / per tutto il Ministero / e non ti ho trovato! », esclamò, sulla difensiva.
Una volta giunta in prossimità del soggiorno, nell’istante stesso in cui il viso di Hunter e la sua espressione entrarono nella sua visuale, Faith capì che doveva essere / parecchio incazzato / ( perché nessun suo muscolo pareva in grado di rilassarsi ). Sempre con estrema calma e lentezza, prese quindi posto di fronte a lui – sedendosi sul vecchio tavolino da caffè. Deglutendo, cercò il suo sguardo – un mezzo sorriso ancora dipinto sulle sue labbra.
« Non sarai mica arrabbiato per questo… Insomma, dai, non è un dramma! Non ci siamo capiti e…- Okay, mi dispiace che tu sia rimasto a casa da solo per quattro ore, ma…- Perché non sei stato più – come dire? – esplicito? Potevamo andare a bere una birra tutti insieme! Prima di staccare, sono venuta nel tuo ufficio per chiedertelo, ma non c’eri! Pensavo fossi – che ne so! – stanco e che fossi andato a riposare! »
Il sopracciglio destro si inarcò visibilmente a quelle parole, intento a mordersi il labbro inferiore con quanta più forza fosse necessaria, trovando e cercando in quel semplice gesto uno sfogo. Uno sfogo inutile e vano dato che la sua irritazione saliva sempre di più, fino a raggiungere livelli soprannaturali. Hunter scosse appena il capo mentre un sorriso privo di qualsivoglia traccia di allegria si andava a formare sulle labbra carnose, in netto contrasto con il suo sguardo che se non cupo, lo era il triplo.
Deglutì e prima di proferire parola, sciolse le braccia intrecciate e dopo averne poggiata una sul bracciolo, posò sul palmo della mano il capo che sembrava farsi via via sempre più pesante, complice il nervosismo accumulato ma anche la stanchezza che si stava facendo sentire dopo un’intera giornata. Fu a fatica, difatti, che riuscì a soffocare uno sbadiglio e dopo un primo momento in cui si disse che forse era meglio chiudere un occhio perché era troppo stanco per litigare, rispose all’intero monologo di Faith con una calma che avrebbe irritato persino lui se si fosse trovato dall’altra parte. Ma certamente di ciò non se ne curava affatto, reso troppo cieco da una rabbia improvvisa. Però prima estrasse i biglietti che aveva comprato in anticipo quella serata per andare al cinema e poi, solo dopo un secco colpo di tosse, parlò, allungandole i biglietti.
« Ti sarà /probabilmente/ venuto in mente che /forse/ non mi hai trovato al Ministero perché ero altrove, tipo a calmare un anziano signore che si era trovato il marchio esattamente spiaccicato sulla porta che poi si è scoperto essere uno scherzo di pessimo gusto. Oppure ero a fare un giro di perlustrazione ad Hogwarts, cosa dici? Ed indipendentemente dall’essere esplicito e dell’aver chiesto una serata libera, mi piacerebbe, di tanto in tanto, passare del tempo assieme. Ma aspetta, ricordami dove sei stata fino a cinque minuti fa? »
Tenne lo sguardo basso durante tutto il discorso di Hunter, le iridi chiare puntate su quei biglietti – un crescente senso di colpa a opprimerle il petto e lo stomaco. Aveva sul serio chiesto la serata libera per loro? Per passare più tempo assieme?
La sua mente aveva preso a lavorare in maniera rapida, cercando un modo per calmarlo, un modo per fargli capire che le dispiaceva, ma che non era la fine del mondo – un modo per fargli notare, in sostanza, quanto la sua assurda reazione fosse esagerata.
Ed era talmente addolorata, talmente / dispiaciuta / per quello che aveva fatto ( anche se, infondo, che aveva fatto? ), che non fece nemmeno caso al possibile riferimento malizioso che l’ultima frase di Hunter portava con sé – che non fece caso / al tono / che lui stava utilizzando.
« Oh, andiamo! Non fare lo stronzo con me, Winchie… Te l’ho detto!, mi dispiace! E sì, ero al pub con Charlie, ma…- Ti avevo cercato / proprio / per chiederti di venire a bere con noi! Quando non ti ho trovato…– Be’, sono uscita con lui e basta! Te lo ripeto: pensavo / fossi / stanco! La prossima volta, verrò a cercarti anche a casa, oltre che per tutto il Ministero! »
Arricciò il naso mentre le mani si andavano ad unire dinnanzi a sé, il capo che ciondolava di lato, intento ad ascoltare le parole di Faith. Nonostante non avesse voglia di sentire ciò che aveva da dirgli, avrebbe preferito tremila volte gettarsi sul letto, ignorare persino la sua di rabbia che diveniva ad ogni scoccare delle lancette, sempre più grande. Sebbene, più che rabbia, in realtà, era rancore ciò che Hunter provava. A fine discorso della donna, tornò a guardarla, poco prima però strofinò le mani sul viso, e soppesò le parole prima di risponderle.
< Non sto facendo lo stronzo con te, ti ho solo detto, o meglio ripetuto, quello che cerco di farti capire dal- Diciotto Novembre dello scorso anno? >, nonostante le parole non fossero pesanti, a tradire Hunter era il suo tono che non mutò nemmeno quando le si allontanò, alzandosi dal divano di stoffa scura, le braccia che ciondolavano lungo i fianchi, freddo. < Mettiamola in questo modo: cosa proveresti se ad ogni discorso provassi a mettere in mezzo Noemi? O se, una sera, dopo aver deciso di uscire col tuo ragazzo, scopri che questo è a bere chissà cosa fino a che ora con la sua ex, a ricordare i tempi passati o che so io? Proprio la sera in cui hai fatto i salti mortali per ritagliarti un paio d’ore e portarla a vedere un film che a te fa pure schifo! Pensaci. Ma sii sincera con te stessa. >
Quelle parole furono, per lei, un vero e proprio schiaffo. Quelle frasi, pronunciate con / quella / freddezza ( che rare volte aveva udito caratterizzare il tono di lui ), la colpirono in pieno petto, le fecero più male di mille Maledizioni Cruciatus e mille lame di coltello. Tanto forte era il senso di sofferenza che si stava facendo largo nella sua mente, che il dolore pareva ora coinvolgere tutte le sue membra.
Inconsciamente, il suo bacino compì un movimento verso la parete - atto ad allontanarsi da Hunter, quasi come se si fosse vista respingere da quel discorso, da quello sguardo.
« Non…- Io non…- » Lei non trovava le parole adatte, non trovava una risposta convincente da dare alla provocazione di lui.
E continuava ad annaspare, in quella pena ormai sorda.
« Tutto gira sempre attorno a lui, non è così? Charlie e io avremo / sempre / un rapporto di questo genere e…- Figa, almeno ti avessi tradito! Dannazione, siamo usciti a bere una birra - birra che, per inciso, avevamo preso anche per te! E tu…- » E si interruppe ancora una volta, per cercare di raccogliere le idee, per tentare di pronunciare un discorso di senso compiuto - perché lei / aveva ragione /, e lo sapeva, doveva solo dimostrarlo anche a lui. « E io non…- Parlo sempre di lui. Non…- Tu non…- Non puoi essere serio. Non…- Puoi pensarle davvero, quelle cose. »
Deglutì nell’istante in cui le parole di Faith giunsero come ovattate alle sue orecchie e rivolse alla ragazza un’occhiata di traverso, le mani che sembravano non trovare una loro tregua, torturandosi tra di loro, riflesso del nervosismo che stava letteralmente divorando Hunter. Non era mai stato una persona particolarmente irruenta ma quella volta, consapevole del fatto che la sua ragione non fosse totale, non cambiò posizione.
< Cosa? > sbottò alla fine, tornando a fissare negli occhi la bionda. < Se mi avessi tradito allora avrei avuto il diritto di essere incazzato mentre ora /no/? Il che giustifica tutto? Oh, ma bene! >, continuò, il viso che si faceva man mano più teso, < Quindi il vostro - rapporto include anche il sentir ripetere il suo nome come una preghiera? Perché non ci facciamo un film, mhm? “Io, Charlie e l’altro”! Immagina che capolavoro ne uscirebbe fuori. Mi tiro fuori, Faith. Se le cose stanno così me ne lavo le mani. >
Quasi incondizionatamente, come di riflesso ai gesti di lui, Faith prese a torturare i biglietti del cinema che ancora stringeva fra le mani; li piegò a metà, li arrotolò su loro stessi, li dispiegò, li piegò ancora. Era come se non riuscisse a restare immobile, come se quella fosse la maniera con cui il suo corpo si ribellava a quella discussione così dolorosa – in netto contrasto con il comportamento che dettava la sua mente, che le rendeva impossibile spiaccicare parola, quasi come se tutti i suoi discorsi fossero bloccati sulle corde vocali, incapaci di uscire.
D’altronde, chiunque conoscesse Faith, era ben consapevole di quanto odiasse le discussioni serie.
L’ultima frase che lui pronunciò, la raggiunse ovattata, flebile, simile a un sussurro – perché non ci voleva credere, perché era impossibile che Hunter avesse proferito quelle parole. Le sue labbra si dischiusero e prese a boccheggiare – sentendosi una totale idiota, sentendosi debole, / vulnerabile /.
« Non ho mai…- Io non…- »
Prese un profondo respiro, gli occhi puntati su quelli di lui – lo sguardo profondamente ferito.
« Ti rendi conto della marea di stronzate che stai dicendo? Insomma, io…- Non parlo sempre di lui. Lui non…- Sono assurde proiezioni che ti fai tu e…- Sai, cosa? A me pare che tu non – ti fidi di me. E…- Se è davvero così e se / davvero / credi alla marea di assurdità che hai appena detto…- Forse è meglio che te ne tiri fuori, s-sì. »
E lei ci provava, ci provava davvero a sembrare forte, decisa, ad apparire come Faith l’Auror e non come Faith la ragazzina dal cuore spezzato, ma quelle ultime parole, emesse con voce incrinata, tradirono i suo veri sentimenti.
Perché colui che credeva quelle cose non era un ragazzo qualsiasi – era il suo migliore amico.
Nel silenzio assordante che precedette le parole di Faith, Hunter riusciva a sentire una vocina nella sua testa, meglio conosciuta come coscienza, che gli poneva incessanti domande a cui non sapeva, o forse, non voleva rispondere. Sapeva di avere ragione, nel suo piccolo, ma anche che la sua reazione era stata decisamente dettata dalla rabbia e che forse avrebbe dovuto fare un passo indietro e chiudere la questione già da tempo; dandosi e dandole il tempo di sbollire. Avrebbe così tanto voluto non pronunciare quelle parole che erano scivolate via dalle sue labbra, scottanti come solo la verità può esserlo, ma non c’era più nulla da fare, tantomeno avrebbe negato ciò che con la sua stessa voce aveva pronunciato pochi istanti prima.
Quello che fece, nonostante i suoi pensieri stessero iniziando a farsi contrastanti, fu continuare a guardarla mentre lo sguardo gli si addolciva appena e gli angoli delle labbra si piegavano inevitabilmente verso il basso, ma non disse nulla fino a quando lei non smise di parlare, in attesa di una via di fuga da quella assurda situazione.
Che non arrivò.
Provate anche solo ad immaginare il dolore di una lama che vi trapassa? Fu quella la sensazione che provò quando le parole di lei gli giunsero alle orecchie, anche se non c’era da aspettarsi nient’altro che una reazione del genere.
Si voltò, dando le spalle a Faith e dopo aver preso una boccata d’aria, strofinò le mani contro il viso e gli occhi verdi, intrisi di una tristezza quasi palpabile che gli procurarono una serie di brividi lungo la spina dorsale. Perché nonostante tutto, non sapeva se essere dispiaciuto dalla situazione che si era venuta a creare o dalla situazione che aveva creato il tutto; sapeva del rapporto di Charlie e Faith, ma conosceva anche quali erano i sentimenti che l’uno provavano per l’altra, e per quanto ci provasse ad ignorare ciò, a farselo andare bene, proprio non ci riusciva. Ma sapeva anche che in quella circostanza, era lui quello “estraneo” alla faccenda, perché per quanto non approvasse e non aveva approvato nemmeno quando Charlie era tornato dopo /anni/, era quella la realtà, che Faith voleva ancora bene a lui e ci teneva più di quanto ad Hunter andasse giù, e ciò, in gran segreto, lo faceva sentire terribilmente egoista.
Si voltò solo qualche istante dopo, annuendo lentamente, le mani unite dinnanzi a sé che continuavano a stringersi tra loro così forte tanto da non riuscire più a sentire il sangue fluire nelle dita. < Sì. >, sussurrò quindi alla fine, ristabilendo un contatto visivo con lei. < E’ questo che penso. >
Il tempo trascorreva con lentezza, impregnato di quel silenzio pesante – tanto pesante che le pareva di sentirsi soffocare. Ogni secondo trascorso, ogni secondo scoccato e scandito dall’orologio era un’ulteriore lama che si conficcava nel suo già lacerato petto. I biglietti fra le sue mani erano ormai ridotti a carta macerata, le dita avevano preso a tremarle in maniera involontaria e incontrollabile.
Era una sensazione strana, quella che stava provando. La sentiva nascere dallo stomaco e invaderle ogni membra, percepiva la sua portata, la sua forza. Riusciva a riconoscerla, perché l’aveva provata altre volte e in ogni singola occasione quella sensazione fisica era stata accompagnata da un rumore ben distinto, un rumore sordo, istantaneo – come lo può essere quello che caratterizza la rottura di un prezioso vaso di cristallo.
Era il chiasso che produceva in suo cuore quando andava in frantumi, era il baccano originato delle promesse infrante, delle speranze spente; era l’urlo del suo ego lacerato.
Era preparata a quelle parole; si era spesso vantata di conoscere Hunter come le sue tasche, di essere a conoscenza di ogni suo pensiero, di poter prevedere i suoi discorsi – per cui era perfettamente conscia che mai sarebbe tornato sui suoi passi, giusti o sbagliati che fossero.
Sotto quel punto di vista, comunque, erano due personalità molto simili.
A quell’unica, definitiva risposta, Faith deglutì, stringendo fra di loro le labbra – portando per qualche istante le dita davanti alla bocca, onde evitare che lui potesse notare la sua smorfia. Si alzò in piedi, con decisione, si avvicinò alla porta il più celermente possibile, recuperò scarpe e giacca, sistemando quest’ultima sul suo braccio. Solo a quel punto posò lo sguardo su quello di lui – un’espressione decisa, sicura, sebbene il colore grigio e spento che avevano assunto le sue iridi la tradivano.
« Sai cosa? Avrei dovuto saperlo. Questa è stata tutta colpa mia. Non siamo fatti per stare insieme – non lo siamo mai stati e mai lo saremo. Siamo troppo…- Sbagliati, insieme. Dannazione, avrei dovuto capirlo nell’istante stesso in cui abbiamo litigato persino per i cereali da comprare. »
Nonostante il suo tono non fosse convincente, nonostante fosse palese che non credesse minimamente a ciò che stava dicendo – quelle parole erano state pronunciate con una tale cattiveria, con una tale freddezza che, non appena varcò la porta di casa di Hunter, non appena il suo volto venne sferzato dall’aria fredda della notte, delle calde lacrime presero a solcarle le sue stesse guance.