Al di là della propaganda, i documenti ottenuti da Matt Taibbi dicono che i social non sono mai stati luoghi trasparenti.
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Al di là della propaganda, i documenti ottenuti da Matt Taibbi dicono che i social non sono mai stati luoghi trasparenti.
1986: Radio Parolaccia
Io i microfoni aperti di Radio Radicale, quelli del '86 (poi ne vennero degli altri), non ho fatto in tempo a conoscerli, nel 1986 ascoltavo i Duran e guardavo i robottoni alla tv, non mi interessavo di nulla ed ero puro come un agnellino. Solo più tardi ho recuperato questo pezzo di storia patria e col senno del poi posso dire che quella è stata l'unica vera esperienza di free speech di cui ho ricordo, checché ne dica Elon Musk col suo troiaio ambulante (il troiaio in questione è Twitter). Eh, direte voi, ma i microfoni aperti hanno dato voce all'odio, al razzismo e alle battute sulla figa. Sì, proprio così: o è free speech o è safe speech, tertium non datur, e se fa danni pazienza, altrimenti non vai a millantare in giro cose che non sono. Una grande entità regolatrice vigila sul mantenimento della civiltà: gli inserzionisti, mano invisibile che premia e punisce i social virtuosi e corrotti, decide il mercato, che anticipa nel consumatore la nozione di quel che gli è consentito volere. La libertà di parola non è tutta elegante e pulita, se è troppo pulita è una sua contraffazione.
New works by #bansky are popping up across #ukraine in the last 48 hours. Here’s just a few. https://www.instagram.com/banksy/
Ieri a DiMartedì Floris ha chiesto alla biologa Barbara Gallavotti una spiegazione razionale, scientifica del fenomeno del negazionismo.
La risposta è ciò che da mesi ognuno di noi ha sempre pensato, sospettato, immaginato, senza avere le competenze e la grazia per spiegarlo in modo così chiaro.
“Nella mente di un negazionista” ha spiegato Gallavotti citando le teorie di Earl Miller, uno dei più importanti neuroscienziati al mondo, “forse avviene qualcosa di non molto dissimile da quello che accade in certe forme di demenza in cui le zone del cervello ricevono informazioni false e le inviano alla parte di cervello incaricata del pensiero razionale la quale fa degli sforzi per dare un senso a quelle informazioni. La parte del cervello dedicata al pensiero razionale confeziona quelle informazioni false in modo da renderle convincenti".
In parole povere, siamo tecnicamente di fronte a una forma di demenza, né più né meno.
Almeno ora abbiamo una spiegazione scientifica a questo delirio di massa. Ricordatevi di queste parole la prossima volta che ne incontrate uno.
Lorenzo Tosa
Cartoons of the Prophet Mohammad were projected onto government buildings in France as part of a tribute to history teacher Samuel Paty, who was murdered by an Islamist terrorist last week.
The controversial depictions from the French satirical newspaper Charlie Hebdo were displayed onto town halls in Montpellier and Toulouse for several hours on Wednesday evening, following an official memorial attended by Paty’s family and President Emmanuel Macron in Paris.
Le procès des attentats s'ouvre demain, on n'oublie pas !
FRATERNI AMICI
Rispettando il proverbio “I parenti te li da dio, ma gli amici li scelgo io” il Governo italiano mantiene per necessità famigliare contatti coi cugini francesi, ma stringe amicizia con i ragazzotti del Cairo e con quelli di Istanbul
Dopo aver chiarito che l'Egitto é un nostro “fraterno amico” l'ineffabile di maio esalta l'amicizia con Erdogan che é il nostro secondo partner commerciale in ambito europeo (il primo é l'Egitto) ed il quinto su scala mondiale. Più o meno 20 MILIARDI di Euro all'anno che da Ankara finiscono a Roma. Come si fa a non essere amici ?
Quindi non sorprendono nemmeno le dichiarazioni di Guerini (ministro della difesa) che in occasione dell'incontro col suo omologo turco si lascia andare a considerazioni colme d'affetto del tipo “La Turchia è un partner importante dell’Italia e un prezioso Alleato NATO e nel corso della conversazione abbiamo constatato punti di condivisione negli scenari, Iraq e Afghanistan, che ci vedono congiuntamente impegnati. a conferma dello stato eccellente delle relazioni tra i nostri due Paesi”
Nessun accenno ovviamente alle divergenze. In particolare la Libia dove la Turchia ha di fatto esautorato la Guardia Costiera libica e controlla quel pezzo di mare che é internazionale per tutti ma é privato per i libici.
Nessuna parola neanche sulla disputa con la Grecia e tanto meno sulla missione Irini che l'Italia conduce nel Mediterraneo.
Silenzio sul sanguinoso conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, altro fronte militare che vede coinvolte le forze armate di Erdogan, le cui posizioni non coincidono con quelle italiane.
Ovviamente silenzio sui Diritti Umani che in Turchia vengono regolarmente disattesi e coloro che li invocano finiscono in carcere.
Insomma, la polvere va messa sotto il tappeto.
Claudio Khaled Ser
Le decapitazioni e il ruolo di Erdogan che cinguetta con l’Isis per destabilizzare le nostre democrazie
Se uccidono per colpa di una vignetta significa che hanno paura.
Perchè quando la satira mette a nudo qualsiasi forma di potere - quello religioso come quello temporale, quello politico come quello economico - vuol dire che la democrazia è in salute.
Che ha ancora degli anticorpi sani.
E i fascisti islamici - tali vanno chiamati - hanno paura della satira.
Perchè irride i pregiudizi, perchè smonta le casematte della superstizione, perchè bonifica i giacimenti d'odio, perchè fa crollare le impalcature ideologiche degli spacciatori di integralismo.
La Francia laica e repubblicana è oggettivamente sotto attacco.
E con lei alcuni capisaldi della civiltà democratica: la libertà di stampa innanzitutto.
Erdogan prova a soffiare sul fuoco, a investire sullo scontro di civiltà: vuole ergersi a paladino del mondo sunnita, imporsi come leadership militare, economica e morale di un'intera area del globo.
Con una lettura dell'Islam sempre più fondamentalista, arcaica, autoritaria.
Ha trasformato il volto della Turchia, messo in discussione la laicità dello stato, annichilito le minoranze, aperto una nuova stagione di colonialismo regionale, dal Mediterraneo al Caucaso.
Ha redistribuito i tagliagole dell'Isis - con cui ha cinguettato nel corso degli ultimi anni - tra la Libia e il Nagorno Karabakh, passando per la Rojava.
Lo ha fatto lui, il Presidente di un paese che è il secondo esercito della Nato, non Al Baghdadi.
Va detto chiaro e tondo che Erdogan sta giocando con i decapitatori e i lupi solitari, sta puntando a raccogliere i frutti politici di quella follia omicida, sta giustificando l'ingiustificabile, sta lavorando sulla destabilizzazione delle nostre democrazie.
Ieri l'orribile decapitazione dell'insegnante Samuel Paty a pochi chilometri da Parigi, oggi i tre morti nella Chiesa di Notre Dame a Nizza.
Il bollettino terribile di una scia di sangue sempre più inquietante e che non sembra fermarsi nemmeno con il lockdown.
Il caso Erdogan non è più una questione che riguarda una ristretta schiera dei militanti per i diritti umani, che hanno provato ad accendere i riflettori - spesso nel silenzio colpevole e complice dei grandi mass-media occidentali - sugli arresti dei giornalisti, degli attivisti, dei deputati, dei sindacalisti, dei magistrati dopo il golpe del 2016.
Qui siamo davanti a una grande partita geopolitica, dove a parlare non sono solo le armi.
La Turchia vuole diventare una potenza egemonica, la testa di ariete di un Islam radicalizzato.
Per combatterlo serve la politica, la capacità di spegnere gli incendi, di ricostruire una visione per il Medio Oriente, di non concedere alibi a chi strumentalizza l'umiliazione di popoli come quello palestinese.
Va fatto ora, con un sussulto dell'Europa innanzitutto, perchè i fatti francesi ci dicono che c’è un conflitto nel mondo islamico fortissimo, tra chi lo vuole portare indietro e chi pensa che la strada siano la libertà la giustizia e la convivenza.
Possiamo lasciare questa partita solo alla solitudine di Charlie Hebdo?
Arturo Scotto
Usa 2020, anche se Trump non venisse rieletto potrebbe uscirne vincitore
A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane Bloomberg pubblica un articolo sui pericoli che Donald Trump corre se non sarà rieletto. L’analisi è corretta, il presidente americano ha una serie di processi e di accuse che sono stati “congelati” grazie alla sua posizione politica.
Una volta tornato ad essere un normale cittadino, però, la macchina della giustizia si rimetterebbe in moto, a quel punto senza un’indennità presidenziale Donald Trump potrebbe anche finire dietro le sbarre dal momento che le accuse sono tante: dalla frode fino all’ostruzione della giustizia. Naturalmente questo non succederà, anche se Joe Biden detesta il suo rivale: Trump appartiene alla lunga lista degli ex presidenti del paese e arrestarlo sarebbe un affronto alla carica che ha ricoperto.
Il New York Times, che ha denunciato l’evasione fiscale di Trump, concorda con i colleghi di Bloomberg: Trump farà di tutto per vincere e anche se perdesse si rifiuterà di accettare i risultati dello spoglio delle urne e chiederà di ricontarle; c’è anche chi pensa che sia disposto ad incitare la destra militarista americana a mobilitarsi, a scendere in piazza in assetto da guerra per fare giustizia della frode elettorale dei democratici.
C’è però chi offre previsioni totalmente diverse. Un avvocato americano di casa nei corridoi del potere e che vuole rimanere anonimo sostiene che Trump ha un piano ben diverso. Se dovesse perdere allora nel periodo che va da novembre fino al 21 dicembre si dimetterebbe. A quel punto Mike Pence, il suo vice, diventerebbe presidente e gli concederebbe il celeberrimo pardon, il perdono, presidenziale.
E’ quello che fece Richard Nixon che non venne mai condannato nel processo di impeachment. Si dimise e il suo vice, Gerald Ford, lo perdonò. A quanto pare il pardon presidenziale impedisce qualsiasi causa futura, ciò significa che Trump lascerebbe la Casa Bianca mondato da tutte le accuse, proprio come fu per Nixon.
In caso di vittoria il presidente avrebbe 4 anni per perseguire questa strategia. Potrebbe anche non attendere la fine del mandato dal momento che nel 2021 matureranno circa 100 milioni di prestiti immobiliari contratti dalle sue società, al momento gestite dal figlio, soldi che Trump non ha.
Banche e finanziarie sono reticenti a rinegoziare prestiti con familiari del presidente a causa dei controlli serrati da parte dell’amministrazione pubblica, la Riserva Federale e soprattutto l’ufficio delle tasse. Diversa sarebbe la situazione se Trump non fosse più in carica.
Se questa analisi è corretta allora Trump darebbe prova di essere una vecchia volpe e di aver capitalizzato al massimo la vittoria elettorale del 2016, essendosi sbarazzato di tutti i problemi che aveva con la legge quando è stato eletto.
di Loretta Napoleoni, economista
Le manifestazioni degli ambientalisti hanno avuto scarso risalto giornalistico, mentre i negazionisti del covid hanno ricevuto moltissima at
Comrade Attenborough
Questo ragazzo si chiama Valerio Carocci, ha 29 anni ancora da compiere, una passione bruciante per il cinema, e da ieri è ufficialmente stato messo sotto scorta dallo Stato italiano.
La ragione? Perché un paio di anni fa, insieme a un gruppo di coetanei antifascisti, ha osato immaginare un luogo in cui il cinema arrivasse direttamente e gratruitamente nella periferia di Roma. Ha salvato un cinema storico dalla demolizione e l’ha rimesso a disposizione della collettività, facendolo rivivere, e altri spazi grazie a loro stanno rinascendo. Ha acceso le luci e riportato la cultura lì dove c’era solo spaccio, degrado, criminalità. Lo ha chiamato Cinema America, quello a cui qualche settimana fa aveva fatto visita anche il Presidente del Consiglio Conte.
Un luogo così disturba, dà fastidio, non te lo perdonano. Così prima sono arrivate le minacce, poi le botte dei fascisti, le aggressioni squadriste, culminate con l’episodio dell’anno scorso in cui tre membri della squadra sono stati malmenati da esponenti di CasaPound solo perché indossavano la maglietta dell’associazione. Infine l’agguato di pochi giorni fa allo stesso Carocci da un “antagonista”, il Pronto soccorso, preceduto e seguito da altre minacce di morte. Una situazione talmente grave da indurre la Prefettura di Roma a metterlo sotto protezione.
Viviamo in un Paese in cui un ragazzo di 29 anni antifascista che produce cultura e lancia ponti è costretto a vivere sotto scorta per le botte e le minacce subite. “Sono solo un ragazzo che ha salvato un cinema” si sfoga. “In questo Paese qualcosa non funziona.” Totale solidarietà a Valerio e a tutti i ragazzi del Cinema America. Il mondo alla rovescia.
Lorenzo Tosa
Enough.
Finalmente. Dopo un mese (un mese!) in cui nessuno era praticamente riuscito ad inchiodare Salvini sulla sua plateale incoerenza (almeno non vis-à-vis), ieri sera Formigli l’ha atterrato.
A Piazza Pulita gli fa partire la sorpresa: quel gran bel video dove diceva “aprite, aprite tutto”. Proprio dritto davanti a lui. Lui si contorce, abbassa gli occhi. Sembra esplodere a un certo punto. Ma non può far niente. Per questo è livido: perché stavolta non può scappare. Quindi gonfio di rabbia sbotta: “Era una valutazione scientificamente sbagliata…ma come quella di Conte!”. Formigli, calmissimo, lo ascolta con la mano sul mento. Poi lo guarda: “Eh però il suo video è del 26 febbraio, Conte la Lombardia l’ha chiusa il 25”. Salvini arranca ma ci prova con il solito trucco: “Se vogliamo dire che il virus è colpa di Salvini mi arrendo!”, dice abbozzando un finto sorriso pieno di rabbia. Ma Formigli non molla: “No. Non le ho detto questo: ho detto che l’errore è stato di tutti. E Sala si è scusato”.
Salvini non ce la fa più. Nero dalla rabbia ma allo stremo delle forze, cede: “abbiamo sbagliato”.
Termina così, dopo un mese, una delle ultime più grandi incoerenze di Salvini.
Il risultato l’ha portato a casa un giornalista con “g” maiuscola. Che ha insegnato a tutti una cosa: quando si ospita un uomo politico, chiunque esso sia, non lo si accomoda sulle poltrone. Ma ci si discute. Si incalza. Con calma e rispetto. Ma lo si fa. Nel nome degli elettori, nel nome dell’informazione.
Prendano nota gli altri. Gli altri di cui non facciamo nome, ma che sono ben noti.
(Leonardo Cecchi)
THE TOMB OF THE DIVER 470/80 BC
The Tomb of the Diver in Paestum was found on June 3, 1968, in what used to be known as Magna Graecia, and today is part of the province of Salerno.
The terrific discovery was the reward of archaeologist Mario Napoli’s hard work, which led him to the five travertine slabs closed up into a sepulcher. Although a huge number of finds had already turned up in this area of Campania, this one was special: the inner side of the stone slabs was daubed and painted.
To @roldanroldanroldan & @toelmoum-finisterrae
Many thanks to a friend muse ( @ava11waywardmuse ), for this shared gift.
A big hug from Galiza :))
35 delfini catturati, legati come mazzi di fiori e uccisi. Nuovo massacro in Giappone
di Andrea Centini
Un intero branco (pod) composto da 35 delfini è stato catturato, condotto nella “baia della morte” di Taiji e macellato dai cacciatori giapponesi. Si è trattato dell'ennesima mattanza perpetrata ai danni dei mammiferi marini nella cittadina nipponica, balzata agli onori della cronaca internazionale dopo essere finita al centro al centro del film-documentario “The Cove”. La pellicola di Louie Psihoyos, vincitrice del Premio Oscar nel 2010, fece conoscere a tutto il mondo la barbara e anacronistica tradizione che si tiene nella baia, sita nel cuore della prefettura di Wakayama. Ogni anno in questo piccolo fazzoletto di mare vengono uccisi migliaia di delfini; molti sono quelli catturati per essere venduti (a peso d'oro) ai parchi acquatici e ai delfinari di tutto il mondo.
Ai 35 delfini catturati martedì 11 febbraio non è stato lasciato scampo; sono stati tutti uccisi. Giovani e femmine incinte compresi. Le imbarcazioni dei cacciatori sono uscite dal porticciolo di mattina e si sono dirette verso Sud, dove hanno intercettato il branco di cetacei piuttosto a largo. Dopo aver circondato e spaventato i delfini con la tecnica dei pali di metallo (che vengono immersi e percossi per terrorizzare e radunare gli animali), li hanno spinti verso riva fino a condurli nella baia della morte. Una volta imprigionati, i cetacei si sono raccolti al centro del recinto e hanno iniziato a strofinarsi l'uno con l'altro, come per darsi conforto. È un comportamento già visto altre volte nella baia di Taiji. I cetacei sono infatti animali estremamente sociali e intelligenti, che hanno moltissime caratteristiche in comune con noi e gli altri grandi primati; il terrore che sperimentano per sé stessi e i membri del proprio gruppo rende questi massacri atti semplicemente atroci e disumani. Agghiaccianti le immagini dei delfini legati per le pinne caudali, come fossero mazzi di fiori. Gli esemplari sono stati tutti trascinati sotto i tendoni e uccisi a coltellate.
…I volontari che fanno riprese e fotografie non possono intervenire per ostacolare le operazioni di caccia, poiché verrebbero arrestati e condannati a pene severissime; i membri dell'organizzazione Sea Shpeherd che contrastavano le baleniere giapponesi nell'Oceano Antartico sono stati equiparati a terroristi dal punto di vista legale, con tutto ciò che ne consegue in caso di arresto.