Ritornerai
ME: eccomi dottore sono tornata
DOC: è passato un pò di tempo
ME: si, doc, lo so. ma si ricorda l’onda di merda della volta scorsa? (non attendo la sua risposta, do per scontato che se la ricordi). Beh, l’onda alla fine è arrivata. Non era merda però…
faccio una pausa, voglio incuriosirlo
nulla. mi guarda
ME: vuole saperlo cos’era?
DOC: vuole che io voglia sapere cos’era?
ME: senta caro il mio dottore immaginario, non inizi con questi trucchetti da analista alla Woody Allen! Certo che voglio che lei voglia sapere che di cosa cazzo era fatta l’onda di merda che poi non era merda! che cosa la immagino a fare se non si interessa alle mie cose?
Ad un analista vero non parlerei mai così. Ma oggi- da qualche giorno in realtà- ho un immenso bisogno di essere scurrile, di dire tante parolacce. mi fanno sentire meglio le parolacce. Hanno il potere di convogliare in poche sillabe tutto lo schifo e la rabbia che ho dentro. Sfoghi verbali che hanno il potere di una scarica di mitra su chi mi sta sul culo. Talvolta mi basta anche solo immaginare di dirle, talvolta mi scappano e le borbotto a voce bassa. Qualcuno, dall’orecchio particolarmente fine, mi sente ogni tanto ed io muoiodi vergogna perchè sembro matta. Sciorino i miei vari “e vaffanculo”, “e che due coglioni”, “e che cazzo di merda”, senza apparenti motivi. I motivi sono nella mia testa, ma i passanti non lo sanno.
L’onda si, non era merda, ma ciò non toglie che non sia stata tosta.
ME: anche per questo non sono tornata più da lei dottore, non avevo il tempo.
DOC: va bene, ma quindi…cosa le è accaduto?
ME: dottore…formuli meglio! non è questo che mi deve chiedere. Mi deve chiedere, PER CORTESIA, di cosa cazzo era fatta quella merdosissima onda di quello stramaledetto sogno!!!!!
DOC: va bene… di cos’era fatta l’onda? Ovvero, da cosa si è sentita travolta in questi mesi?
ME: dalle responsabilità.
Ahhhh…l’ho detto! Evviva! Le responsabilità. E le responsabilità sono una vera merda, quindi in realtà ci sono andata abbastanza vicina. Ma in realtà, non è successo quello che temevo.
ME: ricorda dottore la storia del botanico e delle orchidee? (Non risponda la prego! è una domanda retorica. lo so che se lo ricorda!)
Bene, i giovani botanici da me diretti mi hanno accolto con grande calore e piano piano mi sono accorta che di orchidee iniziavo a capirne. Ho studiato, certo, con le orchidee non si improvvisa! Ma abbiamo portato a conclusione la fine del progetto con buoni risultati e lodi da ogni angolo del pianeta. Il mio ego si è nutrito e gonfiato di quei riconoscimenti. Mi sentivo figa, in gamba, finalmente riconosciuta.
Il mio ego cresceva cresceva, e più cresceva e più voleva nutrimento. E così, a lavoro si è aggiunto altro lavoro e poi altro ancora. E il lavoro chiama responsabilità. Ma quelle, il mio ego, non le voleva. Le ingurgitava e le rigettava, senza digerirle.
ME: dottore, io non sono fatta per le responsabilità! il mio ego le rifiuta!
DOC: cosa rappresentano per lei le responsabilità.
ME: ma che ne so dottore, mi fa domande troppo difficili!
Per me sono pensieri che mi sfuggono, che mi sgusciano dalla testa senza che io possa trattenerli ed elaborarli. Sono fitte allo stomaco che mi dicono che non ce la faccio, che non sono all’altezza, che non ci arrivo.
DOC: torna un pò il tema della volta scorsa. il non sentirsi all’altezza. Ma all’altezza poi di cosa?
ME: della vita dottore! della vita!
Io non ci sto dentro alla mia vita. Mi scappa, me la perdo giorno dopo giorno. E lo so che questo è il dramma di tutti gli esseri umani, ma non è che sentirmi in compagnia mi faccia stare poi così meglio!
Sento la mia vita come un puzzle i cui pezzi non si incastrano mai. O il lavoro o gli affetti! tutto insieme non ci sta!
DOC: La vita adulta comporta delle scelte…
ME: ah Dottore che banalità! (d’altronde, l’ho inventato io… che mi aspettavo!)
DOC: e le scelte implicano responsabilità.
ME: il fatto è, che io nel mio nuovo io non mi ci ritrovo più!
DOC: si spieghi…
Per molti e molti anni, ho avuto addosso un’etichetta familiare che mi voleva precisa, ordinata, iper responsabile, affidabile, seria ecc… io a quella etichetta ci credevo, ci ho creduto per tanto, e per quanto mi costasse fatica rispettarla e non far scoprire- nemmeno a me stessa- che il contenuto era altro, mi ci sentivo ormai a mio agio in quell’involucro. Ma quando crescendo ho iniziato a cogliere i segnali della mia diversità, e li ho messi in fila e gli ho dato un senso, beh…quello che ho visto lì per lì mi ha affascinato perchè si intravedeva la vera me stessa, ma ora ne ho paura, ne colgo i limiti. è come se si unissero insieme i puntini della settimana enigmistica, questa volta seguendo bene i numeri, e si scoprisse che il disegno ora è si corretto…ma un pò bruttino. imperfetto.
DOC: lei però è solo a metà del gioco di unire i punti…altri ne deve ancora vedere…è solo a metà della sua vita…
ME: e le sembra poco dottore? e che ne ho fatto della prima metà, prigioniera di un’identità che non era la mia? ho fatto bene? ho fatto male? e che farò dell’altra metà? dove cazzo stanno i prossimi puntini? non li vedo! prima il disegno era chiaro anche se tracciato da altri…ma adesso? adesso che faccio?
DOC: scrive lei le prossime pagine, come d’altronde ha scritto le prime, bene o male che siano venute. ha bisogno di questa illusione che altri l’abbiano guidata. Per una certa parte della vita sarà certamente successo, ma ad ogni bivio è lei che ha scelto, persino scegliendo di fare quel che gli altri si aspettavano. Sono state comunque sue decisioni.
Scelte…e responsabilità. Ed i miei 34 anni dietro l’angolo…
ME: mi faccia gli auguri, doc, è il mio compleanno.
DOC: auguri…
ME: non si sforzi troppo eh!
Ah che disdetta…nemmeno il mio doc immaginario mi capisce.
ME: sto male doc…non ce la faccio!
DOC: se lo dice sempre….e ce la fa tutte le volte!










