L'età rende molto scortesi. Si scopre che esiste la possibilità di essere se stessi e dire di no. –Ian McEwan, L'amore fatale
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@la-ale-qui
L'età rende molto scortesi. Si scopre che esiste la possibilità di essere se stessi e dire di no. –Ian McEwan, L'amore fatale
È un po’ come quando si decide di fare la dieta e si dice “inizio lunedì”. A volte in amore si fa uguale e ci si pone una scadenza ed infinite condizioni perché tutto sia favorevole ed invece alla fine diventa solo tutto più difficile. Invece aveva ragione Baglioni, la vita è adesso ed è sempre meglio trovarsi il modo di far le cose, che valide scuse per non farle
https://hoscrittotamocolcampari.wordpress.com/2015/07/24/io-non-so-parlar-damore/ (via virginiamanda)
succede che mentre provi a dare un senso alle cose, ai giorni che scivolano uno nell'altro, senza sapere come, le prospettive cambiano. e tu sei sempre lì a chiederti quando è fuggita la meraviglia, ma soprattutto da che parte è andata
Posso non essere andato dove intendevo andare, ma penso di essere finito dove avevo bisogno di essere.
Douglas Adams (via falpao)
È un secondo, un attimo, le parole di una canzone o uno scambio di battute in una serie televisiva. E ti colpisce sempre all'improvviso. Così com'è arrivato poi sparisce, ma la sensazione di vuoto che lascia ci mette un po’ di più ad andarsene. È sempre così, quando ti rendi conto che ti manca da impazzire essere innamorata ed essere amata, è sempre così.
“Happily ever after it was not. But sometimes, even the worst endings aren't really endings at all. Even when all seems burned to ash, in our story, there is always another chapter to be told"
Arriva il momento in cui ti rassegni a perdere per sempre quello che hai già perduto.
Tomás Eloy Martínez, Purgatorio (via ladiscarica)
Parlano della scrittura come se fosse la soluzione. Non è così. Scrivi solo quando non puoi fare niente di meglio, scrivi le parole non dette e le azioni non compiute, scrivi i «se» che ti sei tenuto in gola, le domande rimaste sulla punta della lingua, le urla che non hanno avuto voce. Scrivere è il piano b, è la falsa via d’uscita, è ciò che fai quando non riesci a mettere a posto la tua vita.
Carmelita Zappalà (via mariaemma)
Le domeniche costrette fanno male. Sono quelle che ti induco a pensare, perchè non hai alternative. E quindi arrivi a rimuginare e frantumare e ricapitolare e trovare risposte. Nessuno ti dice che arrivi ad un punto della vita, non importa l’età ma penso si comincino ad avvertire i primi sintomi dopo i trenta, forse intorno ai trentadue/trentatre quando non hai superato la critica metà che separa dagli anta, che non sai più nulla. Ovvero ti crogioli in quello che hai [costruito o meno]. E così ti svegli le mattine, ripeti le azioni quasi meccanicamente, arrivi a contare i giorni della settimana che ti separano dal venerdì come se stessi aspettando una rinascita che sembra rimandata poi ad ogni weekend. Non è un’ennesima la prossima volta, no. E’ stanchezza, è noia, è aver già visto tutto del proprio tempo e questo che si affaccia davanti è troppo lontano dai tuoi gusti, o dalle tue forze, o dalle tue voglie. Mancano gli inizi. Quelli che ti danno il carburante non solo per il fine settimana, ma per i mesi se non gli anni a venire. Quelli che ti fanno scalpitare e mangiare ad orari improponibili. Gli inizi di qualcosa. Qualsiasi. Che chissà come dove quando e soprattutto perchè, ad un certo punto si spengono, come se qualcuno avesse premuto un interruttore, un off a nostra insaputa, un salvavite per le probabili delusioni, forse. Gli inizi che ti rendono meno monotono di quanto vorresti essere. Chè fa così triste a volte fermarsi a pensare quanto si è grigi nel sapersi contenti per il divano che aspetta a casa, per il pieno alla macchina, per la pizza del sabato sera e alle undici già accusare il sonno, per il cinema la domenica pomeriggio e tutte quelle cose che pensavi non sarebbero mai toccate a te quando saresti arrivato a quell’età. E invece eccoti qua. Sipario.
Quanti anni avevo quando ho capito che su quel sentiero buio e solitario l'unica luce possibile era quella che io stessa avrei emanato? Anche se sono stata cresciuta con amore, mi sono sempre sentita sola.
Banana Yoshimoto (via solosilviapunto)
Conosco un paio di coppie che funzionano. Ma funzionano sul serio, nel senso che vedi due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Sono persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché sono risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Io la felicità l’ho vista lì. Il resto, ossessioni, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna. L’amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto.
Unknow (via collezionistadiparole)
Perché io sono ancora quella che se non sa se riesce a tornare, preferisce non andare.
inveceerauncalesse (via soggetti-smarriti)
Ogni età ha i suoi rimpianti. Quando inizi a camminare, vorresti ancora le braccia di tua madre. Quando inizi a lavorare, ti mancano i pomeriggi di cazzeggio studio con gli amici. Quando convivi, ti manca il bagno che usavi da solo. Quando sei solo, rimpiangi qualcuno che ti porti il caffè a letto la mattina. Ogni volta che finisce una fase della tua vita, pensi che le cose belle andate non torneranno più
http://www.dottoressadania.it/2015/03/18/non-e-davvero-mai-troppo-tardi/ (via virginiamanda)
L’amicizia che ‘si coltiva’ non so se mi piace. A me piace l’amicizia che la pianti un giorno e ti conquista il giardino
un’amica su FB (via strollingontherainbow)
Pensavo fosse un tramonto, invece era una pippa mentale
Ero in macchina. Alla radio parlava una ragazza. Giorgia, o Giordania. Non mi ricordo. Io comunque spero Giorgia. Giorgia diceva al conduttore radiofonico che non le bastava il tempo. Non le bastava per leggere. Non le bastava per fare quel che doveva fare: “ho troppe tele da voler dipingere e ventiquattro ore non bastano mai”, ha detto. Ed io ho pensato che un po’ mi sento così, come si sente lei. No, non come un pittore con poco tempo, ché non so nemmeno disegnare una torta. Ho pensato che un po’ mi sento come in preda al tempo che non basta. Forse un po’ più che un po’. Magari spesso. Facciamo quasi sempre. Dal finestrino della macchina guardavo le nuvole scorrere in un cielo rosso che piú rosso non poteva essere. Rosso come la spia di un allarme. E cosí ho pensato quel cielo: allarmante. Nella mia testa non faceva altro che mettere enfasi sulle nuvole che - così come il tempo - scorrono. Non faceva altro che ricordandomi che non solo non c’é mai abbastanza tempo, ma che, proprio per questo, c’é ancora meno tempo per perdere tempo facendo cose che non ci appartengono nemmeno.
Può essere che io veda tutto a rovescio. Può essere che la mia personale visione delle cose, messa a confronto con altre visioni delle cose, risulti un tantino fuori scala. Può essere che mi infastidiscano cose che non dovrebbero e che mi scivolino addosso cose che invece dovrei tenere in maggiore considerazione. Perciò mi capitano queste malinconie brevissime di cose che sono state e anche di cose che non sono e plausibilmente non saranno mai. Soprattutto mi dispiace di non saper mai spiegare fino in fondo quel che provo, e mi dispiace di scappare sempre, ogni volta che le cose prendono una brutta piega, mi dispiace di dovermi prendere questo tempo per stare lontano dai problemi, tempo che mi serve per prendere le distanze dal dolore e dalle ragioni e dai torti e dalle scuse. Chiudo la porta, è così che faccio, è così che ho sempre fatto, è così che ha sempre funzionato. Per me. La comprensione ha una gestazione lunghissima. Mentre la malinconia ha spazi brevissimi. E io penso sempre ad altro.
(Vorrei rivederti. Vedere coi miei occhi se sei ancora come allora, se ci sono segni sul tuo viso, se hai riso, se hai negli occhi tracce di cose che ti hanno fatto soffrire, se ti ricordi di me com’ero allora. Se esiste traccia addosso a te di quello che è stato. Perché, forse, se lo ricordassimo in due, non sarebbe così lontano)
vetrocolato