Provo a mettermi nei suoi panni, e mi viene da chiedere scusa
Ci ho provato davvero. Ho chiuso gli occhi, ho fatto un respiro, e ho cercato di immaginare cosa significhi essere lei. Lei che aspetta. Lei che ha messo un mi piace tre settimane fa e da allora aspetta che il sottoscritto, valoroso cavaliere del nulla, si decida a scrivere due righe.
Mentre lei aspetta, nella sua chat arriva di tutto. Non ti dico chi, ti dico solo che esiste un'intera categoria umana che apre una conversazione con "ciao bella" e si offende se non rispondi entro otto minuti. Lei intanto guarda il mio profilo, vede che sono online, vede che metto reaction ai meme dei cugini, vede che commento le partite, e niente. Niente di niente. Sto lì, presente come un sasso, attivo come un comodino.
Quando finalmente trovo il coraggio di scriverle, lo faccio con la stessa naturalezza di chi disinnesca una mina. "Ehi". Punto. Ehi. Sette anni di liceo classico, due lauree mancate per un pelo, una vita di letture, e il massimo che riesco a partorire è un saluto da neanderthal con il raffreddore. Lei risponde gentile. Io aspetto due ore prima di rispondere a mia volta, perché un amico mi ha detto che bisogna far passare del tempo, sennò sembri disperato. Sembro disperato lo stesso, ma con un ritardo studiato.
Poi arriva il giorno. L'appuntamento. E qui provo davvero a entrare nella sua testa.
Lei apre l'armadio. Non ha niente da mettersi. Non perché non abbia vestiti, ne ha ottanta, è che nessuno è quello giusto per stasera. Ogni vestito racconta una storia che stasera non vuole raccontare. Quello rosso è troppo, quello nero è da funerale, quello a fiori è da prima comunione, quello corto è da facile, quello lungo è da zia. Trova alla fine un compromesso che la fa sembrare se stessa, e si veste sapendo che dietro a quel vestitino ci sono due ore di depilazione, una piega che le ha rubato il pomeriggio, e un perizoma che le ha rubato la dignità. Tutto questo per uno che si presenterà sotto casa con le scarpe del matrimonio del cugino, scarpe rigide come tavolette di legno, e con dentro l'auto trentadue gradi di climatizzatore artico perché ha paura di sudare.
Lei scende. E qui io, da uomo, dovrei dire una cosa bella. Una di quelle frasi che le donne raccontano alle amiche per anni. Invece dico "ciao", magari aggiungo "stai bene", che è la frase più tiepida mai pronunciata sul pianeta Terra, paragonabile a "non male" detto davanti al Colosseo. Lei sorride lo stesso, perché è educata e perché ha investito troppo nel pomeriggio per buttarlo via adesso.
Al ristorante ordina quello che le pare, e fa benissimo. Io intanto faccio il calcolo del conto sotto al tavolo come un commercialista in piena dichiarazione dei redditi. Lei se ne accorge, lo sa, lo sente. Ma fa finta di niente, perché vuole vedere se almeno su questo so reggere la parte. La reggo, in effetti, però con dentro un dolore sordo che mi sale dallo stomaco e che non è solo il fritto. Lei lo vede e finge di non vederlo, e in quel non vedere c'è una generosità che noi maschi non meritiamo quasi mai.
Arriva il momento del cinema, perché lei lo propone con un sorriso che non si può rifiutare, e io già so che mi addormenterò al ventesimo minuto. Mi addormento al sedicesimo. Lei se ne accorge e non dice niente, perché ha capito che è andata così, che la serata è quella, che io sono questo. E si chiede, lo so che se lo chiede, perché ha aspettato tre settimane uno che si addormenta al cinema durante un film che lei aveva scelto con cura.
Poi arriviamo all'ultimo atto, sotto casa sua. E io, valoroso, provo l'ultima carta. Una carta scritta su un manuale degli anni Ottanta, scritto da un altro come me, magari peggio. Lei capisce tutto. Capisce prima ancora che io apra bocca. E mi salva, mi salva sul serio, con una frase gentile che mi lascia uscire dalla scena con un minimo di dignità. "Ti chiamo io". Non chiamerà. Lo sa lei e lo so io. Ma è il modo in cui me lo dice che fa la differenza, perché mi sta concedendo un'uscita di scena pulita, e questa è l'unica vera cortesia maschile che ho ricevuto stasera, ed è una donna a farmela.
Lei sale. Si toglie le scarpe nell'ascensore, perché quei tacchi le hanno spezzato i piedi tre ore fa. Si toglie il vestito come ci si toglie un costume di carnevale. E apre la chat con le amiche, perché stasera deve raccontare. E mentre racconta, io provo a immaginare cosa scrive, e mi viene paura. Perché se lei è onesta, e lei è onesta, sta scrivendo che ero gentile, sì, simpatico, sì, ma. Quel ma. Quel ma che noi maschi non riusciamo mai a sentire perché parliamo troppo.
Io intanto, in macchina, abbasso il finestrino e mi convinco che è andata bene. Mi convinco che richiamerà. Mi convinco di tutto, perché gli uomini sono fatti così, ci convinciamo. Le donne, invece, vedono. È questa la differenza.
E allora sì, da uomo, mi viene da dire una cosa che noi maschi diciamo poco. Una cosa semplice. Grazie per la pazienza. Quella che avete con noi, ogni volta che scendete sotto casa, ogni volta che fingete di non vedere il calcolo del conto, ogni volta che ci dite "ti chiamo io" e ci lasciate uscire interi.
Forse, una volta su cento, varrebbe la pena chiamarvi noi. Ma per davvero.