Il respiro si fa tremolante senza che se ne accorga e quando l’indice tocca finalmente la punta del mento, la incoraggia ad alzare il capo con una incorporea pressione. Dopodiché le libera il volto per cercare di richiudere invece le dita intorno il suo collo — di punto in bianco ma senza forza — ed infrangersi finalmente contro la sua bocca. È un permesso quello che chiede all’inizio: di poterla baciare, in un incontro lento di occhi chiusi e respiri che si mescolano. E labbra che si ritrovano come fosse la prima volta.
Il modo in cui le labbra si schiudono in un sospiro leggero, d’apprezzamento per quella leggera pressione esercitata dalle falangi altrui contro il proprio collo, suona esattamente come quello che é: un invito. Un invito a baciarla, se vuole, a stringere, a farle sentire quanto la desidera. Lei, d’altro canto, si ritrova a schiudere lentamente le labbra su quelle dell’altro, colta dall’improvvisa necessità d’approfondire quel contatto. Si muove con la stessa titubanza di chi è in balia di allucinazioni febbrili, terrorizzata che tutto le possa essere strappato, da un momento all’altro.
Le dita giunte intorno la pelle della mezza greca soddisfano realmente l’invito e stringono un po’ di più la presa, quasi condividessero la paura di vedersi privare del calore vitale ch’è lì per riempire il vuoto.
Adesso che le teenage features sono ufficialmente sparite, non si può dire abbia vanificato generazioni di sacrifici: ad equilibrare il fisico affusolato, custodito dopo un lungo assenteismo dagli sport magici e dal disagio delle uniformi sudate, ci sono spalle considerevolmente larghe e quei 196cm da pertica che non di rado agghinda con tonalità scure o rispettando la spontanea predilezione per ciò che è bello e poco convenzionale. I riccioli neri hanno trovato la giusta proporzione in un taglio sempre troppo lungo ma ben curato, ed in perfetta armonia sia con l'influenza slava dominante negli spigoli del volto, che con l'incarnato d'alabastro. E benché i tatuaggi magici e le Merlino's consumate all'ombra di anfratti nascosti rimangano tuttora una sua grande debolezza, gli capita talvolta anche di ricorrere a stratagemmi per mettere in evidenza le iridi d'ossidiana, frutto del retaggio francese.
Temperamento
In una famiglia dove l'arte è un concetto legato al sangue, non ha acquisito quasi nulla di tutto ciò. Ha conservato tuttavia i vizi dell'ambiente elitario in cui è cresciuto e, quand'è utile, ha imparato a chiudere segretamente un occhio dinanzi alle trasgressioni che hanno poco da spartire con le idee illustrate ed approvate dalla pureblood society. Ripudia le emozioni troppo intense e i sentimentalismi degli altri, mentre sigilla i propri in un caveau di cui talvolta preferisce dimenticare l'esistenza. I'm sorry, did I just roll my eyes out loud? Sincero nella misura in cui gli sono concessi sarcasmo, critiche e malignità, ma altrettanto affine alla definizione di lealtà che ha formulato appositamente per una cerchia oculata di affetti. L'indolenza rimane il suo miglior vestito, l'umanità e il senso dell'umorismo soluzioni effimere a cui spesso abbina una superficialità apparente.
Cheryl Turner per Belke - The Sea Lion, capsule ispirata a Lionel LaLaurie; Gennaio ‘82
The Lion King: cappotto in pelliccia | The Lion’s Skin: completo composto da pantaloni e giacca; quest’ultima, lunga fin terra, è bordata sul lato destro da pelliccia nera
Poseidon: completo composto da pantaloni e giacca; entrambi sono attraversati da una fitta trama di squame argentate visibili solo quando colpite dalla luce
[L] Da frequentatrice assidua ed abitante di Brighton il percorso a cui son giunti dopo un rapido passaggio tramite metropolvere non dovrebbe giungerle per niente nuovo. Il freddo inglese seppur rigido non entra dentro le ossa, mitigato dal molo a stretta vicinanza, il quale lambisce la medesima galleria d’arte ch’è stata testimone anche del proprio diciannovesimo compleanno e che sembra anche essere la meta finale del ventesimo della Turner. Le luci principali dell’edificio sono di nuovo tutte spente e le porte tutte chiuse, infatti l’ingresso è negato al solito pubblico per via dell’orario, ma non al mezzo francese che ne possiede — forse avute in prestito — le chiavi. L’interno è un po’ diverso dalla visita precedente: un lungo tappeto blu zaffiro s’estende dall’ingresso principale alla rampa di scale che li attende in un’altra zona dello stabile, guidando un percorso che si srotola fra statue di marmo, cornici barocche o più semplici ed altre declinazioni figurative dell’arte. Anche questa strada dovrebbe sembrarle familiare, anche se piccoli dettagli sono stati modificati prima del loro arrivo e rispetto la visita del 31 Maggio. L’illuminazione soffusa è provvista grazie a candele sorrette da candelabri d’oro che sbucano dalle pareti, ciascuno sui temi del cigno e quindi decorati con ali eleganti, colli affusolati e becchi ben smussati, nonché occhi con incastonate altre gemme di zaffiri, in tinta con la tappezzeria a terra che serve ad attutire i loro passi e rendere l’atmosfera ancor più suggestiva. L’ultima porta è l’accesso alla speciale cupola di vetro, che nonostante il pavimento marmoreo sembra ancora essere parte del mare e del cielo, con piccoli fiocchi di neve che per magia volteggiano nell’aria e si dissolvono prima di bagnare la stoffa dei vestiti degli unici due visitatori a cui è consentito entrare. Sulle pareti trasparenti ed in cornici di cristallo che richiamano le volute che l’acqua salmastra crea buttandosi sulla sabbia e le decorazioni naturali di varie specie di conchiglie, sono esposte foto di una nuova mostra: the Lady of the Sea. Quest’ultima è dedicata a Cheryl, il soggetto centrale e ricorrente in ognuna di esse, che appare immortalata in anni ed occasioni diverse ma sempre dall’ideatore della mostra. Sotto ogni scatto sono riportati luogo e data, tra i quali appaiono Roma, la Grecia, la festa di Halloween del ’77, la magione parigina dei LaLaurie, i Party che hanno organizzato entro le mura di Hogwarts e molti altri ancora. La luce delicata è sempre provvista da installazioni uguali a quelle che han potuto notare in precedenza, mentre al centro dell’ambiente è posizionato un tavolino rotondo e sopra di esso vi è una torta con un numero di candeline pari — ed ovviamente già accese — alla ricorrenza scattata a mezzanotte, elegante col suo tripudio di glasse sempre nel tema della mostra, ossia la Lady del Mare a cui apre pure la porta, invitandola a superare l’uscio per prima. « Puoi esprimere un desiderio o perlustrare prima qui intorno, finché scegli cosa chiedere » all’universo, non alla continuazione della stirpe francese che ha lì dinnanzi « E buon compleanno, ovviamente » che sono pur sempre lì per celebrare la star — lei (!) — del nuovo giorno.
«Ero cosí focalizzata sul cercare di essere tua moglie che ho dimenticato di essere tua amica.» ... «Forse dovremmo ricominciare da capo.» Da quel giorno di dicembre, seduti dinanzi al camino in una casa nel cuore di Londra. I protagonisti -loro due- ci sono, cosí come i testimoni principali dei loro misfatti -un camino e dell’alcool-, e anche la loro condanna -gli anelli che adornano le dita di entrambi. «Forse non doveva andare cosí. E forse abbiamo ancora tempo di rimediare.» Di tornare ad essere loro stessi, per far funzionare quel rapporto, quel matrimonio. Forse hanno ancora tempo di rimediare, e cercare d’essere felici insieme.
[L] « Sì, probabilmente sì » dovrebbero proprio ricominciare da capo, e non solo perché è l’unica strada rimasta intentata.
« Perché non sei tornato prima? » gli chiede, intrecciando le braccia al petto in maniera difensiva, quasi sappia di doversi proteggere dal prossimo, inevitabile colpo.
« Mi hai lasciata un mese a passare in rassegna tutto quello che ho detto e fatto ad agosto, per capire cosa abbia spinto la persona che amo ad andarsene, e torni pretendendo di sapere quanto mi sei mancato? » Non abbastanza? Non c’è più nessun motivo per nasconderlo, per girarci intorno, per provare a convincere lui e se stessa del contrario, ed è così stanca che il tono non si fa portavoce neanche dell’imbarazzo che, fino ad un mese prima, le avrebbe fatto affluire non solo il sangue alle guance, ma le avrebbe addirittura impedito di parlare senza balbettare e piangere.
L’eloquenza s’è spostata altrove: nello sguardo apertamente ostile che la intercetta come la punta d’una lancia e nel timbro, privato del calore per concentrare invece l’energia nell’assalto, come probabilmente non l’ha mai sentito. « Perché non riesci ad accettare di non essere la cazzo di protagonista, per una volta? »
« Tu non mi ami, Cheryl » l’ha nominato lei, dunque non fa altro che ripetere qualcosa di già detto, stavolta esausto « Perché se così fosse stato, la tua preoccupazione sarebbe stata un’altra– non te stessa ed i tuoi drammi. »
« Mi stai lasciando di nuovo? » gli chiede, raddrizzando appena il capo. « Vuoi lasciarmi di nuovo? » Perché, nonostante non l’abbia detto chiaramente, è proprio questo il punto: l’ha lasciata, dopo averle promesso che ci avrebbero provato.
Almeno le ultime due domande sono corrette, considerando l’ampiezza delle falcate che s’inerpicano verso l’uscita del vialetto e la determinazione con cui non sembra disposto a far altro che mostrarle la propria schiena, non più il viso. La sta lasciando di nuovo? Vuole lasciarla di nuovo? L’andatura non s’interrompe e si potrebbe dire che una risposta vera e propria non serve più, quando in questa versione del mito Orfeo non si volta per guardare la sua bella Euridice per l’ultima volta.
[L] La tavola è stata imbandita con ogni pietanza — dolce e salata — immaginabile, nonché adatta a soddisfare il palato di Maghi e Streghe molto raffinati ed habitué d’altre città e capitali del mondo. Tea, correzioni dai sapori interessanti, macarons, syrniki, scones, greek rice pudding, clotted cream, marmellate e molte altre alternative riempiono ciotole, piatti, piattini e vassoi in un tripudio di colori. A quest’ultimi tuttavia s’aggiunge ben presto una ring box molto particolare, con la forma d’una conchiglia creata in oro dalle sapienti bacchette della Victoire, com’è riportato dal marchio sul fondo del pezzo unico, che vien posato sulla tovaglia costosa proprio dinnanzi alla destinataria. « È per te » le spiega, alzando un angolino delle labbra per accennare un sorriso ch’è vagamente di scuse « Mi sono reso conto di non averti mai fatto una vera proposta e ho pensato fosse giusto trovare un modo per farmi perdonare. » Anche se non lo vedrà in ginocchio nemmeno oggi, sul letto di velluto nei toni dell’avorio ch’è stato utilizzato per riempire la metà inferiore della conchiglia, c’è un locket ring in bellissimo oro giallo, sostenuto da un tripudio di piccoli fiori e volute di spuma marina che s’intersecano intorno al sostegno creato per circondare la falange che l’indossa. Sulla sommità della “porticina” invece un diamante blu è incastonato al centro, d’una grandezza fatta per adattarsi perfettamente alla mano di Cheryl. Proviene anch’esso dal laboratorio parigino, sebbene non riporti nessun segno riconducibile alle menti che l’hanno progettata ma solo un’incisione sotto il piatto del medaglione: le loro iniziali intrecciate in una fusione corsiva. « Lo sai che l'idea della Victoire è nata da uno di questi? » Da un anello del genere, sì « Si dice che Jerome LaLaurie ne realizzò uno per la sua amata in modo che un pezzo di lui potesse essere sempre con lei. In quel periodo non erano nemmeno fidanzati e lui credo fosse anche più vecchio » ... « Comunque, alla fine si sposarono e crearono assieme tutto il resto » il marchio di famiglia, per l'appunto « L'anello originale esiste ancora, insieme a quello che Clementine fece per Jerome qualche anno dopo. Entrambi contengono una ciocca di capelli. » Creazioni nate dall'amore nella città dell'amore per celebrare — guess what — l'amore. Per quel che riguarda il locket ring della Guaritrice Wannabe « Non ne esistono e non ne esisteranno altri uguali nemmeno in futuro, nonostante stiano pensando di creare qualcosa in onore dei futuri sposi. » S’affretta ad aggiungere che « Non ne so molto, se l’è fatto scappare per sbaglio Fanny l’ultima volta che siamo stati a Parigi. » Anyway, l’unico motivo per cui eventualmente recupera la scatola è per compiere il proprio dovere a seguito del « Mentre pensi a cosa vuoi metterci all'interno, posso mettertelo io? » Al dito?
Lo sfarfallio delle ciglia accompagna un battere veloce delle palpebre, mentre con lo sguardo tenta di mettere a fuoco quello che viene posato dinanzi a sé. « Cosa…? » un regalo? Cos’è che si festeggia? La confusione iniziale va pian piano sparendo, però, assieme alle parole che il LaLaurie le rivolge. Non osa interromperlo, quasi abbia paura di un improvviso cambio di rotta, ma ad ogni frase che le viene indirizzata, la giovane sembra pender sempre di più dalle altrui labbra. Le palpebre battono ancora, occasionalmente, stavolta per assicurare a se stessa di non star sognando; e, anche se non è riuscita a farlo cadere -letteralmente- ai propri piedi, è riuscita a dimostrargli ancora una volta quanto in realtà abbia bisogno di lui: le falangi corrono velocemente ad aprire la scatolina quando avverte le guance in fiamme e la vista appannarsi appena, a causa delle lacrime che minacciano di rigarle le guance. Lo lascia parlare, non osando spezzare la sacralità del momento, immersa non solo in quello che sta ascoltano ma anche, e soprattutto, in quel che vede: non s’azzarda sfiorare il monile, però, preferendo che sia lui a recuperare la scatolina e assicurarsi, una volta per tutte, che non si tratti di un’illusione. È solo dopo qualche istante che trova il coraggio di voltare il capo verso di lui e, qualche istante dopo, allungare la sinistra in avanti. La mano, tremante, sembra quasi aver bisogno di sostegno, mentre l’altra è incredibilmente veloce e precisa nell’asciugare lacrime che non sono, chiaramente, di tristezza. Non c’è bisogno che l’altro si metta davvero in ginocchio, così come non c’è bisogno che le ponga la fatidica domanda: il « Sì. » della corvonero giunge repentino, sicuro eppure appena vacillante, col tono piegato dalla stessa invalidante condizione che le fa tremare la sinistra e battere il cuore fin troppo velocemente: amore.
È chiaro voglia ribattere, dire qualcosa: lo si capisce dalle numerose volte che le labbra della bionda si schiudono, e poi si richiudono, neanche vittime di una battaglia persa nel giro di qualche istante. Quello che però riesce ad indirizzargli alla fine, è una sola, semplice domanda. Due parole cariche, purtroppo, tanto di tensione quanto di speranza. « Vuoi farlo? »
Non sono le sue labbra che si schiudono più volte a far stringere le proprie — ridotte a una linea sottile — finché gli occhi scivolano per un istante in direzione del fuoco. « Non ne sono sicuro » un altro respiro profondo, il pegno da pagare per non impazzire. « Non credevo saremmo arrivati a questo. Non ho mai– » la bocca del Ministeriale si contrae, però lo sguardo riesce a cercare ancora il suo, mostrando il conflitto disperato e silente che ci si svolge all'interno. « Lo sai » cerca di condensare lì dentro tutto il non detto: il fatto che abbia promesso il proprio cuore ad un’altra « Ero sicuro di avere più tempo di così. »
Il bicchiere vuoto viene posato sul pavimento e i lineamenti assumono un’espressività ancor più abbattuta. « La mia famiglia non è perfetta » mentre gli occhi scivolano in direzione del caminetto acceso « ci sono molte cose che non condivido o che non mi piacciono più, ma chi non le ha? » È retorica, quella che le sta dispensando. « Senza di loro sarei come qualsiasi altro Mago là fuori e sinceramente mi fa paura » la mediocrità, l’ignominia, l’idea di dover lavorare per tutta la vita senza vedere mai più tanti zeri nel conto alla Gringott « e, nonostante tutto, è sempre la mia famiglia. »
« Pensi che potresti essere più felice così? » sposandola, rimanendo al sicuro e garantendosi accanto qualcuno che, nel bene o nel male, gli è legata non solo per via di un semplice anello. « Ci riusciresti mai a…? » ad amarla? Riuscirebbe ad amare lei?
Aspetta una manciata di secondi prima di volgersi verso la futura Guaritrice, magari per attendere che l’alcool nel sangue faccia il suo corso naturale e gli renda la testa più leggera, per poterla guardare senza alcun giudizio. Le pupille scivolano lentamente sul suo viso, soffermandosi sugli occhi e infine sulle labbra, come se questo potesse aiutarlo a formulare una riflessione sensata, nonché piacevole per tutti — se stesso, lei e i loro parenti. « Credo di sì » non una certezza, ma almeno nemmeno una negazione. Dopotutto la prima che deve convincere è la propria coscienza.
« Quando ti ho chiesto di provarci l’ho fatto perché volevo che funzionasse. » voleva disperatamente pensare che il proprio non sarebbe stato un matrimonio infelice, voleva disperatamente pensare sarebbe riuscita a farlo innamorare. « Senza chiederti cosa volessi. Sono stata egoista, e mi dispiace. »
La soluzione ai propri quesiti esistenziali gli strappa uno sbuffetto dal naso che persino s'arriccia, in un moto che dà quasi d’un vaghissimo sollievo. « E quando io ti ho detto di sì volevo esattamente la stessa cosa » che questo fidanzamento funzionasse non solo quando calcano la scena. « Ho avuto un sacco di occasioni per fare un passo indietro, anche prima che uscisse quel volantino » e in tutte quante ha scelto di non farlo, so [ ... ] « Perciò immagino che questo ti renda meno egoista... o ci renda entrambi tali. »
« E lo vuoi ancora? » Vuole ancora che funzioni?
Le iridi d’ossidiana si concedono un piccolissimo break, passando con armonia dalla silhouette di lei alle punte delle proprie scarpe. S’attarda uno, due e tre istanti ancora prima di ritornare ad adocchiarla apertamente ed accoglie nel proprio petto un’ispirazione silenziosa che lo fa ampliare nella parte più alta, dov’è lo sterno. « Vorrei che lo facesse, sì » in fondo in questo naufragio ci sono dentro in due e sebbene sappia d’essere molto egoista, non le imporrebbe mai un supplizio più grande di quello già in corso: concederle il beneficio del dubbio — ovvero che possa essere lei a non voler più cercare di far funzionare le cose — gli sembra il minimo.
Ogni singola porta è chiusa, le luci spente, l’atmosfera spettrale eppure incredibilmente affasciante: piccole luci, negli angoli delle sale, contribuiscono a quelle ombre che macchiano il pavimento, ora di una statua, ora di un piedistallo, ma per arrivare alla meta devono, necessariamente, attraversarle tutte. Le scale in marmo sembrano risuonare sotto i colpi del leggero battere dei tacchetti della Corvonero, conducendo fino ad una porta di cui la bionda, a quanto pare, ha le chiavi. Quello che si staglia dinanzi ai loro occhi è uno spazio che sembrerebbe aperto: le pareti, su cui sono appese cornici dorate e piuttosto grandi, sono in realtà in vetro, così lucide e sottili da sembrare inesistenti. Il pavimento in marmo scuro sembra parte del mare e, lì dove si congiungono, del cielo. Lionel non avrà problemi, però, a riconoscere le opere esposte: sono le sue foto, quelle che qualche settimana prima la bionda gli ha chiesto e poi restituito, dopo qualche giorno. Ognuna di queste manca di didascalia, tenendo il piccolo cartellino candido che le accompagna — nel lato inferiore, spostato sulla destra — candido e, a giudicare dalla piuma che levita in giro, pronto ad essere riempito dalla mano stessa dell’artista della serata. Giunge ovattato il rintocco della mezzanotte, da fuori l’edificio, eppure abbastanza percepibile affinché la bionda abbozzi un leggero sorriso, nel dirgli che « Buon compleanno » è ufficialmente il 31 di Maggio, il giorno del suo compleanno, e hanno tutta la notte per godere della mostra che ha curato personalmente.
L’imponente castello dei LaLaurie sorge su una delle scogliere di Mull of Kyntire, chiamato quel sabato a far da sfondo al ricevimento. Gli ospiti sono stati accolti e guidati al luogo del ricevimento attraverso archi fioriti, colpiti dagli aurei raggi del sole, contribuendo a creare un’atmosfera intima e a stuzzicare l’olfatto dei più attraverso un delicato profumo di rose. Il percorso, inframezzato da scalini in marmo contornati di candele, si snoda attraverso un rigoglioso giardino che affaccia sul mare scozzese: se ne avvertono le note salate, le quali si sposano incredibilmente bene col delicato aroma floreale, ed anche il rumore, costituito dallo scrosciare delle onde che battono contro la scogliere sulla quale si trovano. La breve passeggiata conduce ad una struttura in pietra dalla pianta circolare, abbastanza ampia da accogliere le personalità a cui gli inviti sono stati recapitati, e dotata d’un incanto che consente di godere di una temperatura calda e confortevole. Il tetto è sorretto da ben sei colonne, sulle quali son affrescate rose rampicanti che sbocciano ritmicamente, fino ad incorniciare ed abbandonarsi sull’azzurro delle onde dipinte invece sul soffitto, le quali si muovono assieme allo scrosciare di quelle reali poco distanti. Una parte della struttura affaccia apertamente sulla visuale oltre la scogliera, dove il pelo dell’acqua e il cielo s’incontrano all’orizzonte, mentre laddove le colonne s’aprono sul giardino la visuale è parzialmente interdetta alla vista da leggerissimi veli in organza di un tenue azzurro, mossi dalla brezza leggera. Tavoli ovali son stati disposti per gli ospiti, tutti ricoperti di seta color avorio delicatamente drappeggiata a ricordare la spuma delle onde. Le ceramiche, le posate, i cristalli, son tutti made in LaLaurie, delicati come solo creazioni francesi sanno essere: richiamano anch’esse le forme di conchiglie e fiori, tanto le ceramiche quanto l’argenteria, coniugando alla perfezione l’essenza delle due famiglie che stanno per unirsi. Dolci e snack salati riprendono la tradizione francese, greca, russa ed inglese, così come i bicchieri posati sui vassoi argentei che volteggiano tra gli ospiti: calici di champagne, bicchieri in cristallo contenenti gelovodka e altre alternative prive d’alcool, qualora qualche palato richiedesse qualcosa di differente. Il tutto s’accompagna ad una leggera musica di sottofondo, eseguita da un ensemble di soli archi, che non impedisce in alcun modo la conversazione.
[C] «Vuoi che…?» che lo tolga? Che glielo restituisca? Non è tanto la voce il problema, incredibilmente fermo, ma le mani: appena tremanti, soprattutto la destra, le cui dita sebbene si posino sull’anello sembrano essere troppo impacciate per riuscire a sfilarlo. O forse, semplicemente, ha paura di toccarlo.
[L] Non ha proferito una sola parola fino a questo momento, però è netto il « No » di cui si serve per cauterizzare la ferita aperta e pulsante sulla quale, la voce di Cheryl, sembra versare una sostanza utile sì a ridurre l’infezione, ma non priva di effetti collaterali: in questo caso, altro dolore, un forte disagio « a che scopo, comunque? » Potrebbe non aver neanche capito a cosa lei volesse riferirsi, non la sta guardando, non se ne preoccupa — nemmeno del suono ovattato della propria voce, protetta dalla mano chiusa a coppa sulla parte inferiore del viso, o della velocità, definibile anche come irruenza, della propria risposta. « Sono state chiare » fatalista quella visione che ha del domani.
[C] «Pensi che potresti essere più felice così?» sposandola, rimanendo al sicuro e garantendosi accanto qualcuno che, nel bene o nel male, gli è legata non solo per via di un semplice anello. «Ci riusciresti mai a…?» ad amarla? Riuscirebbe ad amare lei? È qui che le parole le muoiono in gola ed è qui che, a giudicare dal modo in cui decide di attingere dal proprio bicchiere, svuotandolo completamente, l’altro potrebbe rendersi conto di una cosa molto, molto brutta: la mente della bionda ha lavorato ad una velocità tale da permetterle di avere già tutte le proprie risposte.
[L] Alza un angolo delle labbra e accenna una risata leggera, a bocca chiusa, coronando il tutto, malizia bronzo–blu compresa, con un cenno ammiccante « Ho una metà del letto completamente libera, decidi tu » butta lì, proseguendo con estrema nonchalance il gioco. È solo la botta amara di nostalgia e rimpianto finale che gli mette un punto a capo e lo convince ad allungare la propria tazza all’elfo, cosicché la creatura la prenda e permetta invece al padrone di casa di allungare un braccio sullo schienale, in direzione di Cheryl, come invitandola ad avvicinarsi, qualora lo desiderasse o ne sentisse il bisogno. « Difficile da dimenticare » soffia fuori, posando le iridi d’ossidiana su di lei, più mesto di prima, quasi un po’ apprensivo « e forse non è una grande consolazione, ma tutti avremmo lasciato perdere qualcosa, col senno di poi »
[C] Si ritrova a scivolare piano in direzione del ragazzo, prendendo quel braccio teso come consenso ad avvicinarsi e, purtroppo per lui, a stargli fin troppo vicino. Proverebbe infatti a posargli il capo sulla spalla, soffiando via una leggera risata a quel ricordo ormai lontano. E che le riaffiori alla mente anche altro preferisce tenerlo per sé, custodendo gelosamente ricordi e sensazioni che non ha mai condiviso con nessuno. Le uniche che non ha rivelato neanche ad Heaven. Non risponde più, però, socchiudendo gli occhi con l’intenzione di soffermarsi solo su quel momento di tranquillità.