Alejandro Monge
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@pinocchiogeppetto222
Alejandro Monge
Nota di servizio: non dobbiamo combattere per il diritto delle donne a mettere il burka o il velo, ma per il loro diritto a non doverlo indossare.
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Direi scontato, eccetto per i benpensanti che vivono distopie quotidiane ed ossimori logici.
© hundezucht_treenetal on instagram
“La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone; e nulla è più faticoso, e veramente spaventoso, che l’esercizio della libertà.
- Carlo Levi
Benigni e Guccini, soprattutto Guccini, una meraviglia
Mount Saint Helens, 1980
Talking Heads, Psycho Killer, Old Grey Whistle Test, 1978
Turtle Rain
Ma ci rendiamo conto com’è cambiata la percezione delle proteste in questo Paese?
Con i vari decreti sicurezza l'attuale governo ha introdotto o irrigidito sanzioni per comportamenti che fino a pochi decenni fa sarebbero stati considerati non soltanto legittimi, ma moderati: sedersi a terra durante un sit-in, bloccare temporaneamente una strada, rendere visibile il proprio dissenso attraverso forme di disobbedienza civile.
Provate a immaginare un operaio dell'autunno caldo, un bracciante delle grandi lotte contadine o uno studente del Sessantotto davanti a un gruppo di attivisti seduti sull'asfalto con le mani alzate. In molti casi avrebbero sorriso. In un Paese attraversato da scioperi spontanei, occupazioni di fabbriche, campi e università, picchetti, blocchi ferroviari e manifestazioni oceaniche, un sit-in seduti a terra con quattro cartelli e le mani alzate a moltissime persone non sarebbe sembrata nemmeno una protesta.
Ovviamente anche allora non tutto era permesso, e molte lotte subirono una repressione durissima. Il punto è un altro: si è progressivamente abbassata la soglia di ciò che viene considerato intollerabile.
Questo spostamento è il risultato di quarant'anni di resa ideologica, durante i quali il conflitto sociale è stato raccontato da (quasi) tutti come un crimine e non come un elemento fisiologico in una società con profonde disparità. Eppure la storia insegna che tutte le grandi conquiste sociali – dallo Statuto dei lavoratori ai diritti civili, dal suffragio universale alla tutela dell'ambiente – sono passate attraverso mobilitazioni che hanno inevitabilmente creato disagio, conflitto e messo in discussione l'ordine esistente.
Chi oggi si scandalizza per ogni protesta dovrebbe ricordarsi una cosa: il confine non si ferma mai. Oggi tocca a chi si siede sull'asfalto. Domani toccherà a chi organizza un corteo. Dopodomani persino una manifestazione silenziosa, di domenica pomeriggio, in periferia e priva di ogni obiettivo, potrà essere descritta come un disagio intollerabile.
E poi capirete che quelli che oggi criticate e volete sbattere in carcere avevano ragione.
🖼 El Mambo de Stendhal 🕺🎶💃
Quand le rythme latino arrive dans les musées, les tableaux prennent vie !
Source: Jorge Piqué
👋 Bel après-midi
Someone who truly loves us. They feel and hold onto any emotion that may still arise, how sad and melancholic it can be, and how difficult it can be to understand and show it, but even though it seems impossible, they will try again and again, waiting for the right moment to make you feel how much they remember you and that they will continue to love you.
𝐽𝑢𝑎𝑛 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑖𝑠𝑐𝑜 𝑃𝑎𝑙𝑒𝑛𝑐𝑖𝑎.
Once In A Lifetime - Talking Heads
Talking Heads. "Once in a Lifetime"
Iconic.
Ig@kjellhalvorsonn
CON DON MIMMO BATTAGLIA: LO SCANDALO DELLE ARMI:
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.
† don Mimmo Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
ilpuntino@rosso
Il mondo è sempre più progettato per deprimerci. La felicità non fa bene all'economia. Se fossimo felici di ciò che abbiamo, perché dovremmo desiderare di più?
-Matt Haig
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