I Testimoni di Geova sono spesso citati, nell’immaginario comune, come esempio di proselitismo tenace, porta a porta, costante. Lo dico senza alcun intento dispregiativo nei loro confronti: possono piacere o non piacere, ma il riferimento è noto a tutti. Sono diventati quasi il simbolo della predicazione insistente, metodica, appiccicosa.
Ma diciamolo chiaramente: i Testimoni di Geova non sono nulla a confronto del proselitismo islamico contemporaneo.
Perché la daʿwa islamica oggi non si limita a bussare alla porta o a distribuire materiale religioso. Entra nei social, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, nei media, nella vita politica, nel vittimismo organizzato, nel “dialogo interreligioso”, nell’attivismo identitario e perfino nella pretesa di stabilire quali critiche all’Islam siano legittime e quali vadano bollate come odio.
Il punto non è semplicemente “convertire”. Il punto è occupare spazio culturale, normalizzare simboli, rivendicare eccezioni, chiedere riconoscimenti, imporre sensibilità, trasformare ogni critica in discriminazione e ogni resistenza in islamofobia.
I Testimoni di Geova cercano di convincerti della loro fede. La daʿwa islamica, sempre più spesso, pretende anche di rieducare il modo in cui la società deve guardare, nominare e giudicare l’Islam.
Quelli che nell’immaginario collettivo erano considerati “insistenti” sembrano dilettanti davanti a un proselitismo islamico che si muove ormai su ogni piano: religioso, sociale, mediatico, politico e culturale.