Affrontare la vita alla maniera di una suora etiope
Negli ultimi anni ho imparato a riconoscere uno schema ricorrente in alcuni dei miei ascolti più amati: ho sempre evitato di condividerli.
Può sembrare un atteggiamento snob o misantropo ma dietro c’è una ragione precisa. Ed è che la costante battaglia per l’attenzione alla quale siamo sottoposti è stata semplicemente una delle cose che mi ha annoiato di più degli ultimi anni: le testate e i brand sgomitano per arrivare agli utenti, pagano per sponsorizzare i post, danno agli articoli i titoli più assurdi e antipatici, si prodigano in meme di instant-marketing, producono video totalmente inutili. Le persone, tra di loro, hanno imparato a fare altrettanto: un meccanismo infinito e asfissiante che si cancella e riparte daccapo ogni giorno, senza una finalità, come in Groundhog Day o in una banalissima storia di Instagram. Da anni sono intrappolata -come tutti- in questo meccanismo, e questo ha fatto sì che io stia perdendo gradualmente tante cose: per prima, la capacità di distinguere ciò che mi piace davvero da tutto il resto (e poi dedicargli il tempo, i soldi e l’amore dovuto). Per seconda: la capacità di leggere con cura un testo lungo senza saltare tra le righe in cerca della parola chiave. Terzo, la voglia di condividere le cose che amo con gli altri.
Condividere ovviamente lo intendo come uno spartire in maniera empatica assieme a qualcun altro a cui voglio bene, non come il trasmettere un contenuto a senso unico a centinaia di utenti, come fossi un’emittente tv.
Una musica che ho tenuto per me per un po’ di anni (con qualche piccola eccezione) è quella di Emahoy Tsegue-Mariam Guébrou.
Guèbrou è nata il 12 dicembre del ‘23 ad Addis Abeba, in Etiopia, ed attualmente abita a Gerusalemme (esatto: ha 96 anni, suona ancora).
Suo padre era un intellettuale etiope di spicco, e per questo durante l’infanzia studiò violino e piano in Svizzera, in Egitto e in Etiopia. La sua famiglia fu deportata nel 1937 sull’isola dell’Asinara e poi a Mercogliano (provincia di Avellino) durante l’invasione italiana del paese. Era destinata a studiare musica in Inghilterra, ma l’imperatore Haile Selassie le negò una borsa di studio, cosa che la fece cadere in profonda depressione e la spinse alla decisione estrema di ritirarsi a vita monastica in un luogo isolato nel deserto. Nel 1948, Guèbrou diventò quindi una suora cattolica, ma continuò a comporre particolarissime pièce per piano: il suo stile proto-jazz è influenzato dal pop etiope come dai canti di chiesa africani, senza dimenticare la dieta europea a base di Satie, Debussy e Chopin con la quale si è evidentemente formata. Un suono unico e ipnotico che dal primo momento che è arrivato alle mie orecchie interrompe all'istante qualsiasi cosa io stia facendo; un suono che mi cattura così tanto da avermi costretto a riascoltarlo centinaia di volte ancora nel corso degli ultimi cinque o sei anni.
Qualche giorno fa, nella ricerca di informazioni su di lei (volevo sapere se fosse ancora viva: mi sono ripromessa di andare al funerale di un paio di musicisti che adoro), ho scovato un bellissimo “servizio” audio della BBC, un podcast diciamo, a lei dedicato. Lo trovate qui, dura mezz’oretta scarsa.
La giornalista della BBC fa quello che avrei fatto anch’io se avessi lavorato per la BBC: è andata a Gerusalemme per incontrarla e passarci un po’ di tempo assieme, accendendo un microfono. Il risultato è un racconto in prima persona di una vita assolutamente incredibile che intreccia fede cattolica e musica, due temi che molto raramente sono trattati assieme (a meno di risultati patetici).
Dopo l’ascolto, ho capito che amo questa musica perché per me è come la punta di un compasso: traccia un tondo perfetto all’interno del quale convergono infiniti punti che mi riguardano. Per iniziare, il pianoforte e Debussy, che ho studiato, suonato e amato alla follia da ragazzina (ho questa polaroid in mente: io e mia sorella Amira, assieme al mio ragazzo del liceo Luca, e a Duzzy, un altro ragazzino conosciuto su Splinder che venne a passare qualche giorno d’estate con noi - tutti chiusi di notte nella mia cameretta, al buio e in silenzio, diciassettenni, ad ascoltare Debussy e a fare i romantici); il cristianesimo in cui sono cresciuta; una tensione spiriturale indefinita ma sempre presente; l’Italia; l’Etiopia (che a quanto pare c’entra qualcosa con il mio cognome e forse con i miei antenati); il deserto, tra i miei luoghi dell’infanzia e quindi del cuore. E forse tante altre cose ancora che non mi interessa rintracciare.
Nel servizio della BBC questa pianista, ormai piccola sorridente e rannicchiata alla maniera di alcune vecchine dei film di Miyazaki, racconta della sua vita con una voce flebile ma ancora gioiosa. Narra al microfono della sua storia straordinaria come se fosse la vicenda più banale del mondo, e si capisce che non lo fa per falsa modestia, ma solo perché non conosce al mondo nulla di diverso. Non concepisce davvero altra forma di tristezza o felicità da quella propria. Mi è sembrato, a suo modo, uno stato di pace al quale mi piacerebbe arrivare un giorno, tra molti anni.
Nel frattempo ascolto le sue composizioni e bevo vino rosso, sperando che condividere finalmente queste parole e queste canzoni abbia fatto piacere anche a voi.