Crescere, Gennaro Madera.

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祝日 / Permanent Vacation

Love Begins

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@saturnoxiv
Crescere, Gennaro Madera.
“Let it pass; April is over, April is over. There are all kinds of love in the world, but never the same love twice.”
—
F. Scott Fitzgerald, The Sensible Thing (sarahs-delights)
Never twice. (f-capricorn)
ci sono notti di cui non mi scordo, notti in cui ho pregato che arrivasse il giorno, va tutto male, ma sto bene
silent è la mia bocca
Lasciami qui, non voglio nessuno attorno. [...] Odio questa vita, odio questo corpo, neanche con me stesso riesco ad andare d’accordo. Io non sono solo come i numeri uno. Io sono solo come uno qualunque. E ho fatto terra bruciata con chi mi ha amato davvero. [...] Non so neanche io cos’ho, cazzo vuoi che ti spiego? Non so neanche io perché mi faccio tutto questo.
Quello che nascondi nel cuore uccidilo o
bacialo forte.
— Attila József
[...] non vorrei che scordassi di me, quelle parti che nascondo agli altri e mostravo solo con te. Quelle parti ― che hai usato come armi. Mi piace se mi tocchi, ma amo se mi parli e scopiamo come pazzi.
Amore consapevole.
Custodisco di noi quella settimana d’estate trascorsa in hotel. Dopo l’amore eri solita andare in balcone; te ne stavi affacciata alla ringhiera, a contemplare la vastità del tramonto. Sai, mi piaceva osservarti. E lo facevo di nascosto, attraverso il vetro, evitando di disturbarti. Amore bello, quello era un momento soltanto tuo, che io rispettavo. Lo vedevo quanto l’amavi [...] come un fresco bicchiere d’aranciata, quasi ti ci saresti tuffata. Ebbene, per discrezione, mi tenevo un passo indietro. Invero bastava poco a farmi stare tranquillo – l’importante è che non prendessi freddo. La sera tirava un certo venticello. Quieto, riaccostavo la tenda e me ne andavo in vasca. Dal vecchio telefono sceglievo la playlist: musica vintage. M’immergevo nell’acqua bollente, nelle note romantiche che tra me e me ti dedicavo, poggiavo la testa sul bordo, abbandonando i pensieri. Quello era un momento soltanto mio, ma che presto sarebbe diventato anche tuo. Perché tu arrivavi in punta di piedi, facevi scivolare i vestiti sul pavimento e chiedevi sottovoce: “posso?”. Già, come se avessi mai potuto dirti di no. È condivisione. Sorridevo, assopito dal calore e puntualmente allungavo la mano per sorreggerti, ad evitare che scivolassi. Noi, unicamente noi. Stesa su di me, accoccolata sul petto; in sottofondo “la vie en rose” cantata dal magico Armstrong. C’eri, ti sentivo. Accarezzavo la tua schiena setosa. Mi baciavi la pelle, parlavi in piccoli sussurri del nostro progetto di vita, di quanto fosse indispensabile restare insieme, senza separarci. “Ti amo” ci tenevi a ricordarmelo. E ripetevi fino alla nausea che eri felice con me. Eppure c’erano momenti in cui non ti credevo. A novembre, nel B&B a Ostiense, ce ne stavamo a letto insieme, quando mi domandasti per l’ennesima volta del nostro futuro. Io ti risposi sincero “non riesco ad immaginarmi un futuro con te”. Inatteso – scoppiasti letteralmente in lacrime. È chiaro che non avevi capito. E nonostante lo colsi all’istante, lasciai correre. Sul finale scelsi di tacere. Nessuna spiegazione riparatrice. Preferivo tenerti con i piedi per terra. Soffrivo con te, in silenzio. Sperando in qualcosa di grande, t’abbracciai forte. D’altronde ne ero cosciente, non c’era alcuna ragione di piangere — io t’amavo. È la vita ad essere inclemente, imprevedibile e merdosa. L’ammetto, una parte di me era già preparata alla nostra fine. L’idea mi faceva male, ma l’accettavo. In fondo non sono più un ragazzino. Conosco la salita – la bastarda è sempre uguale. Prima o poi saremmo arrivati al crepaccio. E da lì le cose sono due: o si salta insieme, oppure si torna indietro, ognuno per conto suo. C’ero sempre. C’eri spesso. La tua gelosia immotivata l’incassavo con il sarcasmo, almeno finché lo rendevi possibile. Quando sragionavi mi mettevi perfino le mani addosso... merda, io non mi sarei azzardato. Manco quando alzasti quella ridicola commedia sulla collega e mi hai rifilato il famoso schiaffo in faccia. T’amavo. Comprendevo la tua emotività, non mi infastidiva e mai, mai te l’ho fatta pesare. Il problema è venuto poi, attraverso la tua morbosità contorta. C’era un’importante festa di compleanno e tu non volevi c’andassi. Mi hai minacciato di lasciarmi, eri terrorizzata che potessi lanciarmi in qualche orgia. Come cazzo l’avevi sgravata una roba del genere? Cristo, si parlava di un fottuto compleanno! E di fatto sono rimasto irremovibile. La porcata più grossa l’hai commessa contattando la terza persona per cercare un modo di “cogliermi in flagrante”. Follia pura. La mancanza di fiducia mi spezzò il cuore. Giuro, fu peggio di un tradimento carnale. È che sin dapprincipio ero stato così sincero, t’avevo aperto il cuore, accogliendoti a pieno. E scoprire dopo sette lunghi mesi che in realtà tu non ti fidavi di me, mi ha ucciso. È come se fossi stato un estraneo. Un colpo duro; fu veramente insopportabile. Eppure siamo stati insieme giorno e notte. Insomma, m’avevi visto com’ero — però no, ormai eri fissata. Secondo te ammiccavo la prima stronza che passa, ridevo e scherzavo da “piacione” con la gente, offrivo troppi caffè [...] mi imputavi di tutto. Addirittura mi colpevolizzavi per il riavvicinamento di Noemi, cosa che per l’ennesima volta l’ho respinta io. Sfiduciata al massimo. Sognavi di diventare cantante, lo trovavo pazzesco. Fanculo, tu eri tutta pazzesca e mozzafiato. La tua voce, i testi, ogni singola cosa di te meritava riconoscimento. Tuttavia, se ti parlavo dei miei di progetti, non ci stavi. Troppo, troppo, troppo possessiva. A quanto pare, secondo il tuo infantile modo di pensare, dovevo essere il cane che ti segue in ogni dove. “Tu piaci a tutti. Parli con tutti. Io invece sto al posto mio e non do confidenza a nessuno”. Immatura, un po’. Avanti, non sapevi vivere. Se fossi stata rispettosa, te l’avrei insegnato nei giusti tempi, a dosi perfette. Mera illusione; il sesso non ti rende grande, Sev. È il dolore che ci porta a crescere, lo sai. Credimi, sei stata tanto. Forse sarai addirittura il mio ultimo amore. È che non lo so più come finisce ‘sta storia. L’ammetto, è spaventoso. A volte vorrei solo tornare indietro in quella vasca, con quella stessa musica – e te, nuda addosso, nel frattempo che il mondo fuori gira. E non ci disturba.
230421
Goodbye, bibi.
Tutto quello che verrà da adesso in poi sarà soltanto una centrifuga di merda. Voglio soldi, molti più soldi. Oggi, dopo un anno di fermo, ricomincio gli allenamenti. Mezz’ora di corsa, cristo Dio. È da prima, ho un dolore lancinante alla bocca dello stomaco. L’Inferno rinizia. Programma dei prossimi tre mesi: un pasto al giorno con tanto di esercizi spacca culo. Chiariamolo, a me l’industria della moda mi fa sboccare. E chi osserva questo mondo da fuori, addirittura con ammirazione, attraverso un vetro spesso, non può neanche lontanamente immaginare di quanto marcio sia al suo interno. È vomitevole e ne uscii giusto in tempo, questione di assennatezza. Motivo, il primo: perché ti ammali. Inutile fingere il contrario — diventi ossessionato, schiavo di una malattia mentale. Onde evitare di superare tot. calorie, le conti. Se invece non puoi farlo per determinato motivo, magari la cena con i colleghi, o la festa di compleanno, menti; dici che non hai fame. Gennaio 2020, arrivai a ingurgitare soltanto uno yogurt. Giuro, non sapevo più come uscirne, ero fuori controllo. Mi vedevo, me lo ripetevano, ero dimagrito tanto e facevo schifo. Organizzarono un pranzo di famiglia per parlarmi. Il problema era sotto gli occhi di tutti, perfino di mio padre. Allora mi vestivo largo: felponi, pantaloni di tre traglie più grandi e cazzi simili. Porca puttana, ora però mi ritrovo al punto di partenza — ho bisogno urgente di cash. Ci rientro. Smetterò di nuovo di fumare. E tralasciando la moda, subentrerò anche in un certo giro. Ormai ho deciso. È senz’altro un addio al me di adesso e d’allora. Quindi, addio. Addio al romanticismo. Addio alla speranza. Addio a tutte quelle cazzate d’amore in cui ho sempre creduto. Mando a fanculo ogni cosa per uno sfascio di soldi. Io sono questo. Sarà disprezzo.
210421
sei tu @saturnoxiv quando ti dicono che profumi un sacco
n.b. Periodo del primo liceo ― appena entravo in classe si alzavano per aprire le finestre, me mandavano pure a fanculo perché me flaconavo de profumo dopo la doccia... AHAHAHAH, STO A RIDE. L’igiene è tutto, daje.
@saturnoxiv non ha bisogno di amiche, io sono la sua migliore amica, ho tipo 60 personalità deve solo dirmi con chi vuole parlare
LET’S KILLEX! 🩸 // *le pasticche comprate su mediashopping*.
diluted // death spells
[...] meglio che mi chiudo in stanza se mi sale l’odio.
non giudicare una persona per come ha gestito un dolore che non hai mai provato
VALENTYN / ШКІРА88 #req:@stazoccl
« 𝐏𝐮𝐭𝐭𝐚𝐧𝐚, 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐦𝐢 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞! »
Gridava una voce maschile dietro la porta. C’era questo chimerico imprecare all’esterno, di un’insistenza quasi romantica. E pensare che Valentyn l’aveva atteso per un’infinità di istanti, armato di smisurata pazienza. La prassi — sapeva bene che quelle cinque ore di tolleranza valevano un solo istante del gran finale. Il tempo necessario per piegarlo, gustare a pieno la paura dell’insetto là fuori prendere il sopravvento. Tirò su una strisciolina di cocaina, Valentyn, seduto sulla poltrona viola a torso nudo. Indossava un blue jeans macchiato di qualche gioccia di sangue e birra. Ghignava soddisfatto, nel frattempo che strofinava il naso con il dorso della mano per via della botta con la polvere bianca. I suoi ragazzi, gli SKIN88, erano presenti in sei dentro a quella fogna d’abitazione e tutti, ma proprio tutti, si stavano dando da fare con la “puttana” in questione, nonché la compagna del parassita. All’in piedi osservò la ragazza. Il viso dell’ucraina era rosso di pianto, mentre il corpo spogliato di ogni dignità. C’era Dmytro che stava chiudendo il giro. L’irruzione ad effetto, era il numero preferito del leader. Si erano introdotti in casa con estrema facilità all’incirca alle sei del mattino e alla disgraziata era toccato il marcio. L’avevano violentata uno dopo l’altro, perché stavolta pagava lei per la cazzata commesa da lui, il tipo impaziente di fuori. Mai fottere Valentyn e la sua banda, la merce doveva essere pagata subito, nessun ritardo ammesso. Eccoli poi, erano quelli gli atroci meccanismi che si innescavano, tra l’altro nemmeno i più efferati. La violenza carnale era solo l’antipasto, la portata iniziale. La storia sarebbe proseguita a picco ed era un fato di cui il giovane slavo era sovrano, muoveva soltanto lui i fottuti fili. 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐲𝐧, 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐠𝐧𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝’𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭à, 𝐥’𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐚𝐥 𝐝𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨. Alla vittima tenevano impegnata la bocca succhiando un pene, nonostante tutta la disperazione che soffrisse, poteva soltanto che mugolare. E al ventenne piaceva a dismisura, in realtà lo sollazzavano certe nefandezze dettate unicamente dalla sua bestialità e inclemenza. Il baratro lo faceva sentire 𝐨𝐧𝐧𝐢𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞. Benché la noia iniziava a subentrare. Tant’è che raccattò la maglia da terra e si rivolse al gruppo.
« Ce ne andiamo, rimettete il cazzo nei boxer. »
Fremeva. Finalmente l’orgasmo vero e proprio stava per esplodere. I ragazzi, rivestiti alla svelta, ridevano tra loro, conoscendo la prossima mossa del loro leader — il pezzo forte, quello che avrebbe dato senso allo squallore commesso. Valentyn con una sigaretta accesa tra le mani, diede un’occhiata complice ai compagni, come per celebrare un tacito “siete pronti, bastardi?”. Si avvicinò ad aprire la porta e nell’affacciarsi scontrò l’espressione sbigottita dell’altro.
« Ringrazia “la puttana”, ha fatto in modo che il tuo debito fosse parzialmente estinto. »
Il resto degli SKIN88 si condussero più vicini, alle spalle di Valentyn. E ridevano, ridevano, ridevano lanciando commenti osceni, della serie “me l’ha preso in gola fino alle palle”, “le ho rotto quel buco di fichetta, coglione!”. Fu una scena pietosa, triste, piena di tensione — il culmine raggiunto. Il leader s’appoggiò allo stipite della porta con aria tranquilla, sfrontata, un mezzo sorriso in volto. Inalava e sbuffava il fumo su quella faccia da coglione che pareva pietrificato. Avanzò un passo verso il soggetto che a tale movimento indietreggiò. Valentyn lo afferrò con forza per la nuca, sporgendosi verso l’orecchio per sussurrare.
« Non farmi tornare da te, Artem — o ti fottiamo il culo fino a sfondarti l’intestino. E ti ci ammazzo, così. »
Artem aveva iniziato ad ansimare per la paura, pareva aver perso ogni traccia di coraggio. Allora lo lasciò, dandogli una pacca tutt’altro che amichevole seppur c’assomigliasse, mettendosi a scendere le scale del palazzo. Tuttavia si fermò al terzo gradino, come se avesse rammentato qualcosa da dirgli.
« Ah – »
Volse il capo in direzione di Artem.
« […] le siamo venuti tutti dentro. »
Il resto fu un ammasso informe di oblio e desolazione.
Il venerdì era arrivato, erano le 17:30 e i ragazzi c’avevano voglia di bere. Nonostante il freddo, qualcuno se ne andava in giro a petto nudo, a voler dimostrare quanto fossero duri e resistenti alle intemperie del tempo, della strada e di quella vitaccia. Valentyn indossava una camicia bianca del tutto aperta, ponendo inconsapevolmente in risalto la collanina d’oro vero che portava al collo, rubata anni prima, da bambino. C’era raffigurato l’occhio di Horus che aveva sentito dire dai suoi compagni simbolegiasse “prosperità” ma lui, nell’intimo, gli dispensava tutt’altro significato. Nientedimeno che l’occhio protettore di sua madre. Lei, che di protezione non gliene aveva mai data, ma ancor meno d’amore. Sapeva quanto lo odiasse. Troppe volte sotto effetto di sostanze gliel’aveva gridato “non guardarmi con quegli occhi… sono uguali a quelli di quel mostro!”. Chissà che non fosse stato davvero il pallido riflesso dell’aguzzino. Ironia della sorte: Mariya era l’unica persona al mondo in grado di ferirlo. Amore e odio incondizionato fusi insieme. Se ne teneva lontano apposta. Quando il gruppo circolava, non poteva che catturare le occhiate intimorite e curiose della gente. SKIN88, conosciuti in tutta Kiev dagli abitanti del più disparato ceto sociale e ancora meglio dalla polizia locale. Una popolarità dilagata al punto tale da essere intervistati, in modo da creare un documentario che testimoni quanto è dura la vita nel ghetto. Entrarono tutti e sette in un bar qualsiasi di periferia. Cazzeggiavano a gran voce e alcune persone come li videro entrare pagarono il conto per poi girare i tacchi. Inutile rimarcare che pochi minuti più tardi erano i soli seduti al tavolo, soli nell’intero locale. Insomma, se la comandavano loro, neanche il decoro di mettersi una maglia o di abbottonare la camicia. Valentyn accese una sigaretta, seguito da altri quattro; a quel punto mise gli occhi sulla cameriera. A giudicarla dall’aspetto era una pelle di carota fisicamente massiccia. Alcuni dei ragazzi non persero occasione di commentarla ad alta voce, privi di un minimo di sensibilità. Non che a Valentyn importasse granché, anzi, però lo incuriosiva. Inoltre prede del genere, dall’aura così dannatamente indifesa, erano le migliori, le più allettanti. I compagni incalzarono le offese: “ehi, cicciona” / “ma sono nei quelli che hai in faccia?” / “te la rasi?”, finché l’ucraino non li zittì con un semplice e deciso “𝐝𝐚𝐭𝐞𝐜𝐢 𝐮𝐧 𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨”. Silenzio tombale. Sorrise audacemente alla rossa e fece cenno con la mano di avvicinarsi.
« Prendi carta e penna, ho qualcosa da chiederti. »
L’intenzione pareva proprio quella di ordinare. Tuttavia, appena la fanciulla fu più vicina, Valentyn da spudorato quel era, allungò un braccio per afferrarla, portandola seduta sulle sue gambe. La cinse a sé, bloccandole di conseguenza le braccia. Se ne moriva di sentirla tutta addosso; era così dannatamente morbida e profumata.
« Sembri un peluche. Come ti chiami, cucciolotta? Non ti ho mai vista da queste parti. »
Strinse tra le labbra la sigaretta accesa e prese il taccuino per gli ordini scrivendoci sopra il suo numero.
« Io sono Valentyn, in zona conosciuto come SKIN88. E loro sono i miei fratelli, cattivi quanto basta per sopravvivere alla merda. »
Allentò la morsa così da lasciarla libera. Lo sguardo dello slavo si fece duro e intransigente.
« Dacci da bere tutto quello che hai in questo schifo di locale. »
𝓛𝓾𝓷𝓮𝓪 𝓜.
Non puoi scegliere la vita da vivere. Non tutti hanno questo privilegio. C’è chi è costretto a seguire le orme di uno dei due genitori e chi i genitori neanche li ha. Non sapeva se essere effettivamente grata del fatto che lei li avesse entrambi, quando entrambi erano ben lontani dall’essere genitori. Lunea aveva sempre vissuto la povertà e in Russia era la medesima cosa, con la differenza però che il padre lavorava. Dunque, visto che la miseria l’aveva conosciuta, era cresciuta in modo ben diverso dalle sue coetanee. Se le altre sfoggiavano vestiti firmati ed uscivano a divertirsi ogni sera, Lunea andava a lavorare o si metteva a letto con un semplice tozzo di pane. Kiev le piaceva solo per il freddo e l’inverno, seppur rigido, le regalava degli stralci di tonalità che l’emozionavano. Le regalava la neve e la pioggia. Erano scappati da quella città infernale per finire in un’altra del medesimo tipo. Avevano cambiato il cognome, si erano mischiati alla gente, ma se c’era una cosa che non poteva cancellare, almeno lei, erano i tratti. Quella mattina la sveglia era suonata presto, aveva aperto i grandi occhi eterocromi guardando il soffitto mangiato dalla muffa per via del freddo e delle infiltrazioni. Si tirò su con le braccia mettendosi un’attimo seduta, come a voler riordinare i pensieri. Quando prese le facoltà mentali e motorie scese dal letto. Fece una lunga doccia, ebbe la fortuna di avere un misero getto di acqua calda, le bastò per svegliarsi. Lavò i lunghi capelli rossi, utilizzò il sapone alla fragola carezzando la pelle in ogni parte, nell’intimità che sfiorò piano provando un leggero piacere, ma non aveva tempo per provare, non aveva tempo per esplorarsi e alla sera era anche troppo stanca per farlo. Uscì così dalla doccia e si preparò per andare a lavorare. Indossava un jeans che avvolgeva i fianchi generosi, il tessuto stringeva le cosciotte piene e la pancia. Il seno era proporzionato al corpo in carne, paffuto probabilmente era l’aggettivo adatto. Alcuni dei chili in più si mostravano sopratutto sulla pancia, quando si chinava si creavano dei rotolini morbidi, ma era tutta soffice, lei. Il viso rotondo a sua volta, le lentiggini che spuntavano su quella pelle bianca, le labbra carnose e rosee, gli occhi grandi, speranzosi e sognatori, i capelli lunghi ramati, a tratti selvaggi. Non si era mai vista né sentita bella, non si vestiva per farsi guardare, preferiva nascondersi dalle occhiate delle altre persone. Voleva vivere come un fantasma, ovvero che potevi percepire la sua presenza ma non potevi vederla. Nella parte superiore indossava un maglioncino che stringeva le forme, non era eccessivamente scollato ma l’aveva portata ad indossare uno scaldacollo, almeno per camminare tranquilla e ripararsi dal freddo. Ai piedi aveva degli anfibi neri e sopra a tutti i vestiti indossò un cappottino di colore nero, che la faceva sembrare ancora più chiara. Lunea non temeva il freddo, non era quello il suo problema. Prese lo zainetto ove dentro aveva le chiavi di casa, il cellulare, qualche caramella e un quadernetto che usava per scrivere quando ne aveva la possibilità. Uscì dalla propria stanza e percorse il corridoio di quell’appartamento decadente verso la cucina, che era ovviamente fredda e spenta. Prese solo una mela, una delle poche cose che avevano da mangiare, poi addentandola rispense la luce per uscire. Sua madre si era addormentata sul divano mezza nuda, probabilmente aveva avuto qualche cliente la notte prima, mentre di suo padre non v’era traccia e non se lo domandava neanche dove fosse.
( … )
Camminava con calma verso la periferia, verso quel bar che l’aveva presa a lavorare probabilmente per miracolo, o forse perché poteva attirare un numero discreto di ultrasettantenni. A volte saltava le pozzanghere, aveva diciassette anni ed era già stanca. Pensava già a quanti anni di lavoro e fatiche avrebbe dovuto sopportare. Pensava a quanto non avrebbe mai vissuto la libertà, né un abbraccio, né un bacio sincero da qualcuno che l’amava e poteva sembrare un futuro triste, certo, ma lei lo avrebbe cambiato.
( … )
Non era tanto presto, neanche troppo tardi, aveva dei modi di definire gli orari tutti suoi e non le dispiaceva. Parlava poco e niente, dava il buongiorno e serviva ai tavoli senza fiatare, meno parlava, meno la guardavano, le stava bene. Un fantasma. Quei pochi clienti presenti abbandonarono immediatamente il locale all’entrata di quei sette ragazzi rasati, mezzi nudi. Un colpo al cuore. A lungo aveva sentito parlare di loro e pregava di non doverli mai incrociare, neanche per sbaglio, ma la fortuna per quelle come lei non esiste e adesso ne era sicura. Essendo l’unica cameriera presente quel giorno, doveva vedersela da sola. Se aveva paura? Certo. L’avrebbe mostrato? Sperava di no, perlomeno avrebbe fatto il possibile affinché accadesse il meno possibile. Sentiva i loro commenti sgradevoli, insulti e malignità che la ferivano, ma non la facevano sentire in colpa perché non era colpa sua se era così, se era in carne, perché avrebbe dovuto essere colpa sua? Eppure faceva la fame, aveva solo una mela nello stomaco dopo due giorni di digiuno. Cercava di ignorare le cattiverie, li stava persino maledicendo sino a quando non le sentì più. Quello che doveva essere probabilmente il capo li zittì e gliene fu grata, però niente di più, certa che fosse esattamente come loro o anche peggio. Tirò fuori il taccuino e si avvicinò al tavolo, era come entrare nella tana del lupo, sapeva che non sarebbe uscita viva. Stava per parlare quando colui che l’aveva avvicinata l’aveva tirata a sé con una facilità da lasciarla basita. Chiuse forte gli occhi mentre cadeva sulle sue gambe, lo sguardo era basso e quando lo sollevò si sentì avvolgere, bloccare da quelle braccia forti, che era certa potessero spezzarla se solo avesse voluto. Era nauseata, disgustata, aveva le gote rosse e poteva sentire i battiti accelerati.
« Non… sono di qui. Sono della Russia e… mi chiamo Lunea, come la Luna, con una e di troppo. »
Lui fece come voleva, prese la penna, scrisse sul taccuino il numero che a Lunea non importava e neanche avrebbe mai voluto. Guardò quella calligrafia a tratti sconnessa per via della penna ma chiaramente leggibile. Era molto marcato il segno, le trasmetteva paura e terrore anche tramite un semplice scritto. Valentyn, SKIN88, informazioni che non le interessavano, tuttavia che avrebbe tenuto a mente perché ricordava tutto, aveva un’ottima memoria. Quando allentò la morsa si tolse subito da lì, imbarazzata e in difetto per una scelta che neanche aveva voluto. Memorizzò ciò che le chiese e decise così di prendere cinque delle bottiglie più forti, le mise tutte al centro del tavolo. Tornò indietro per prendere sette bicchieri che distribuì a tutti con calma e senza sbatterli su quel tavolo in legno duro.
« Se vi serve altro, chiedete pure. »
Pensò però che sarebbe stato meglio versarli alcuni drink, così prese l’alcolico e versò a tutti il contenuto con meticolosa attenzione. Tutto ciò però fu irrimediabilmente interrotto dal fatto che, poggiando uno dei bicchieri, le scivolò dalle mani e fece rovesciare quel po’ di contenuto che era presente al suo interno. Il bicchiere era quello di Valentyn, servito per ultimo ma non per mancanza di rispetto quanto più per chiudere il giro. Sgranò i grandi occhi chiari, che poi alzò verso di lui in un segno iniziale di scuse.
« Diamine, scusami… » esordì nervosa, tirando fuori uno straccio con il quale tentò di pulire il danno fatto.
Tremava addirittura, aveva come la sensazione che l’avrebbe pagata in qualche modo.
VALENTYN / ШКІРА88
L’alcol fu messo in tavola e come animali indomiti, i suoi amici cominciarono a bere, attaccandosi al collo della bottiglia, mischiando le gradazioni. Valentyn era intento altrove, riversato totalmente su di lei — non le staccava gli occhi di dosso. C’era qualcosa, qualcosa di quella ragazza che lo incantava, se così si può dire. Sarà stato il senso di etereo candore, integra purezza e pulizia che inconsapevolmente emanava. Mai visto un essere così bianco. D’altronde il ventenne era abituato a trattare con una certa tipologia di donne, quelle smaliziate, dure, dalla lingua di lametta [...] categoria distante anni luce da Lunea. La rossa sembrava appartenere a tutt’altro mondo. Un colore sporco, nero come lui, l’avrebbe senza dubbio insudiciata. Servizievole, la fanciulla raddoppiava la dose. Proseguiva il lavoro disponendo da bere dentro alcuni bicchierini, era evidente la tensione che provasse, perlomeno lo era all’occhio attento di Valentyn. Arrivò il suo turno, ma a quanto pare non andò a buon fine, visto che il contenuto si rovesciò e perfino qualche piccola goccia le finì sul petto. Immediatamente calò il silenzio, il branco all’improvviso non rideva più.
« Va bene, non fa niente, puoi andare. »
« 𝐌𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐟𝐚𝐢, 𝐭𝐫𝐨𝐢𝐚. » sfuriò Pavlo, alzandosi minacciosamente dalla sedia.
« 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐛𝐢𝐜𝐜𝐡𝐢𝐞𝐫𝐞, 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐳𝐳𝐨. » aggiunse Taras.
« 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡é 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐜𝐫𝐨𝐟𝐚 𝐥’𝐡𝐚 𝐦𝐚𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐳𝐳𝐨? »
Valentyn, stizzito, rivolse loro non uno sguardo qualsiasi, ma “𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨”. A quel punto era facile intuire il volere del leader. Nervosi, i giovani della banda uscirono dal bar, così lo slavo e la russa rimasero da soli. Si alzò all’in piedi, prendendo una lunga sorsata di vodka, poi ripose la bottiglia sul tavolo e osservò la rossa dall’alto del suo metro e ottantanove.
« Passo a prenderti più tardi. »
Si curvò leggermente sulla schiena, in modo da mettersi all’altezza dell’altra. La scrutava attentamente con quegli occhi penetranti, un miscuglio di blu e celeste, che diversamente da tanti ucraini non era una tonalità omogenea. In fondo lo rappresentavano. Valentyn era 𝐜𝐚𝐨𝐬. Il viso di Lunea talmente vicino, piccolo, delizioso, gli ricordava una fragola [...] troppo allettante — il biondo le sparò un bacio in bocca. Ci provò pure a infilare la lingua, ma ovvio che la ragazzina gli facesse muro con i denti. Rubato, all’improvviso, senza il minimo contesto o consenso. Ma si sa, lui dell’approvazione se ne fotteva. Giocava seguendo le sue di regole.
« E non pensare di scappare, saprei comunque dove trovarti. »
Minaccia o promessa? Da una veloce analisi il tono suggeriva la possibilità di entrambe le deduzioni. E leccandosi le labbra, come per assaporare ancora il sapore dolce di quell’adolescente, si distanziò da lei, voltandole le spalle. Svoltato l’angolo, sparì da lì.
SKIN88 sul pezzo. Giravano per la città, in dieci su una decappottabile, sballati persi, la musica a tutto volume. C’era andato pesante Valentyn con la cocaina, era furioso come un toro, talmente pieno di adrenalina che nemmeno in sette l’avrebbero tenuto fermo. Costeggiavano le macchine parcheggiate e di tutto punto con le mazze spaccavano vetri, gli specchietti laterali, sputavano sui passanti. La situazione era letteralmente fuori controllo. L’orologio segnava le sette in punto. Lunea gli balenò nella testa.
« Cazzo, la ragazzina! »
Scansò il tipo alla guida con tanto di pericoloso sbando e con il leader alla guida sfrecciarono verso quel fetido bar. La velocità superava qualsiasi segnale stradale e capacità di buonsenso. C’aveva gli abbaglianti accesi, fece la rotonda e in tutta sorpresa si trovò a pochi centimetri di distanza da una figura femminile. Frenò appena in tempo, un filo prima di asfaltarla. Ci vollero una manciata di secondi per focalizzarla; era lei, Lunea. Allora si alzò dal sedile, gesticolando rozzamente.
« 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢𝐧𝐚, 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐞! » gridò invasato.
« Ahh, quanto è carina. » disse tra sé, mordendosi il labbro inferiore.
Poggiato allo sportello, saltò fuori atletico e si diresse dritto dalla fragolina, allungando confidenzialmente il braccio su quelle spalle minute. La trascinava con lui, sull’auto.
« Voglio farti vedere una cosa, vieni con me. »
Cristo, era tremendo. La finalità non sembrava tanto un gioco.
Voltati.
Puoi ritrovarmi
dove noi
abbiamo perso
il gioco.
15042021
VALENTYN / ШКІРА88 #req:@stazoccl
« 𝐏𝐮𝐭𝐭𝐚𝐧𝐚, 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐦𝐢 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞! »
Gridava una voce maschile dietro la porta. C’era questo chimerico imprecare all’esterno, di un’insistenza quasi romantica. E pensare che Valentyn l’aveva atteso per un’infinità di istanti, armato di smisurata pazienza. La prassi — sapeva bene che quelle cinque ore di tolleranza valevano un solo istante del gran finale. Il tempo necessario per piegarlo, gustare a pieno la paura dell’insetto là fuori prendere il sopravvento. Tirò su una strisciolina di cocaina, Valentyn, seduto sulla poltrona viola a torso nudo. Indossava un blue jeans macchiato di qualche gioccia di sangue e birra. Ghignava soddisfatto, nel frattempo che strofinava il naso con il dorso della mano per via della botta con la polvere bianca. I suoi ragazzi, gli SKIN88, erano presenti in sei dentro a quella fogna d’abitazione e tutti, ma proprio tutti, si stavano dando da fare con la “puttana” in questione, nonché la compagna del parassita. All’in piedi osservò la ragazza. Il viso dell’ucraina era rosso di pianto, mentre il corpo spogliato di ogni dignità. C’era Dmytro che stava chiudendo il giro. L’irruzione ad effetto, era il numero preferito del leader. Si erano introdotti in casa con estrema facilità all’incirca alle sei del mattino e alla disgraziata era toccato il marcio. L’avevano violentata uno dopo l’altro, perché stavolta pagava lei per la cazzata commesa da lui, il tipo impaziente di fuori. Mai fottere Valentyn e la sua banda, la merce doveva essere pagata subito, nessun ritardo ammesso. Eccoli poi, erano quelli gli atroci meccanismi che si innescavano, tra l’altro nemmeno i più efferati. La violenza carnale era solo l’antipasto, la portata iniziale. La storia sarebbe proseguita a picco ed era un fato di cui il giovane slavo era sovrano, muoveva soltanto lui i fottuti fili. 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐲𝐧, 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐠𝐧𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝’𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭à, 𝐥’𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐚𝐥 𝐝𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨. Alla vittima tenevano impegnata la bocca succhiando un pene, nonostante tutta la disperazione che soffrisse, poteva soltanto che mugolare. E al ventenne piaceva a dismisura, in realtà lo sollazzavano certe nefandezze dettate unicamente dalla sua bestialità e inclemenza. Il baratro lo faceva sentire 𝐨𝐧𝐧𝐢𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞. Benché la noia iniziava a subentrare. Tant’è che raccattò la maglia da terra e si rivolse al gruppo.
« Ce ne andiamo, rimettete il cazzo nei boxer. »
Fremeva. Finalmente l’orgasmo vero e proprio stava per esplodere. I ragazzi, rivestiti alla svelta, ridevano tra loro, conoscendo la prossima mossa del loro leader — il pezzo forte, quello che avrebbe dato senso allo squallore commesso. Valentyn con una sigaretta accesa tra le mani, diede un’occhiata complice ai compagni, come per celebrare un tacito “siete pronti, bastardi?”. Si avvicinò ad aprire la porta e nell’affacciarsi scontrò l’espressione sbigottita dell’altro.
« Ringrazia “la puttana”, ha fatto in modo che il tuo debito fosse parzialmente estinto. »
Il resto degli SKIN88 si condussero più vicini, alle spalle di Valentyn. E ridevano, ridevano, ridevano lanciando commenti osceni, della serie “me l’ha preso in gola fino alle palle”, “le ho rotto quel buco di fichetta, coglione!”. Fu una scena pietosa, triste, piena di tensione — il culmine raggiunto. Il leader s’appoggiò allo stipite della porta con aria tranquilla, sfrontata, un mezzo sorriso in volto. Inalava e sbuffava il fumo su quella faccia da coglione che pareva pietrificato. Avanzò un passo verso il soggetto che a tale movimento indietreggiò. Valentyn lo afferrò con forza per la nuca, sporgendosi verso l’orecchio per sussurrare.
« Non farmi tornare da te, Artem — o ti fottiamo il culo fino a sfondarti l’intestino. E ti ci ammazzo, così. »
Artem aveva iniziato ad ansimare per la paura, pareva aver perso ogni traccia di coraggio. Allora lo lasciò, dandogli una pacca tutt’altro che amichevole seppur c’assomigliasse, mettendosi a scendere le scale del palazzo. Tuttavia si fermò al terzo gradino, come se avesse rammentato qualcosa da dirgli.
« Ah – »
Volse il capo in direzione di Artem.
« [...] le siamo venuti tutti dentro. »
Il resto fu un ammasso informe di oblio e desolazione.
Il venerdì era arrivato, erano le 17:30 e i ragazzi c’avevano voglia di bere. Nonostante il freddo, qualcuno se ne andava in giro a petto nudo, a voler dimostrare quanto fossero duri e resistenti alle intemperie del tempo, della strada e di quella vitaccia. Valentyn indossava una camicia bianca del tutto aperta, ponendo inconsapevolmente in risalto la collanina d’oro vero che portava al collo, rubata anni prima, da bambino. C’era raffigurato l’occhio di Horus che aveva sentito dire dai suoi compagni simbolegiasse “prosperità” ma lui, nell’intimo, gli dispensava tutt’altro significato. Nientedimeno che l’occhio protettore di sua madre. Lei, che di protezione non gliene aveva mai data, ma ancor meno d’amore. Sapeva quanto lo odiasse. Troppe volte sotto effetto di sostanze gliel’aveva gridato “non guardarmi con quegli occhi... sono uguali a quelli di quel mostro!”. Chissà che non fosse stato davvero il pallido riflesso dell’aguzzino. Ironia della sorte: Mariya era l’unica persona al mondo in grado di ferirlo. Amore e odio incondizionato fusi insieme. Se ne teneva lontano apposta. Quando il gruppo circolava, non poteva che catturare le occhiate intimorite e curiose della gente. SKIN88, conosciuti in tutta Kiev dagli abitanti del più disparato ceto sociale e ancora meglio dalla polizia locale. Una popolarità dilagata al punto tale da essere intervistati, in modo da creare un documentario che testimoni quanto è dura la vita nel ghetto. Entrarono tutti e sette in un bar qualsiasi di periferia. Cazzeggiavano a gran voce e alcune persone come li videro entrare pagarono il conto per poi girare i tacchi. Inutile rimarcare che pochi minuti più tardi erano i soli seduti al tavolo, soli nell’intero locale. Insomma, se la comandavano loro, neanche il decoro di mettersi una maglia o di abbottonare la camicia. Valentyn accese una sigaretta, seguito da altri quattro; a quel punto mise gli occhi sulla cameriera. A giudicarla dall’aspetto era una pelle di carota fisicamente massiccia. Alcuni dei ragazzi non persero occasione di commentarla ad alta voce, privi di un minimo di sensibilità. Non che a Valentyn importasse granché, anzi, però lo incuriosiva. Inoltre prede del genere, dall’aura così dannatamente indifesa, erano le migliori, le più allettanti. I compagni incalzarono le offese: “ehi, cicciona” / “ma sono nei quelli che hai in faccia?” / “te la rasi?”, finché l’ucraino non li zittì con un semplice e deciso “𝐝𝐚𝐭𝐞𝐜𝐢 𝐮𝐧 𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨”. Silenzio tombale. Sorrise audacemente alla rossa e fece cenno con la mano di avvicinarsi.
« Prendi carta e penna, ho qualcosa da chiederti. »
L’intenzione pareva proprio quella di ordinare. Tuttavia, appena la fanciulla fu più vicina, Valentyn da spudorato quel era, allungò un braccio per afferrarla, portandola seduta sulle sue gambe. La cinse a sé, bloccandole di conseguenza le braccia. Se ne moriva di sentirla tutta addosso; era così dannatamente morbida e profumata.
« Sembri un peluche. Come ti chiami, cucciolotta? Non ti ho mai vista da queste parti. »
Strinse tra le labbra la sigaretta accesa e prese il taccuino per gli ordini scrivendoci sopra il suo numero.
« Io sono Valentyn, in zona conosciuto come SKIN88. E loro sono i miei fratelli, cattivi quanto basta per sopravvivere alla merda. »
Allentò la morsa così da lasciarla libera. Lo sguardo dello slavo si fece duro e intransigente.
« Dacci da bere tutto quello che hai in questo schifo di locale. »
Senti qua, la dinamica è andata esattamente così: stavo davanti alla piccola tomba di Cuccio, insieme a mia madre e mia sorella, discutevamo di alcune particolarità, mentre zia ci stava raggiungendo. Ecco però che all’improvviso inciampa in mezzo all’erba alta; noi all’in piedi, sbottiamo a ridere. Allora fingo evidentemente di cadere per senso di solidarietà, tipo che a momenti mi spacco un ginocchio ― buffoneria top, cosa che circo spostate proprio 🤡🎪 ― e rotolo fino a lei, urlando “ziaaa, arrivo a salvartiii”. Isabella prende il telefono e ci dice “ferme, faccio la foto”. Beh, a quel punto ti pare che non butto in mezzo quell’altra disgraziata? “A ma’, buttati” la “invito” senza mezzi termini. E lei che fa? Ovviamente si butta. Buona Pasqua, chicos! Tenetevi stretti i vostri affetti e che non sia mai, un dì, il vostro atteggiamento sia causa di rimpianto. Sempre, col cuore. 🖤👀
VOLO, RAGA. 😂
Insomma, perché cazzo sembro un chierichetto?
Regà, indovinate un po’... vi presento il mio bimbo, si chiamerà Poncio e tra una mesata potrò stringerlo e sbaciucchiarlo, finalmente. 🖤
VALENTYN / ШКІРА88 “BROS BEFORE HOS”.
Noi siamo gli ex ragazzi della brutta via.
Nati nei bassi fondi.
Quelli nel quartiere dei relitti, seduti al muretto a fumare erba.
Titolati “bastardi senza futuro”, comunissima “feccia”.
Noi venivamo chiamati in tanti modi a Kiev: “delinquenti, criminali, teste rasate, cani bagnati, ratti” – ma sempre noi, da sei anni a questa parte, siamo rispettati soltanto come “SKIN88”.
Sordi alle nostre grida d’agonia, per lungo tempo c’hanno lanciato merda addosso dal piedistallo.
Non bastava già la vita ad essere dura, ad averci tradito [...] a incattivirci fu l’impotenza dinnanzi alla burrasca degli eventi.
Senza soldi, senza speranza, privati della dignità e al freddo.
Qualche vecchio ci diceva di pregare, noi preferivamo attaccarci alla boccia.
C’è chi un padre non ce l’ha e chi la madre per un misero tozzo di pane fa la marchettara, la trovi a tarda notte all’angolo della stessa strada.
Qui nessuno sta meglio di un altro.
Noi fratelli non consanguinei siamo compatti nel nostro dolore.
Le ferite ce le siamo suturate da soli, senza l’aiuto della caritas, della chiesa, o di quel Dio muto.
Ci siamo svezzati fronteggiando l’insidia dell’esistenza in prima linea, provando in tutti i modi di essere uomini prima del tempo.
Ognuno ha la sua storia, la tragedia che si trascina dagli albori sulle spalle; ve ne citerò qualcuna.
Pavlo da ragazzino rapinava i negozi per comprare da vivere alla sorellina.
Taras vendeva marsupi contraffatti, viveva con la nonna malata di Parkinson, doveva provvedere lui alle spese mediche.
Danylo era prigioniero di in una famiglia adottiva abusante, sfogava la frustrazione ogni qual volta ne aveva l’occasione, gli servivano soldi per scappare.
Poi, c’ero io, l’ambizioso – il leader fondatore degli “SKIN88”.
Nato da uno stupro, madre caduta nella tossicodipendenza a seguito di un trauma ancora troppo presente e mai superato, nonostante sia stata questa sciagura a darmi la vita [...] ai suoi occhi resto l’ombra di un aguzzino a me ignoto.
Desidero portarla via da lì, sto lavorando duramente per salvarla, pulirla, darle quello che nessuno le hai mai dato, perché per me non esiste priorità più grande.
Ora è una discesa – il traffico della città è nelle mie mani, nelle nostre mani.
Ho creato un vero business spacciando cocaina, speed e sciroppo, meglio conosciuto come lean.
Ci muoviamo bene, estirpiamo la concorrenza prima ancora che possa mettere radici, ma nessuno ha abbastanza palle di mettersi contro di noi.
È gente smidollata, in fondo giudiziosa – siamo considerati l’organizzazione giovanile più pericolosa.
E la polizia muta.
C’è tutto un giro di interessi così grande ed esteso che conviene a tutti giocare a mosca cieca.
La ruota del karma ha girato, signori.
Restate pure comodi sulle vostre patetiche utilitiare.
Adesso ce ne andiamo in giro tutti firmati, pieni d’oro, impaccati di soldi, su macchine extra lusso.
L’esterno è sfarzosamente patinato, però non ci basta ancora, ‘fanculo!
Cattivi, rozzi, rissosi, strafottenti [...] i peggiori da amare, i migliori a sopravvivere.