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Ogni volta, davanti a questo paesaggio, mi torna in mente il libro che mi ha rivelato il mio amore per i classici, e mi sembra di sentire ancora la domanda del giovane Holden: chissà dove vanno, d’inverno, le anatre di Central Park, quando il lago è gelato.
“"I was wondering if it would be frozen over when I got home, and if it was, where did the ducks go. I was wondering where the ducks went when the lagoon got all icy and frozen over. I wondered if some guy came in a truck and took them away to a zoo or something. Or if they just flew away."
J. D. Salinger, The catcher in the rye
Oggi il mio cuore
non è altro
che un battito di nostalgia.
Giuseppe Ungaretti
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La dura serendipità dei sarajevesi
A Sarajevo ci sono delle dolorose rose rosse incastrate nelle strade, nei marciapiedi, sui cordoli fra pavimento e muro. Indicano il punto in cui durante i 4 anni di assedio qualcuno, spesso a decine, è morto esploso per un razzo, un tiro di cecchino più o meno pesantemente armato. I serbi sparavano con tutto dalle colline intorno alla città, sparavano sui sarajevesi in fila al mercato, o in fila per l’acqua, o di corsa fra un palazzo e l’altro per trovare qualcosa da mangiare, un pezzo di qualche motore, per raggiungere un parente ferito, una vedova, i figli.
I sarajevesi oggi passano oltre svelti, non so se ci facciano caso e le evitino senza dare nell’occhio oppure ci camminino anche sopra. Sembrano non curarsene.
Quando mi sono fermata in mezzo alla strada, mentre c’era rosso al semaforo, invece mi si è avvicinato un signore sulla sessantina, con le stampelle, sovrappeso e affaticato dalla canicola. “I was there” e mi indica la rosa che ho appena fotografato.
Ho potuto solo sorridergli, mettergli una mano sulla spalla, con rispetto, come fosse uno zio fratello di papà, e ho sussurrato “mi dispiace, I’m sorry”. E ognuno per la sua strada, solo con un magone infinito, voglia di piangere e i singhiozzi in gola.
(sopra: Markale oggi e una lapide sul marciapiede opposto, due memoriali per due attentati; il più grave fu quello del 5 febbraio 1995, quello cui presumo sia scampato l’uomo che ho conosciuto, quando un proiettile di mortaio da 120 mm fece 68 vittime e oltre 140 feriti fra i sarajevesi, in maggioranza di religione musulmana, assiepati a mezzogiorno al mercato nel pieno centro della città, fra gli alti palazzi alle spalle del corso principale Marsala Tita. Teoricamente si sentivano al riparo dai cecchini. Su questo particolarmente vile attentato si sono scatenate le ipotesi di complotto e di depistaggio, ma la responsabilità è attribuita ai serbi)
A me non era mai capitato di incontrare per caso un sopravvissuto alla guerra. ho parlato con i parenti e i partigiani, ho letto e ascoltato migliaia di pagine ma non è niente. Niente è come vedere gli occhi di chi è scampato alla morte e lo sa, niente è come quella tristezza che vorrebbe essere orgoglio ma è oppressa, dalla rabbia o dalla malinconia.
I miei nonni e i prozii, gli zii erano tutti contenti quando mi raccontavano qualcosa, e diventano tristi e arrabbiati solo quando pensano che per certe cose ci vorrebbe ancora la guerra e i partigiani.
E’ un’altra tristezza quella che ho visto, è di una durezza diversa; è comunque malinconia, ma non arrendevolezza.
(foto di seguito, dall’alto: Kino Imperijal, l’ex secondo più antico cinema di Sarajevo, sulla Marsala Tita, chiuso da -forse- 6 anni; uno dei numerosi cimiteri in città, questo era accanto all’hotel in cima a Veliki Alifacovak, dove sorgeva un antico ex dazio; il Pesce d’oro, Zlatni Riba, locale meravigliosissimo ininterrottamente aperto dagli anni Ottanta)
E mi sono innamorata di questa meravigliosa, eterna, sospesa, sorprendente città.
(foto mie)
Folie + folie = folie. En voulant vivre, elle précipite sa fin. Cette lumière, soudain, qui prophétise la lumière… Quelqu’un braque le réflecteur du bonheur dans sa chambre. Le bonheur. Il a fallu qu’elle vieillisse pour y songer à l’improviste sans avoir appris, sans avoir compris ce que c’est.
Violette Leduc, La femme au petit renard. (via lanoirceurdesmots)
La mia bella Bologna
la mia bella Bologna
Nel molle giro di un sorriso ci sentiamo legare da un turbine di germogli di desiderio Ci vendemmia il sole Chiudiamo gli occhi per vedere nuotare in un lago infinite promesse Ci rinveniamo a marcare la terra con questo corpo che ora troppo ci pesa
Giuseppe Ungaretti, Fase d’oriente, L’Allegria da Il porto sepolto (via ilcantodeicartolai)
Tu verras mon stylo emplumé de soleil neiger sur le papier l'archange du réveil.
Tu verras - Claude Nougaro
Life is very interesting. in the end, some of your greatest pains, become your greatest strengths.
Drew Barrymore (via quotethatword)
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Au coucher du soleil, si ton âme attendrie Tombe en une muette et molle rêverie, Alors, mon Clinias, appelle, appelle-moi. Je viendrai, Clinias ; je volerai vers toi. Mon âme vagabonde à travers le feuillage Frémira ; sur les vents ou sur quelque nuage Tu la verras descendre, ou du sein de la mer, S'élevant comme un songe, étinceler dans l'air ; Et ma voix, toujours tendre et doucement plaintive, Caresser en fuyant ton oreille attentive.
Néère, André Chénier
Testament of Youth
- Bisogna che la nostra generazione riconquisti le cose, Mariamirella, - dico.- Che pensiamo e facciamo nello stesso momento. Non che facciamo senza pensare, però. Bisogna che tra le cose pensate e le cose non ci sia più differenza. Allora saremo felici. - Perché è così? - mi chiede. - Vedi, non per tutti è così, - dico.- Io da bambino vivevo in una grande villa, tra balaustre alte come voli sul mare. E io passavo i giorni dietro a queste balaustre, bambino solitario, e ogni cosa per me era uno strano simbolo, gli intervalli dei datteri appesi ai ciuffi dei gambi, le braccia deformi dei cereus, strani segni nella ghiaia dei viali. Poi c'erano i grandi, che avevano il compito di trattare con le cose, con le vere cose. Io non dovevo far altro che scoprire nuovi simboli, nuovi significati. Così sono rimasto tutta la vita, mi muovo ancora in un castello di significati, non di cose, dipendo sempre dagli altri, dai "grandi", da quelli che manovrano le cose.
Amore lontano da casa, Italo Calvino
Lasciamoci volare.