Dal momento in cui viene riconosciuto, l'assurdo diventa la più straziante di tutte le passioni.
Non vorrei passare la notte qui,questa stanza è buia,e fredda. Il pavimento parla ad ogni mio passo,come se volesse ricordarmi quanto sia fatiscente.
Sono circondato da sedie su cui non riesco a sedermi,eppure anche loro sono vittima dell'usura del tempo,dimostrando che c'è stato un momento in cui svolgevano al meglio la loro funzione. L'aria è pesante per via della polvere,che dona una sottile patina di grigio a tutti gli oggetti abbandonati qui da tempo.
La cosa non mi scandalizza,la polvere sembra essere l'unica cosa viva qui dentro.
Comincio a girovagare per la stanza,aumentando passo dopo passo la pressione con cui calpesto il pavimento,ed inizio a giocare con gli scricchiolii delle mattonelle. Ognuna ha un suono diverso,ed a seconda della pressione del piede riesco a modularne il volume o l'intensità.
La stanza è vuota,o per meglio dire è stata abbandonata. Solo gli scricchiolii sembrano farmi compagnia,ma la cosa non è consolante. La porta da cui sono entrato è lì che mi aspetta,ma restar dentro,o rimanere fuori non fa gran differenza.
La notte è ancora lunga,ed io la temo. Ho portato tutto il tabacco necessario per sfogare al meglio i momenti di tensione o di nervosismo. Non ho dimenticato nulla,cartine e filtri,tabacco e accendino.
Mi faccio largo tra le sedie,provo a sedermi su di una,ma è come se si rifiutasse di essere utilizzata. Significa che starò in piedi,e se avrò sonno mi stenderò sul pavimento. La cosa non mi rende particolarmente entusiasta,ma non mi provoca nemmeno angoscia. Ultimamente non dormo mai,quindi la vedo remota la possibilità di dover condividere il mio sonno con la polvere. Ed anche se dovessi crollare,sarebbe un sonno talmente pesante che non credo mi farei il problema della sporcizia.
Pensieroso,riprendo a camminare per la stanza. Mi farò una sigaretta. Io appartengo ormai da qualche anno,alla categoria dei fumatori compulsivi. Qualsiasi momento,che sia di stress o di sollievo,è accompagnabile da una sigaretta. Fumare non risolve i problemi,ma aiuta a digerirli. E' come ritrovarsi neonati legati al seno materno,come giustificare un momento altrimenti troppo pesante. Chiudo la mia sigaretta senza troppa fretta e con una certa cura. Non che abbia mai amato perdere tempo in vita mia,ma mai come adesso ne ho troppo a disposizione,e l'unico modo che ho per far finta di condividerlo è sprecarlo.
Fumo ed il mio passeggiare continua. Dalla direzione dell'ingresso mi arrivano i suoni dall'esterno. Il silenzio viene scalfito raramente. Ogni tanto si sente qualche gatto miagolare violentemente o qualche macchina passare. Comincio a chiedermi se ne valga la pena di essere ancora qui. Fisso la porta d'ingresso.
E'solo una questione di tempo ed anche questa notte passerà. Come,non lo so. Se fosse possibile,pagherei per ritrovarmi nei panni di qualcun altro,solo per giungere al mattino tranquillamente,evitando di subire le conseguenze di una notte passata in una stanza a pensare. Ma fantasticare non serve a niente,confonde solo le idee,rende più problematico il rapporto con la realtà. Penso questo,mentre sono appoggiato ad un grosso bancone di legno,su cui comincio a scarabocchiare immagini approfittando della polvere come di un enorme foglio bianco. Ce n'è talmente tanta che le linee tracciate con l'indice sembrano quasi dei solchi.
Dovrei fare qualcosa invece di rimanere qui,evitare di essere immobile.
Condivido la stanza con una falena che forsennatamente picchia su di una lampadina alla ricerca della luce. Sembra aver trovato ciò che vuole,ma anche lei,come me,è come se non riuscisse a fare suo questo desiderio. Vorrebbe toccarla la luce,impossessarsene o semplicemente sentirla,ma non può. Continua a sbattercisi contro,intervallando momenti di assoluta immobilità e lontananza da ciò che desidera,a momenti di furiose testate contro la lampadina.
Non mi sono mai sentito così vicino ad un insetto. La cosa è singolare perché gli insetti mi fanno ribrezzo. Non oso immaginare quanti ne possa ospitare questa lurida stanza. Meglio non pensarci,già ho faticato ad accettare la falena che,fortunatamente,sembra non curarsi di me.
Ogni tanto la sento picchiettare contro qualcosa e a volte non riesco a nascondere il disgusto che ho per lei.
Non è passato poi molto da quando ho varcato la porta d'ingresso,ma come mio solito mi sono perso in chiacchiere,concedendomi ad altri pensieri ed alle esitazioni.
Se sono qui ci sarà pure una ragione,se volevo passare una notte insonne avrei potuto tranquillamente farlo a casa.
Dovrei prepararmi per la notte,e forse anche una sciacquata alle mani non sarebbe male. Tutto quel disegnare sul bancone mi ha reso le mani nere. Tanta polvere e nessuno starnuto,mi sembra assurdo,che sia immune alle allergie qui dentro?La cosa non mi stupisce,se sono riuscito a fraternizzare con una falena,che è ora è ferma da qualche parte,tutto è possibile.
Mi avvicino all'ingresso dove ho lasciato una busta,la prendo e la poso sul bancone. Ho comprato un po’ di compagnia,e spero che queste bottiglie di birra mi aiutino allo scopo. Ne estraggo una,e vado dietro il bancone per cercare qualcosa con cui aprirla. Da qui ho una prospettiva diversa della stanza,osservandola mi chiedo come dovesse essere stata prima dell'abbandono,che tipologie di persone potesse ospitare. Dirigo lo sguardo su delle mensole con dell'oggettistica inutile,ma non mi aiuta alla comprensione. L'odore di chiuso sembra più forte qui,e sono su di una pedana che sembra sul punto di cedere. Trovo un cassetto,ed aprendolo un piccolo sciame di insetti si nasconde alla vista della luce. Fortunatamente trovo anche un apribottiglie,lo prendo assicurandomi di non trovarci intorno altre forme di vita.
Questa stanza è raccapricciante. Apro la birra e cerco di sedermi su di uno sgabello da pub,ma mi scaraventa per terra,e con me la bottiglia che,cadendo,versa tutto il suo contenuto per terra rimanendo però intatta.
Mi alzo e comincio ad imprecare ad alta voce contro lo sgabello,e tutto ad un tratto è come se le sedie e gli sgabelli si rivolgessero verso di me per ascoltare le mie offese.
Non è possibile,forse sto impazzendo. Ecco cosa accade a non dormire,si perde il senso della realtà. E poi non ci sarebbe nulla di male in questo caso,se questa stanza è la mia realtà,preferisco perderla. Le sedie intanto sembrano non curarsi più di me,perdendo completamente quel guizzo d'intelletto che le avevo donato.
Riprendo contegno dalla caduta,mi pulisco dalla polvere e ho i vestiti bagnati di birra,e tra i piedi ho un fetido pantano.
Cerco di rimediare decidendo di pulire il pavimento.
D'impulso mi giro verso il lato opposto del banco,vi trovo un'enorme tenda sovrastare la parete color crema ormai ingiallita dal tempo. Potrebbe essermi utile per pulire la pozzanghera. Mi avvicino,e comincio a strattonare la tenda con molta forza. Fortunatamente il tessuto cede subito,e la tenda cade a terra seguita da un'enorme nuvola di polvere. Ma non faccio in tempo ad assistere alla caduta,che divento vittima della polvere,mi bruciano gli occhi e non vedo niente,cominciando a tossire violentemente. Mi appoggio al muro,concentrandomi per tornare alla normalità,ma non ci riesco. Ritorno al bancone a memoria sperando che una delle sedie non mi intralci la strada. Con la vista annebbiata,prendo un'altra birra e la apro,e ne faccio un sorso sperando che diminuisca il rossore alla gola provocato dalla tosse. Appoggiato al bancone mi calmo,ritornando pian piano in forze. Vedo l'enorme tenda accasciata al suolo,e cosa nascondeva. Cinque finestroni in serie,di cui quattro murate e solo quella centrale coperta da un vetro lurido con un buco all'altezza delle spalle. Faccio ancora un po’ di fatica perché a causa della polvere la vista non mi è tornata perfettamente. Vedo all'estremità del finestrone centrale una valigetta lunga e abbastanza larga,e di traverso appoggiata una sedia pieghevole più grande del normale. La mia curiosità è enorme,tanto da cominciare a pensare che tutto ciò non sia un caso. La finestra è lercia e per vedere oltre andrebbe pulita,il buco è ricoperto di ragnatele ed insetti morti o decapitati.
Mi toccherà pulirla insieme al pavimento.
Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a passare la notte a pulire ed a mettere a posto le cose. Sono un disordinato cronico ed è una cosa che odio fare. Urto con un piede la valigetta posata per terra e la sedia appoggiata di traverso cade. Scosto la valigetta dal muro e la apro. Vi trovo un fucile di precisione abbastanza vecchio come modello,non ne avevo mai visto uno da vicino e lo imbraccio subito. Lo credevo più pesante. Avvicino l'occhio al mirino e giro il bacino ondeggiando il fucile per la stanza simulando dei colpi. Non so perché ma so che è carico. Perché nascondere un fucile carico qui dentro?Perché non ne ho alcun timore reverenziale?
Lo ripongo con cura nella valigetta e la riaccosto al muro.
Per prima cosa c'è da pulire il pavimento. Scosto la tenda dalle finestre e la porto in prossimità del bancone. Con un paio di forbici trovate nel cassetto aperto prima,taglio la quantità di tenda necessaria per asciugare la pozzanghera di birra,e ce la metto su. L'altra parte la userò per pulire al meglio la finestra.
Le mie condizioni igieniche lasciano sempre di più a desiderare,ho le mani nere,la fronte madida di sudore e la maglietta bagnata. Dovrei calmarmi un po’. Ci riuscirei sicuramente meglio se potessi sedermi,ma le sedie a quanto pare hanno indetto una congiura contro di me. Mi abbandonerò ad una sigaretta e ad un goccio di birra. Ma la curiosità che ho verso quella finestra è innaturale. Ne sono attratto,e so che non mi darò pace finché non la pulirò. Intanto la tenda sembra aver assorbito parte della birra,così asciugo quel che ne rimane con l'unico lembo asciutto. Il risultato non è eccelso,ma sempre meglio di niente.
Butto la parte di tenda sporca dietro al bancone,e sigaretta spenta alla mano cerco la falena che sembra essere sparita. Forse starà attraversando il suo periodo di calma prima del prossimo attacco. O forse curiosa mi osserva. Sta di fatto che non la sento e non la vedo. Meglio dedicarsi alla pulizia della finestra adesso. Prendo l'altra parte di tenda e raggiungo un piccolo lavabo a muro situato sulla parete opposta all'ingresso. Vi trovo un piccolo specchio da bagno con su una lampadina legata ad una cordicella,e giù il lavabo pieno zeppo di ragnatele.
Questa stanza non ha senso.
Apro il rubinetto constatando che funziona,ed il gettito d'acqua irregolare irrompe sulle ragnatele distruggendole completamente,facendo quasi piazza pulita. Rimangono solo dei ragni di media grandezza che annaspano tra acqua e ragnatele prima di essere risucchiati. Tale visione mi compiace e disgusta allo stesso tempo. Tiro la cordicella ed accendo la lampadina per guardarmi allo specchio. Ho gli occhiali sporchi,e le basette umide di sudore. Ho la faccia stanca. Accenno un sorriso innaturale,di una gioia inadatta a dove mi trovo. Termino la mia prova d'attore ritornando serio,ma continuo a fissarmi. Mi giro di profilo e con la coda dell'occhio guardo la mia barba prendere il sopravvento sulla mia faccia,nascondendola.
D'un tratto mi viene in mente quando da bambino ero solito osservare mio nonno farsi la barba con una certa ammirazione. Lui era lì,davanti allo specchio,ed io impaziente contavo i giorni che mi avrebbero portato davanti ad uno specchio a radermi. Un conto alla rovescia che avrei accantonato per favorire il pensiero di un qualsiasi gioco. Fortunatamente da bambini non si ha fretta,solo da adulti diviene pesante il concetto dell'attesa.
Ricordo la sua voce,il gorgoglio dell'acqua che delicatamente si posa nel lavandino,lo sfrigolio di mani bagnate. Odore di dopobarba e domande.
Nonno,perché usi la schiuma?
Ti sei mai fatto crescere la barba?
Ma il dopobarba a che serve?
L'odore di quel dopobarba ce l'ho stampato in mente,e rivive in me come un'immagine.
Io quel dopobarba non l'ho mai usato,e forse non lo userò mai.
Ricordo quella matura metodicità con cui mio nonno,davanti allo specchio,si prendeva cura di se stesso. Un'attenta ritualità,quasi infallibile.
Io somiglio a mio nonno solo nell'aspetto,e quando mi specchio mi faccio ancora troppe domande.
Tutto si spiega e tutto torna.
Piego il pezzo di tenda per farne un panno,e lo bagno con l'acqua corrente. Vado verso la finestra e comincio a pulire. Lo sporco viene via abbastanza facilmente. Non ho il tempo di divagare con la mente,è troppa la curiosità. Come mio solito abbandono il lavoro a metà per dedicarmi un attimo al buco pieno di ragnatele che ha un diametro poco più piccolo di una testa. Prendo le forbici e senza guardare ne disegno i contorni sperando di eliminare in un sol colpo tutta quella robaccia. Fortunatamente ci riesco e sento cadere insetti e ragnatele dall'altro lato come un piccolo malloppo. Riprendo forsennatamente a pulire la finestra,inumidendo di volta in volta il panno. Il lavoro è quasi finito,ma oltre la finestra non si vede nulla. Non si vedono strade,o lampioni in lontananza. Nulla di nulla. Ma continuo a pulire. Oltre il vetro un buio intenso,quasi palpabile. Una sorta di muro nero,eppure è quasi possibile percepirne la prospettiva.
Rimane l'ultimo angolo da pulire,e poi darò una ripassata generale. Ammiro quel vetro,soddisfatto del mio lavoro,sorpreso da tanta devozione. Termino l'operazione senza batter ciglio,è la prima volta in cui mi dedico a qualcosa che non riguardi propriamente i miei conosciuti interessi e che mi prenda con tale entusiasmo. Ma tanto lavoro sembra non essere servito a nulla,oltre la finestra il vuoto. Provo a mettere un braccio nel buco e ad agitarlo,ma mentre lo faccio sono consapevole dell'inutilità di questo gesto.
Se raccontassi in giro il fatto che mi sono ritrovato in una stanza abbandonata con un fucile di precisione carico e una finestra da cui non si vede nulla,sono convinto che nessuno mi crederebbe se dicessi che dal fucile non sono assolutamente attratto,ma è della finestra che m'importa.
Non riesco a fare a meno di constatare quanto abbia fatto un buon lavoro con questa povertà di mezzi.
Dedico un po’ di attenzione anche al fucile,come a voler dare giustizia al giudizio degli ipotetici increduli di cui sopra,ma proprio non fa per me. Più che altro è la sedia pieghevole a destare il mio interesse adesso,prima l'avevo completamente ignorata. E' davvero grande per essere una sedia di questo genere. La apro e sembra ancora più grande,e comoda. Sono in piedi da ore,e ho voglia di sedermi,ma pare che abbia un brutto rapporto con le sedie di questa stanza. Anzi,sono loro che hanno un brutto rapporto con me. Però questa è diversa dalle altre,non è uno sgabello da pub,né una sedia in legno. Questa è una sedia pieghevole in ferro e nylon.
Decido di provare a sedermi. Mi metto davanti alla finestra e posiziono la sedia dietro di me. Mi preparo alla disfatta abbassandomi ad occhi chiusi. So che cadrò,ma non mi interessa.
No,non sono caduto. Il sollievo non fa in tempo ad impossessarsi di me che ad occhi ancora chiusi sento la falena picchiettare nuovamente verso la lampadina. Mi giro di scatto,e la vedo combattere con la sua bramosia.
E'la prima volta che sorrido veramente da quando sono qui.
Mi giro verso la finestra distrattamente e rimango atterrito. Cambio espressione in un istante. Non credo a quello che vedo,non è possibile.
Sto impazzendo,è sicuro sto impazzendo.
Avevo già tergiversato sul mio rapporto con le sedie,ma questo è ingiustificabile. Che cosa sto vedendo?E'possibile tutto questo?Non ci credo. Il mio cuore comincia a pulsare all'impazzata e quasi mi manca il fiato. Respiro affannosamente,ho paura che mi venga un infarto.
Oltre la finestra,vedo migliaia,milioni di persone in lontananza.
Senza logica alcuna di movimento o di prospettiva,senza alcun disegno che li disponga nello spazio in maniera razionale. La cosa bella è che riesco a distinguerle una ad una. Vedo in alto una persona dormire sottosopra,un'altra dialogare con qualcun altro. Chi si dirige affannosamente verso una direzione,chi parla al telefono,chi vede un film. Poi un pestaggio,e vicino altre persone chiacchierare divertendosi. In basso a sinistra un uomo e una donna ballare in verticale. Non c'è uno spazio comune,sono tutti ammassati l'uno sull'altro.
Ma da lontano io li vedo distintamente. Pare che non si curino di me,che non si accorgano della mia presenza.
Sono seduto su questa sedia,l'unica che abbia voluto accettarmi,e sono impazzito.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma è troppo reale per essere un'allucinazione.
Ma devo continuare a guardare.
Se voglio posso spingermi anche più lontano con lo sguardo,senza perdere minimamente il dettaglio.
Troppe persone,troppi concetti.
Un'enorme massa di carne che si agita,e informe dimostra la sua esistenza.
Ma non è possibile,e comincio ad avere paura. Non riesco a spiegarmi tutto questo,ed anche se affascinato da tale visione,in me cresce il panico.
Vedo alcuni miei amici continuare le loro vite con occhi spenti e poi concedersi a piccole dosi al sollievo quotidiano. Li vedo mangiare,esitare,prendere decisioni. Focalizzo lo sguardo su altre persone che corrono,e poi lo dirigo su quelle che non fanno nulla. Vedo ancora i miei amici e li vedo fare vita sociale. E poi conoscenti,tantissimi conoscenti. Ho capito di aver trovato la parte di visuale in cui posso osservare persone che conosco. Il panico fa posto alla curiosità e mi tranquillizzo un po’.
E' la prima volta in cui non riesco a partorire una qualche idea su ciò che vedo,affidandomi completamente alle sensazioni.
C'è chi sorride,chi piange,chi litiga,chi parla da solo. Vedo studenti ripetere la lezione a memoria,e uomini minacciare altri uomini. Non c'è alcuna logica di spazio o di tempo. Non c'è ragione. Vedo persone fare sesso senza alcuna soddisfazione,vedo bambini chiedere l'elemosina. Scintillii di spari e pacche sulle spalle. Abbracci finti e baci appassionati. Sorrisi a bocca larga,cazzotti sul grugno,conversazioni.
Non riesco a sentire nulla,ma pare che non ne abbia bisogno. L'unico suono che sento è quello della falena che sembra aver ingaggiato una lotta sempre più aspra con il suo fascio di luce.
Provo a mettere di nuovo il braccio dentro il buco,ma non riesco a toccare nulla.
Continuo a guardare,ma comincio a rendermi conto che ciò che vedo è troppo per me. Non ce la faccio,solo per me è troppo. Osservo la disperazione sulle facce delle persone,e immediatamente dopo la gioia più ingiustificata. Non reggo,mi viene da vomitare.
D'un tratto,come se non bastasse,vedo anche te. Riconosco le tue forme,quelle che amavo disegnare con la punta del mio naso ogniqualvolta i nostri corpi erano una cosa sola. Il tuo sguardo,diventare malizioso quando incontra il mio. Anche adesso,che non sai che ti sto guardando,i tuoi occhi mutano nei miei. Ti vedo dialogare con altre persone,partecipando divertita alla conversazione. E' palese quanto tu riesca tranquillamente a fare a meno di me. Appoggio la testa e la mano contro il vetro,quasi a volerti toccare. La mia mano è enorme,e tu sei così piccola.
Ti coglierei come si fa da bambini quando si gioca con le formiche. Ti farei correre tra le pieghe nodose della mia mano,e senza perderti di vista,ti poserei delicatamente per farti tornare da dove sei venuta.
Ma il vetro ci divide,e non mi offre questa possibilità.
Mi sento male,devo fare qualcosa. Mi alzo di scatto e comincio ad andare avanti e indietro per la stanza. La velocità con cui cammino è pari al livello di angoscia che provo. Mi faccio una sigaretta e comincio a fumarla nervosamente. I miei pensieri sono veloci,e risentono della poca tranquillità e del panico. Non faccio nemmeno in tempo a notare quanto sia fastidioso lo scricchiolio delle mattonelle sotto i miei piedi.
Che cosa devo fare? Perché devo assistere a tutto ciò? Qual è il senso? Forse la risposta a queste domande si trova proprio lì,oltre quella finestra. Devo cercare quanto più possibile di farmi coraggio. Devo essere lucido,devo capire. Prendo nuovamente posto,ma con una certa fatica. Questa volta non per la paura di cadere,ma di guardare nuovamente oltre il vetro.
Mi concedo nuovamente alla visione. Pur avendola già vista e patita,il senso del nuovo non crolla mai.
Mi rendo conto di quanto sia piccolo ed insignificante di fronte a questa tempesta di turbamenti umani.
Alcuni bambini giocano in tranquillità,mentre gli adulti si ammazzano tra di loro. Vedo tantissime morti,di ogni tipo. Così come vedo fioccare,secondo dopo secondo,nuove vite. Le generazioni sono mescolate tra di loro,e sembra che abbia finito di sforzarmi di trovare a tutti i costi un filo logico nel posizionamento di tutte le persone che vedo. Ormai accetto l'illogico.
Eviterò di raggiungere il tuo sguardo questa volta,lo getterò altrove. E così faccio.
Giro e rigiro tra spettacoli bellici e da simposio. Vedo cose che io non avrei fatto mai,ed alcune che mi sarebbe piaciuto fare. Vedo il bello e l'orribile mangiare allo stesso tavolo con cordialità.
Tra le tante persone,in alto,in verticale,ondeggianti,vedo l'ultima che mi sarei aspettato di trovare.
Ho un nodo alla gola,ed il prezzo che sto pagando sale a dismisura.
In fondo alla mia schiera di amici e di conoscenti,trovo me stesso immobile come una statua,intento ad osservare le altre persone fingendo convivialità. Mi vedo pensare,esitare,rispondere a domande. Accenno ad un passo solo se il pensiero che mi cattura merita attenzione. Dopotutto è da una vita che lo faccio,osservare,pensare e cercare di capire. Fermo ed arido,prendo in prestito la vita degli altri senza dare nulla in cambio. Vivo la primavera solo per veder sbocciare qualcun altro. Provo nausea per me stesso,anche adesso che da lontano mi vedo incapace di esprimere anche la più piccola sensazione. C'è una barriera che mi separa dalle altre persone,e chi mi circonda sembra assecondarla senza troppi problemi. Il problema è il mio che non la vorrei,che non l'accetto,e tutte le volte che tento di infrangerla,mi ritrovo a subire le conseguenze della mia scarsa esperienza emotiva.
La nausea per me stesso cresce notevolmente,non riesco a placarla e la trasformo in disprezzo.
Basta,adesso non ce la faccio più,questo è troppo. Devo andare via di qui al più presto. Mi alzo di fretta buttando la sedia per terra. Mi avvicino al cappotto che avevo posato su uno degli sgabelli e lo indosso senza pensare troppo all'estetica.
Raggiungo la porta d'ingresso.
E' come se vedessi per la prima volta una porta in tutta la mia vita.
Io non so più come si apre una porta. Non conosco più un gesto così elementare.
Comincio a toccare la parte centrale della porta alla ricerca di un qualcosa che la faccia aprire. Mi getto d'impulso su di un meccanismo in ferro,e lo comincio ad agitare,a strattonare. Le provo tutte,ma l'operazione di apertura sembra inarrivabile. Sono in preda al panico,e sto per avere una crisi. Allora comincio a prendere a pugni la porta,finché le nocche non si tingono del colore del sangue.
La colpisco con calci,sempre più violenti,finche anche gambe e piedi non chiedono pietà.
Devo uscire,a tutti i costi. Devo inventarmi qualcosa. Devo andare via di qui.
Mi dirigo verso la valigetta con il fucile,e lo estraggo in fretta. Comincio a sparare,svuotando il caricatore contro quelli che credo essere i punti deboli della porta,ma non ottengo risultati. Mi metto alla ricerca di solchi di proiettile,ma non vedo nulla. La porta è integra,e sembra quasi prendersi gioco di me.
Cado nel buio di una crisi isterica,rido a bocca spalancata prendendomela con gli sgabelli e lanciandoli contro la finestra che,anch'essa,pare rimanere immune a tanta violenza. Non so più cosa fare.
Mi accascio a terra,e con il naso ad un centimetro dal pavimento comincio a piangere.
Non riesco a capire. Voglio tornare a casa. Perché sono venuto qui?Come ci sono arrivato?Perché a me?
Continuo a piangere come non mi capitava da tempo,e più piango e più dimagrisco,come se pian piano mi stessi prosciugando. Non riesco a capire il motivo della mia presenza qui.
Divento sempre più esile a vista d'occhio,non avevo mai pianto così in vita mia. Voglio tornare a casa.
Mi alzo,i vestiti sembrano 2 taglie più grandi,sono pelle e ossa. Le mie dita sono sottili come bastoncini di legno,ho la faccia scavata dalle lacrime.
Sul bancone giace a zampe all'aria la povera falena,illuminata dalla luce fioca della sua lampadina. Involontariamente la bagno con l'ultima lacrima che dalla mia barba s'è fatta strada fino ad arrivare a lei.
Ancora singhiozzante,raccolgo a 2 mani la falena e la poso vicino alla finestra. Non si muove,non un battito d'ali. Nulla.
Prendo il fucile,svuoto il caricatore e ne prendo uno nuovo.
Io so usare un fucile e lo so caricare.
Io non so più come si apre una porta.
Il fucile è carico,ma lo sento così pesante che faccio fatica a tenerlo e a stare in piedi.
Vado verso la finestra,e inserisco il fucile nel buco del vetro,e comincio a cercarmi nella folla informe di persone. Ho le palpebre pesanti,e mi tremano le gambe. Ho passato una vita a ripetermi che tutto ciò che vivevo non era come me l'aspettavo,ma mai come ora questa affermazione si rivela adatta.
Eccomi lì dove ero prima. Dopotutto mi conosco,e non è stato difficile trovarmi.
Dalla croce cerchiata del mirino mi vedo solo,ed il disprezzo si tramuta in pena. Per un attimo mi rivedo bambino mentre mi concedo ad un sorriso distratto. In fondo vorrei,almeno una volta,essere preso per mano senza appassire nei passaggi mentali della solitudine. Svegliarmi un mattina ed ascoltare un altro respiro oltre il mio.
Ma quel che sono diventato me lo impedisce,e ci sono equazioni che i numeri non possono risolvere.
No,io non conosco il candore,e mi accontento di fantasticare su esperienze fugaci.
Briciole,niente altro che briciole,e la colpa è solo mia.
Pensare mi fa esitare,ed il mio indice non ne vuole sapere di abbracciare il grilletto.
E se dovessi sbagliare?Se dovessi prendere qualcun altro?Non sarebbe giusto. Potrei colpire un innocente e non me lo perdonerei. Inoltre di puntarmi questo fucile alla bocca non ne ho il coraggio.
Ma se sono arrivato a questo punto non posso fallire.
Tutto ciò è illogico,ma probabilmente risponde ad un disegno. Lo penso,ma non lo credo. Non ho mai creduto al destino,e sicuramente non comincerò ora.
Si racconta che in situazioni come queste,la mente torna alle esperienze passate. Un po’ è vero anche per me,ma ora ho la testa completamente sgombra.
Conterò fino a 3,e premerò il grilletto.
Si,mi sembra la cosa più giusta da fare.
1-Non posso tornare indietro,non voglio. Sono sul punto di non ritorno e non mi posso voltare. Questo fucile diventa sempre più pesante all'aumentare delle mie esitazioni. Ormai ce l'ho incollato addosso,sembra essere parte di me. E' come se avessi un altro arto. Non mi fermerò ora,devo andare avanti.
2-Mi assicuro per eccesso di pignoleria che il fucile sia carico .Accosto l'indice al mirino e l'accarezzo. Lo sfioro,lo tocco e mi preparo a premerlo. Punto l'obiettivo. La testa.
3-Oltre il vetro,vedo la falena volare.
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Dimentico dolcemente il significato delle parole,ma continuo ad usarle.
Dimentico la cortesia del calore,
le distorsioni della vista,
Sono la risata squillante dei miei amici che scherzano tra di loro.
Sono il battito cardiaco della donna che amo.
Sono le lacrime di mia madre,e le mani di mio padre.
Sono una goccia di pioggia che si posa e si asciuga sulla tua testa,
sono il ricordo nascosto in un profumo lontano.
Capire non serve a niente.
Sono il raggio di sole che non riesci a fissare.
E non conosco il mio nome.