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Vita o morte, un sottile confine fra la speranza e l’accanimento
È un concetto su cui oramai ho la mia opinione radicata da tempo; sarà per il modo con cui vedo la vita oppure per esperienze personali, ritengo che in certi casi il medico debba rappresentare la bussola della razionalità, anziché alimentare speranze fasulle e dilatare così la sofferenza stessa di un corpo che di vitale ha ben poco e con lui, tutti i cari di quella persona che purtroppo è presente solo fisicamente, e nemmeno così tanto.
Perché continuare a soffrire quando è evidente oramai che la speranza rasenta l’abisso? Quando è lampante che non c’è più nulla da fare, se non pregare che tutto cessi all’istante e che finalmente l’anima riposi in pace?
Di mio zio cardiopatico da anni, operato d’urgenza e con poche speranze di successo, vi è ora solo un corpo tenuto in vita dalle macchine più disparate: intubato perché i polmoni sono completamente inefficienti, sotto dialisi perché i reni non funzionano più, bombardato di antibiotici e farmaci più disparati nel tentativo disperato di far calare la temperatura costante di 39.5 e nel frattempo far raggiungere alla pressione arteriosa valori meno agghiaccianti, il tutto bendato con cerotti perché non ha il controllo oculare.
Può mai essere definito vivo un corpo che non ha più alcun controllo di sè? È mai definibile vita questa qui?
Per me no, è semplicemente una dilatazione della sofferenza, quando di speranza non se ne vede neppure l’ombra e l’unica cosa che ci si augura è che tutto cessi il prima possibile.
Ci si riempie la bocca di paroloni circa il valore della vita, eppure spesso e volentieri si ignora il concetto intrinseco di vita, oltrepassando il confine del rispetto per la persona stessa, calpestando quel che ne resta della dignità, quando oramai non c’è più nulla da fare.
Lezione di vita
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