Questo perchè ci che amiamo nel nostro amore di sé è un proprio io degno di essere amato. Ciò che amiamo è lo stato, o la speranza, di essere amati. Di essere "oggetti degni di essere amati", di essere "riconosciuti" come tali, e di ricevere adeguata "prova" di tale riconoscimento. In breve: per essere dotati di amore di sé, ci occorre essere amati. Il rifiuto dell'amore - il diniego dello status di oggetto degno di essere amato - genera odio di sé. L'amore di sé si costruisce con i mattoni dell'amore offertoci da altri. E qualora si utilizzino altri materiali, devono essere ricalchi, per quanto ingannevoli, di tale amore. Altri devono amarci prima che noi possiamo iniziare ad amare noi stessi. E come facciamo a sapere di non essere stati snobbati o scartati come un caso senza speranza; che l'amore c'è, potrebbe venire, verrà; che ne siamo degni e quindi abbiamo il diritto di gustare e indulgere all'"amor de soi"? [...] l'invito ad "amare il nostro prossimo come noi stessi" (vale a dire, ad aspettarsi che il prossimo desideri essere amato per le stesse ragioni che stimolano il nostro amore di sé) invoca il desiderio del prossimo di vedere riconosciuta e confermata la propria dignità in quanto depositario di un valore unico, insostituibile e non smaltibile. [...] Amare il nostro prossimo come amiamo noi stessi significherebbe dunque "rispettare la reciproca unicità"
Zygmunt Bauman, Amore Liquido
















