Siamo oggetti. E se piovesse il tuo nome chiuderei l’ombrello, per raccoglierlo con la bocca. Mi piacerebbe restare fuori quando tutta l’altra gente scappa, vorrei uscire dai negozi, scendere dai treni, perdere le chiavi. Sarà che ho smesso di ripararmi da ciò che mi cade addosso. Dalla grandine, anche quando fa male. Ci sono gli scontrini, accumulati nel portafoglio, stracci di giornale in simbiosi col cemento bagnato. Qualcuno li porta sotto le suole, chissà dove.. oggi. La posta che resta per mesi nella cassetta delle lettere, quando siamo al mare, e vorremmo non tornare. Forse è tempo di far morire le sacre abitudini. Ci vuole del tempo per far morire l’altro uomo che vive dentro al petto. Due vite solo per cambiare pettinatura. Figuriamoci, chi ci spera più. Forse, io. C’è ancora nelle orecchie la canzone di cui abbiamo sempre cambiato le parole, pur sapendo che fossero quelle sbagliate. Esiste il concetto di sé, ma cosa significa se non capire che lasciare andare è umano? Versi e parole taciute tra un sorso di caffé ed il dubbio che quegli occhi non ci vedranno mai veramente. Si lanciano sguardi oltre la finestra e sotto la porta, sperando vengano raccolti, e ci si resta male se il primo sconosciuto li butta nel cestino accanto all’uscita. Avrei preferito quello entrato dopo. Si abbandonano abbracci, sembrano cani sciolti per la strada, monete da cinque centesimi, tanto chi le usa più, solo una scocciatura. Basta un accenno di consenso, per aprire le braccia e il volto sfuma in una richiesta di aiuto. Sarà che ho smesso di colpevolizzarmi, senza averlo mai fatto per davvero. Sono convinta ci sia verità ed anche un granello di menzogna, in quello che mi dici. Fragile bugia, tenera omissione. Paura di ferire la me bambina rimasta incastrata tra le ciglia.