Ciclostile: una parola polverosa, in bianco e nero. Immagino un sondaggio tra i ragazzi di oggi: “...scusa: sai cos'è un ciclostile?”. Preferirei non sentire le risposte.
Tanti, tanti anni fa, una Sezione (sezione di cosa? si domanderà qualcuno) non poteva esistere senza il ciclostile. Il vecchio Gestetner! Ah, le collette per comprarlo: soldi rubati alle MS, al cinema del sabato sera, alla pizzeria. Era più difficile guadagnare dagli anziani il permesso di inchiostrare il rullo che essere messi in lista per le amministrative. L’inchiostro veniva spalmato in silenzio, in un rito quasi esoterico. Nelle liste elettorali, invece, c’erano spesso dei vuoti da riempire. Le sezioni delle città più grandi stampavano in offset, come quelli della Figc; anzi, loro di lì a poco loro sarebbero andati direttamente in tipografia.
Con il ciclostile si stampavano i volantini. Dopo la scuola passavo a prendere il mio pacco. In Sezione c'era sempre qualcuno, come nei bar di periferia. Di solito cercavo di andare a volantinare sempre alla stessa fabbrica, dove avevo imparato a conoscere qualcuno e qualcuno mi conosceva. Pedalavo con la foga dei miei diciott'anni sbocconcellando un panino, a tracolla la sdrucita borsa d'ordinanza piena zeppa.
Questi li aveva scritti Paolino, di sicuro. Non tanto per il puzzle di testi precedenti, articoli del Manifesto e slogan faticosamente concordati in fumose riunioni. Era l’incipit ad essere inconfondibile: “Ancora una volta...”. La chiusa era anch’essa un classico immutabile: “Il nostro impegno e la nostra lotta vanno in questa direzione”. Appoggiavo la bicicletta contro il muro della fabbrica. Il guardiano del cancello mi guardava male; forse per contratto, forse no. Ad ogni fabbrica corrispondeva un diverso colore delle mani degli operai: biancastre, verdastre, brunite, ingiallite. Più il colore era marcato e maggiore era l’anzianità dell’operaio in quella fabbrica.
Ricordo bene il mio primo Audiovisivo. Avevo sedici anni, forse meno. Quando Carlo e Ivano mi chiesero se quella sera ero disponibile per un Audiovisivo non ebbi il coraggio di confessare che non sapevo cosa fosse.
Ci trovammo in sede molto presto, dopo aver cenato in fretta. Giusto il tempo di un caffè veloce. Carlo era un operaio, e per una tacita convenzione era sempre l’operario a pagare il caffè agli studenti. Anche quella sera usammo la macchina della Mirella; una 126 di quel colore aragosta Fiat che diventava sempre più opaco e rugginoso col passare - si sarebbe detto - delle settimane. Gli operai che malauguratamente avevano scelto quel colore, e che non vantavano pulsioni politiche rivoluzionarie, tentavano ogni sabato di ridare vita a quella vernice infame. Olio di gomito e prodotti da guerra chimica: per tutto il sabato e buona parte della domenica sembrava che l'impegno fosse stato ripagato, ma l'illusione era destinata a spegnersi già con l'alba del lunedì.
Caricammo sulla 126 tutto l’occorrente. Proiettore di diapositive. Schermo con treppiede. Trasformatore. Altoparlanti da mettere sul tetto (“ricordati la spugna da mettere sotto, che sennò la Mirella si incazza”); corde elastiche. Registratore, microfono, amplificatore a 12 volt. Volantini a supporto; magari qualche manifesto 70x100 della campagna elettorale (bisogna pure far conoscere il marchio, no?, anche perché quest'anno è un po' complicato con il mappamondo completo di meridiani e paralleli, il pugno, la falce, il martello e quant'altro...). E, naturalmente, le diapositive e le musicassette. Autentiche reliquie con i graffi di mille battaglie politiche ed elettorali; venivano da Milano, o, diceva qualcuno, addirittura da Roma! Montammo sul tetto i due altoparlanti a tromba RCF, e via! Per strada Carlo mi spiegò cosa stavamo andando a fare: un Audiovisivo. Percepii chiaramente la A maiuscola.
Carlo scelse il quartiere avendo cura di ottimizzare il rapporto tra audience potenziale e penetrazione dei "media" in dotazione. In sostanza, si trattava di scegliere il gruppo di palazzi con più balconi che potevano essere raggiunti dai nostri altoparlanti. Quei palazzoni erano l'emblema di quanto noi avessimo ragione. Cazzo, se nasci e vivi in posti del genere come puoi non volere la rivoluzione? Questo mi domandavo, ragazzino che non ero altro.
Montammo il treppiede bene in vista. Collegammo tutti i cavi, gli altoparlanti, il trasformatore, il registratore, l'ampli… Coraggio, la batteria della Mirella ha vinto ben altre battaglie. Prima di cominciare la proiezione un po' di musica. Io ed Ivano avremmo messo una cassetta degli Henry Cow, o i Pink Floyd di Ummagumma; oppure, a voler essere realisti e politicamente corretti, gli Area o gli Stormy Six. Ma c'era Carlo, così andammo sul classico: Bandiera Rossa, l'Internazionale, etc.
Si fece scuro. Sfumammo le note dell’Internazionale. Carlo aveva sincronizzato in qualche modo misterioso il testo sulle musicassette con le diapositive che io e Ivano avevamo inserito nel caricatore; lui sapeva che qualcuna sarebbe stata al contrario, ma ci voleva bene lo stesso.
Intanto qualcuno si era affacciato, dopo aver cenato sul balcone con il sugo che veniva da giù e l'olio buono; con loro le mogli-cuoche-operaie anch’esse, ragazze giovani ma già sfatte. Cominciammo. Le diapositive iniziarono a scorrere sul nostro schermo sghembo ed un po' ingiallito. Gli altoparlanti sul tetto della 126 gracchiavano il commento semismagnetizzato a trent'anni di malgoverno democristiano. E le stragi. Immagini di Portella della Ginestra. Piazza Fontana. Piazza della Loggia... Le battaglie alla Fiat. Cortei, bandiere. Andreotti. Cossiga non aveva ancora la K. Dai balconi c'era perfino chi ascoltava; forse perché la TV, in bianco e nero, aveva solo due canali e la Svizzera.
Io Carlo ed Ivano ascoltavamo in religioso silenzio. La vista di quelle immagini ci commuoveva ogni volta, ma virilmente gonfiavamo il petto rivoluzionario, e ci guardavamo intorno come sentinelle a presidio del futuro di tutto il popolo, scrutando l'orizzonte per avvistare in tempo le macchine dei fasci, fosse mai avessero organizzato una provocazione proprio quella sera. Intanto i nostri coetanei, impermeabili a tutto, ci sfrecciavano accanto impennando motorini smarmittati.
Alla fine della proiezione ricordammo il prossimo comizio del compagno candidato. Ce ne tornammo in sede sulla nostra 126 aragosta, con il senso di orgoglio di chi sente di aver fatto una cosa giusta, e bella, anche: l'Audiovisivo.
A terra rimase qualche volantino calpestato. "Ancora una volta... ".