[Di retroscena, di esitazioni e di nuove prospettive.]
Il circolo vizioso si era rotto. Il rilassamento generale si era tradotto simultaneamente in distensione mentale. Ero riuscita ad ottenere un discreto controllo del mio stato emozionale. Non ero riuscita a controllare interamente il dolore ma non ne ero troppo condizionata: avevo imparato a gestirlo. Le problematiche insorte dopo la fine della storia precedente sembravano appianate. Avevo addirittura rafforzato il senso di fiducia in me stessa.
Non mi ero dimenticata dei danni effettivi riportati né di quelli potenziali a cui sarei potuta andare incontro di nuovo, scegliendo di espormi ancora alla potenza dell’amore.
- Non posso prevederne l’insorgenza ma potrei almeno essere capace di contenerli e attenuarne le conseguenze - mi ripetevo, considerando fattibile l’attuazione del mio ragionamento. Iniziava dentro me a farsi strada la convinzione che avrei potuto sopportarne il peso, che avrei saputo come rispondere alle emergenze contingenziali senza farmi prendere dal panico o senza tradurle rapidamente in freddezza. Stavo sviluppando una sorta di auto-difesa per evitare di reagire in modo esagerato come avevo sempre fatto, resistendo alle mie pulsioni o trasformandole. Non avevo neutralizzato del tutto la paura ma iniziavo ad apparire più rilassata. Meno turbata, ecco.
Tutte queste sensazioni positive potevano essere identificate in uno sblocco. Provavo pian piano a seguire nuovi stimoli e a incentivare quelli preesistenti che avevo messo troppe volte a tacere. Con il tempo, ero entrata in armonia stabilmente con me stessa - questo era quello che credevo - e potevo ritenermi fiera dei risultati ottenuti. Le condizioni sembravano ideali per abbandonare definitivamente l’isolamento.
Avevo anche smesso di guardare in continuazione l’orologio: non avevo più difficoltà a rimanere a parlare con te per un tempo più lungo di cinque minuti.
Conservavo in minima parte una cauta diffidenza nei tuoi confronti ma sembravo predisposta ad una lenta e timida apertura.
«Vuoi parlarne?» - mi hai detto mentre seduto su una panchina cercavi di protenderti verso di me nel tentativo di stringermi tra le tue braccia.
«No. È una realtà troppo pesante.»
Mi ero scansata. Ti guardavo da lontano con la fronte aggrottata e i lineamenti tesi, imbrigliata tra la voglia di renderti partecipe del mio dolore e il buio in cui rischiavo di precipitare un’altra volta per metterlo sotto la luce del tuo neon.
Mi scrutavi cercando di immaginare le mie emozioni.
«Quanto?» - ti avevo chiesto con un’espressione preoccupata.
«Tutto il tempo necessario. Fin quando non diventerete avvicinabili.Tu e il tuo dolore.»
Eravamo vicini. I tuoi occhi erano scintillanti. Sembravi sincero, sicuramente non roso dall'impazienza. Eri estremamente disponibile. Ti preoccupavi soltanto di trovare il modo di stanarmi per riportarmi alla luce, prefigurandoti il momento in cui sarebbe avvenuto.
In un certo senso volevi salvarmi. Dovevo solo trovare il modo di aprirmi.