“ Il tempo si manteneva bello; nei monti lontani il solicello dell'antivigilia di Natale scioglieva le liste di neve che rigavano le macchie scure di querce e di faggi. Nel piano la terra fumigava umida, sgombra fin dalle ultime tracce della recente, leggera nevicata. Lo spirito di Don Matteo era stato lieto tutta la mattina: aveva in tasca cinque ducati di messe che Monsignor Vescovo gli aveva dati insieme con la lettera quando era andato a congedarsi. Gli aveva detto molte buone parole Monsignor de Risio: gli aveva mostrato tanta benevolenza che Don Matteo fu lí lí per parlare male di tutti i preti di Guardialfiera. Ma era riuscito a scacciare il cattivo pensiero che per un attimo gli era passato nella mente, e aveva taciuto. Ora ripensava a quello che gli era capitato e tutto gli pareva giusto, armonioso, rispondente pienamente a quello che doveva accadere. – Bel sole, buona gente, – disse Don Matteo passando per il Tratturo, che in quel momento era attraversato da porcari che si dirigevano verso la Puglia. – Tieni, – disse a un porcarello, – e gli porse un pugno di castagne bollite che trasse dalla bisaccia. Il porcarello gli baciò la mano e chiamò con un fischio tre compagni che lo precedevano. Don Matteo diede a tutti un pugno di castagne e una pedata a un maiale che gli sporcava col grifo sudicio la sottana. Continuò allegro la marcia. Ad un tratto fu percosso da un pensiero: quarantacinque ducati e cinque fanno cinquanta ducati. Don Matteo non era mai stato tanto ricco: cinquanta ducati in una volta poteva averli solo per merito di Don Girolamo Fabiano curato-arciprete di Palata che per un anno intero l'aveva tenuto senza un tornese portandolo a spasso con promesse e rinvii. «Cinquanta ducati, – pensava Don Matteo, – sono una bella somma: con cinquanta ducati si comprano cinque maiali, oppure si fanno una sottana e una zimarra nuova e si comprano tre maiali solamente. Ma cosa me ne farei dei maiali? Meglio venti pecore, forse anche venticinque. Matteo può dare le venticinque pecore a mezzadria e avere tanto formaggio, latte, e agnelli a Pasqua». Tastò nella tasca interna del panciotto la preziosa lettera di Monsignor Vescovo. Lo faceva per la cinquantesima volta dal mattino e un sorriso furbesco gli disegnò profondamente le rughe agli angoli della bocca. “
Francesco Jovine, Signora Ava, Einaudi, 1958; pp. 130-131.
[1ª edizione originale: 1942]














