Non sono credente, tuttavia sono d'accordo con l'ipotesi che Dio si sia suicidato. Ipotesi per ipotesi, penso che lui abbia deciso di suicidarsi quando ha capito la cazzata (la creazione) che aveva fatto.
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Non sono credente, tuttavia sono d'accordo con l'ipotesi che Dio si sia suicidato. Ipotesi per ipotesi, penso che lui abbia deciso di suicidarsi quando ha capito la cazzata (la creazione) che aveva fatto.
🤔
La filosofia non è una scienza, ma un'arte caratterizzata dalla sola capacità di porre domande fondamentali sulla vita e sull'esistenza, ma NON fornisce Risposte, solo ipotesi senza portare prove degli argomenti trattati.
La filosofia esplora significati e comprensioni, mentre le scienze si concentrano su conoscenze empiriche e definite.
La società non vede o non vuole vedere la violenza del sistema, semmai la ammira e la considera pure amica, perché così le è stato insegnato a scuola, luogo eccellente di coercizione e di violenza inaudita istituzionale. La società va... "descolarizzata" (scriveva il sommo Ivan Illich), il che non significa affatto ridurre ad ignoranza le persone, tutt'altro. Significa liberarle da un meccanismo infernale che uniforma e condiziona il pensiero secondo una dottrina calata dall'alto, liberarle dall'atroce addestramento alla competizione e all'obbedienza, liberarle dall'obbligo di studio che spegne ogni desiderio, ogni curiosità e gioia di apprendere, di conoscere, significa liberarle dal sistema carcerario-militare che controlla, vieta, indirizza, inquadra, classifica, giudica, inquisisce, premia e punisce (ricatta) preziosi esseri innocenti, unicità straordinarie considerate a priori idiote, incapaci, animali da addestrare per la produzione di schiavi sociali dediti al consumo e alla catena mercantile. Significa anche liberarle dalla falsa convinzione che la scuola, quella tradizionale e autoritaria (non importa se privata o statale, non esiste differenza strutturale e di metodo), sia il luogo dove il pensiero critico si sviluppa, mentre in realtà lo uccide, omologandolo, e preparando le masse sia alla perpetuazione dell'esistente, sia alla condanna di quanti smascherano la violenza del sistema, scardinano le convinzioni, e propongono modelli di vita alternativi al consueto. Cosa ne sappiamo della violenza? Di come essa si genera? Di quali fattori culturali, la violenza si nutre? Ci hanno forse insegnato, a scuola, la genesi della violenza? Ci hanno mai insegnato, a scuola, i settori nascosti che dànno origine alla violenza? Cosa ha scritto Erich Fromm a tal proposito? Cosa ha scritto Galtung sulla violenza, lui, che la violenza l'ha studiata a fondo, per anni e anni, in tutte le sue componenti? Qualcuno ha mai sentito parlare di Galtung in tv o a scuola? E quanti tipi di violenza esistono? Come mai l'espressione di un certo tipo di violenza (quella dannosa) si accentua a dismisura nei sistemi statali, centralizzati, burocratizzati, gerarchici, mentre è attenuata o pressoché inesistente in altre organizzazioni sociali, guardacaso orizzontali o anarchiche? Perché le masse sono disposte a tollerare e persino a difendere la violenza del sistema? E soprattutto, perché i sudditi, i deleganti, i moralizzati, i gesucristizzati, i giudicanti usano violenza (ça và sans dire, anche l'indifferenza è violenza) nei confronti di quanti sanno rispondere a tutte queste domande? E poi le ipotesi, d'io porco. Le ipotesi... belin, non le sopporto più. Basta! Non si fa altro che dare "spiegazioni" sulla base di ipotesi e di pregiudizi. E anche questa è violenza, del tipo più dannoso.
(Il mio amico Cristian)
Ho capito di più di quanto ci fosse
da capire
E avrei preferito vivere di ipotesi.
Siamo arrivati alla consapevolezza che il vero dramma sta proprio nel fatto che non siamo unici. In uno stato depressivo, per quanto vorremmo sforzarci di considerarci come gli unici - a stare male, a soffrire ecc - a detenere il primato in qualcosa, fosse pure quello dell’idiozia e quindi una qualità (auto)denigratoria, nonostante tutti i nostri sforzi di convincerci che sia così: non lo siamo. Ed è questo che ci fa male. Molti sono in condizioni simili alla nostra, in condizioni peggiori della nostra, non possiamo essere gli ‘unici’, siamo solo una goccia nel mare, una replica (poiché sebbene ogni caso sia a sé può esserci un numero di elementi comuni tale da far sembrare due situazioni quasi del tutto uguali), uno-tra-i-tanti. Non solo non riusciamo ad emergere nelle qualità (o quelle che noi consideriamo tali), ma non riusciamo ad emergere nemmeno nella classifica - più o meno personale - di chi sta ‘messo peggio’. Forse non è nemmeno tanto vero il fatto che si cerchi qualcuno che viva la nostra situazione perché ci fa sentire meno soli, più accolti. Su questo punto non ne siamo sicuri, ma dal nostro laboratorio ipotizziamo che cerchiamo solo una duplice conferma: una, situata nella profondità dell’inconscio, in cui ci confermiamo che non siamo gli unici e quindi non primeggiamo nemmeno nel nostro dolore, così da continuare a sguazzarci e autocommiserarci, vedendoci come ulteriori falliti (falliti nella felicità, falliti nel dolore); l’altra, sempre inconscia ma meno profondamente - diciamo che può venire fuori più facilmente rispetto alla prima - in cui ci confermiamo che qualcuno è nella nostra stessa situazione ovvero non sta messo meglio di noi, insomma per godere del fatto che pure gli altri stanno soffrendo come noi e quindi non stanno meglio di noi. Vedere gli altri allo stesso livello nostro, quindi, da un lato ci fa stare meglio perché è come se ci fosse una sorta di giustizia: “io soffro, bene devi soffrire anche tu perché non è giusto che io soffro mentre tu stai bene; che tu sia un privilegiato ed io no”; ma allo stesso tempo ci fa stare peggio in quanto frustra ulteriormente il bisogno del nostro ego di primeggiare in qualcosa, in questo caso il dolore. L’origine del dramma forse avviene nel momento dello svezzamento dalla figura materna, da chi insomma si è preso cura fin dalla nascita di noi: se prima eravamo il centro del suo mondo, circondati da moltissime attenzioni man mano che cresciamo iniziano a subentrare i primi distanziamenti, i primi paletti; inizia quindi il decentramento: diventiamo noi il centro di noi stessi e non più chi si prende cura di noi. Nel tentativo di replicare queste forti attenzioni c’è chi investe ‘positivamente’ - a livello sociale e culturale, puntando sulle proprie qualità - in se stessi per continuare ad avere un surrogato di quelle attenzioni che aveva da bambino, da lattante; e chi invece continua a richiedere attenzioni in maniera ‘negativa’, ovvero puntando sulle proprie fragilità. Il discorso sappiamo bene che è molto più controverso e più esteso; c’è anche l’ambiente circostante da tenere in considerazione, la cultura ecc. Ma crediamo che intanto questa sia una sorta di “chiave” che può spiegare alcune situazioni; riteniamo, noi di tautologiedialettiche, che sia un tentativo di riflessione che merita, nonostante i suoi limiti, di essere tenuto in considerazione.
qual è l'età limite per usare tumblr? io ne ho quasi 22 e inizio a sentirmi vecchia.
Non vorrei rifiutarmi di amare solo per paura di soffrirci. Sarebbe dire “rifiuto di vive’ qui, per paura di morirci” #citazioni#frasi#vivere#amare#morire#soffrire#ipotesi#rosa#rosso#piercing#instaeffect#ciao (presso Cupramontana) https://www.instagram.com/p/B63sTfXAynP/?igshid=1ulbmcjfioaey