Vedi, caro Luca, -riprese-, le cose che ti dico, le penso da tanto tempo. Sono stato quarant'anni in Africa; e per un lungo periodo, ad Assuan, ero il solo sacerdote cattolico. Ho passato interi mesi senza scambiare una parola con un uomo che fosse in grado di capirmi. Non facevo che leggere e pensare, in quel periodo. Non avevo altri interlocutori che me stesso. Ero completamente solo, in mezzo a una turba sconfinata di sciagurati che morivano, come le mosche, per la fame e le malattie. Io ero laggiù con il compito di convertire quegli infedeli. Duro compito. Non potevo promettere niente di certo per il loro destino sulla terra. Per l'aldilà potevo sostituire la speranza del nostro a quella del loro paradiso. Dolore, rinunzia; tutti i benefici della povertà della sciagura erano in loro possesso. Mi sarebbe stato impossibile far loro credere che il mio Signore avrebbe peggiorato la loro condizione terrena e celeste, se si fossero ostinati nell'errore.
-Certo, -fece Luca- sarebbe stato impossibile.
-Potevo aiutarli soltanto materialmente, curarli, sfamarli. Era quello che tentavo di fare nel limite delle mie forze ricorrendo alla carità, ma parlando loro della giustizia. Alla loro rassegnazione tentavo di sostituire la speranza.
-Ma la carità, -disse Luca,- poteva bastare la carità?
-Certamente no. La carità è un eccellente esercizio spirituale per chi la esercita, ma un aumento di sofferenza morale per chi riceve.
Francesco Jovine, Le terre del Sacramento, Einaudi, 1974 (1ª ed.ne 1950); p. 186