… come si dice: prima si conosce la regola e poi si può infrangere!
Dunque, la regola che vi enucleo oggi vorrebbe che gli imperativi alla seconda persona singolare dei verbi stare, andare, fare e dire fossero, rispettivamente:
sta’ (non stai);
va’ (non vai);
fa’ (non fai);
di’ (non dici).
Dunque, perché tutto questo? Ovviamente e prevedibilmente, la colpa è del nostro caro latino. Queste forme continuano infatti, e piuttosto banalmente, quelle imperative presenti del latino:
stā (con vocale lunga, infatti spesso le lingue antiche attribuivano una distinzione anche di significato tra parole con vocali brevi e parole con vocali lunghe);
vade (vedi vade retro);
fac (che non è una brutta parola);
dic.
Mentre, per quanto riguarda gli apostrofi? Perché non stà, và, fà e dì?
Relativamente semplice: parliamo di parole apocopate, cioè troncate nel finale di parola. Il segno diacritico che segnala il fenomeno dell’apocope è dunque l’apostrofo, giammai l’accento. Né grave, né acuto: è indifferentemente errato.
Dunque, quando mandate a quel paese qualcuno, preoccupatevi di mandarcelo bene. Ditegli: va’ a fan… (perché poi se ci fate caso la stessa parola per intero non si costruisce con la forma vai). Non vai!
Piccola postilla: la parola dì esiste col significato di parte del giorno caratterizzata dalla luce del sole, ed ha l’accento per poter essere distinta dalla preposizione semplice di.
Rebloggate se gradireste un post sul fenomeno dell’apocope e del suo complementare sincope (che non è uno svenimento) o, ancora, sulla distinzione di significato che nelle lingue antiche era determinata dalla sola lunghezza vocalica.
So I just wanted to do some language nerding analysis about Retrace 82, more specifically this page:
I don’t trust myself to keep it short so please join me under the cut.
I have seen somewhere before Oscar’s thoughts « どうかオレのこの願いがおまえを縛る”呪いの言葉”にならんことを »[1] (read: douka ore no kono negai ga omae wo shibaru “noroi no kotoba” ni naran koto wo) translated as “I hope this wish of mine won’t become a curse that binds you” or something along those lines. The correct translation is actually the exact opposite, which should be “May this wish of mine become a curse that binds you.”
The error probably occurred somewhere with the expression « ”呪いの言葉”にならんことを». The “ならん” (naran) ending for the ”なる” (naru) verb has probably been interpreted as a negative form, but it is nonetheless an affirmative form, the “ん” in this special case having changed from the archaic affirmative ending “む”[2]. (and is not a contraction of the negative ぬ/ない nu/nai like it is common)
This formulation “ならんことを“ is in fact an archaic and stiff form of prayer, only used in literary work (meaning all forms of fictions, including movies and the such). Another example of its usage in Pandora Hearts is the recurrent “May your soul be guided back to this earth after a hundred cycles” (the text below can be read: “anata no sono tamashii ga hyaku no meguri no nochi futatabi kono chi (h)e michibikaren koto wo”)[3]
Now that I’m done with the rant explanation, I can understand why to some it could be strange that Oscar would say something like that to Oz; why the curse, and how “I love you” could even be considered a curse. Let’s keep in mind that Retrace 82 shares the same Japanese name as Retrace 10, both being called 呪いの言葉, or “Curse”. With that, Mochizuki Jun’s comment on the title will give us answers on her intention as a writer:
Chapter 10, Chapter 82: The two curses that Oz received from Zai and Oscar respectively.[4]
As a writer, what Jun aimed at with Oscar’s character is a parallel with Zai that would establish him as Oz’s real father figure. Zai’s “This child should never have been born” was a curse that stuck to Oz all his life. Therefore, with this new curse, “Be happy”, Oscar would overwrite Zai’s own. Oz would be bound by Oscar’s love, rather than by Zai’s hatred. If you think back to the context, Oz was specifically unable to resist Jack because he was drowning in denial of his self and everything he has, yet these are the words that made him take full control over Jack’s body, shed tears for the first time, and later on look Zai in the eyes. Zai’s rejection had once led Oz to wonder if he was even supposed to exist, as he was unneeded by his own father, so in this context, what Oscar needed to retrieve Oz, what he needed his wish to be, was an acceptance just as strong and binding as Zai’s rejection, something to cancel it with, and give Oz the strength to fight off Jack’s influence. Oscar was established as Oz, Gil, and Ada‘s actual father, and on several occasions told Oz he is “his precious son”. Words that were challenged by Zai’s revelation and the mission he gave him, and Oscar’s own hidden truth that he had seen Oz as a replacement for his unborn son. So in the end, Oscar’s wish, his curse, was a way to cement their parent-child relationship both from his and from Oz’s side.
Or to use Jun’s own words:
I love (the three of) you from the bottom of my heart.
“I love you”. That is the word that Oscar once received from his deceased wife, Sarah. Because he was precious, because he wanted him to be happy, Oscar offered Oz a curse overflowing with family love.[5]
References
[1] Pandora Hearts Retrace 82
[2] Information provided by the featured answer in this question. https://hinative.com/ja/questions/2013850
Quando vi imbattete in un libro il cui titolo comincia con “del, dello, dei, delle” (esempio classico: Dei delitti e delle pene, di Cesare Beccaria) in realtà quello che vedete non è, come potreste pensare, un vero complemento di specificazione… e quel di+articolo non è un vero di+articolo. Ebbene… no! Si tratta in verità di un arcaismo venuto pari pari dal latino, in cui la preposizione de, che non significava “di”, bensì “intorno a, a proposito di” (ma non solo), introduceva il complemento di argomento. Esempio classico: De amicitia, di Cicerone: dunque “Intorno/a proposito di/circa/riguardo all’amicizia”.
Ma ora ditemi, lo sapevate? Lo avevate intuito ma non avevate mai avuto un attimo per rifletterci o informarvi?
L’inglese antico, al pari di tutte le lingue indoeuropee di fase antica, aveva le declinazioni (d’altronde al pari del tedesco e in minima parte delle lingue scandinave odierne, ma soprattutto dell’islandese). Abbiamo già parlato del pronome interrogativo what in questo post, che in inglese antico (o anglosassone) si presentava nella forma hwæt e si pronunciava grossomodo huèt, con la /h/ ben percepibile ed una /e/ molto aperta, al limitare con la /a/. Ebbene, hwæt non era altro che il pronome flesso al caso nominativo e dunque atto a svolgere le funzioni di soggetto. Rispetto, ad esempio, al latino, l’inglese antico e in generale le lingue del ramo germanico del tempo hanno a lungo preservato non solo i casi nominativo, genitivo, dativo, accusativo (ma non l’ablativo o il vocativo, vecchie roccaforti ormai solo latine) ma anche il caso strumentale, che nelle lingue flessivo-fusive antiche ricopriva il dominio semantico del complemento di mezzo o strumento. Ebbene, se hwæt essendo il nominativo significava che cosa, allora hwȳ, la sua forma flessa al caso strumentale, rispondeva secondo logica alla domanda con quale mezzo?, per mezzo di che cosa? e dunque, testualmente, per che cosa, perché?. In definitiva, la forma hwȳ (pronunciato circa huì) altro non è che l’antenato dell’odierno why: una forma fossile di un antichissimo caso strumentale che molto spesso nemmeno gli anglofoni sanno spiegare, a meno di fare studi precipui di linguistica storica. Hope you enjoyed!
Al futuro seminario potremmo trattare decine di forme così, se lo voleste, naturalmente tutte pronunciate in maniera storicamente accurata ed avendo la possibilità di fare esercizi di lettura insieme. Se siete interessati a partecipare, scrivete pure qualcosa nella sezione commenti ✍🏻
Il verbo italiano guardare proviene dall'antico francese (e, quindi, da una lingua romanza) guardé, che in ultima analisi l'ha derivato dal germanico di fase antica wardōn, vista anche la contiguità di territori, già nel primo Medioevo, tra la Francia e la Germania.
Ma... non è finita qui! Perché poi il bel verbo francese guardé è bellamente rientrato alla chetichella in inglese (che, ricordo, è una lingua germanica, forse lo do troppo spesso per ovvio), nel contesto della dominazione franco-normanna in Inghilterra, sotto forma di romanismo (cioè di parole neolatina) nelle forme del verbo to guard e nel sostantivo guardian, entro il campo semantico della custodia, piuttosto che del contatto visivo prolungato (come ancora è in italiano e francese) - il tutto, verosimilmente, nella massima inconsapevolezza da parte dei parlanti di tutte le lingue coinvolte riguardo all'origine primigenia di questa radice.
Esistono casi del genere a bizzeffe, e nel corso del tempo ne snoccioleremo quanti più possibile!
Se il post ti è piaciuto, reblogga pure. Parleremo nel dettaglio anche di casi come questo al seminario sull'inglese antico che intendo organizzare entro il mese di agosto.