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Facciamo sul serio
Se approdassi su Substack, avreste voglia di saltare a bordo?
Lo sapevate?
Spesso dietro il significato di una parola c’è una metafora (ma magari di metaforologia parleremo un’altra volta).
Comunque, mi sembra molto interessante mettere a confronto le metafore sottese da due parole più o meno sinonimiche in due lingue dalla diversa origine.
Vi riporto l’esempio di flawless, che in inglese come ben saprete è un modo per dire “perfetto”, “senza difetti”.
Dunque, attenendoci a questa parola, la perfezione consisterebbe in qualcosa che sia privo di brutture, di nei, di errori.
La parola italiano “perfetto” sottende invece una metafora leggermente diversa, anche se sovrapponibile per significato a flawless: deriva infatti dal participio passato latino perfectum del verbo latino perficio (oggi purtroppo scomparso, ma che se fosse rimasto suonerebbe grossomodo “perfare”), che significa fare fino in fondo, e quindi finire di fare qualcosa.
Dunque, se qualcosa di flawless è privo di sbavature, una cosa perfecta è invece compiuta, finita, non ulteriormente migliorabile perché ultimata.
Ecco come da un significato comune si possono ricavare, a partire da due lingue distinte, due metafore retrostanti leggermente divergenti.
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Lo sapevate?
Spesso dietro il significato di una parola c’è una metafora (ma magari di metaforologia parleremo un’altra volta).
Comunque, mi sembra molto interessante mettere a confronto le metafore sottese da due parole più o meno sinonimiche in due lingue dalla diversa origine.
Vi riporto l’esempio di flawless, che in inglese come ben saprete è un modo per dire “perfetto”, “senza difetti”.
Dunque, attenendoci a questa parola, la perfezione consisterebbe in qualcosa che sia privo di brutture, di nei, di errori.
La parola italiano “perfetto” sottende invece una metafora leggermente diversa, anche se sovrapponibile per significato a flawless: deriva infatti dal participio passato latino perfectum del verbo latino perficio (oggi purtroppo scomparso, ma che se fosse rimasto suonerebbe grossomodo “perfare”), che significa fare fino in fondo, e quindi finire di fare qualcosa.
Dunque, se qualcosa di flawless è privo di sbavature, una cosa perfecta è invece compiuta, finita, non ulteriormente migliorabile perché ultimata.
Ecco come da un significato comune si possono ricavare, a partire da due lingue distinte, due metafore retrostanti leggermente divergenti.
Lo sapevate?
I vichinghi non sono una etnia. Dire dei popoli scandinavi medievali che fossero tutti vichinghi è scorretto. Chiunque abitasse nella penisola scandinava (o in Danimarca) nel basso Medioevo era semplicemente, appunto… uno scandinàvo (e attenzione, si legge proprio scandinàvo, rigorosamente con l’accento sulla a! Perché? Magari ve ne parlo in un altro post!). Un vichingo era perciò uno scandinavo – indifferentemente danese, svedese o norvegese, posto che all’epoca i confini tra questi popoli erano molto labili e porosi – dedito ad attività di pirateria. Quanto alla parola vichingo e al suo etimo (su che cosa definiamo come etimo, si veda il post precedente), significa assai probabilmente abitante della baia, appunto da vik- baia e -ing, un morfema che nelle lingue germaniche del nord indicava qualcosa di “derivato da” qualcos’altro.
Allora, lo sapevate?
Lo sapevate?
L’etimo di una parola è la sua origine.
L’etimologia è invece quella branca della linguistica storica (che un giorno vi dirò cosa significa) che studia l’origine delle parole.
Non sono quindi sinonimi e non è quindi corretto parlare di “etimologia” di una parola.
Spero che questo format possa piacervi! È il solo che possa permettermi col poco tempo che mi ritrovo a disposizione.
Ciao, innanzitutto piacere! Premetto che io ho una formazione scientifica e quindi sono del tutto ignorante in materia. Pensando al tema dei femminili professionali mi sono chiesta, considerando che sostantivi come "docente", "presidente", "dirigente" sono ambigeneri, perché il femminile di "studente" sia "studentessa". Ho riflettuto anche sul fatto che una volta si diceva "la presidentessa", nonostante non fosse grammaticalmente corretto, e volevo capire se il suffisso -essa originariamente fosse utilizzato come dispregiativo, a mo' di scherno, anche perché mi pare di avere letto qualcosa in merito ma non ci metterei la mano sul fuoco. Grazie e buona continuazione 🌷
ciao, perdona l’attesa biblica, ma sono sommersa dai più disparati impegni negli ultimi tempi! Piacere mio, e grazie per la fiducia e per l’interesse dimostrati. Premetto che quello da te citato non è il mio campo di competenza e che quindi le (tuttavia poche) opinioni che mi sono formata in proposito sono molto generiche. Oltretutto, ad essere sincera, non è un argomento che di solito attiri la mia attenzione.
Venendo a noi, il fatto è che per moltissimo tempo (praticamente fino all’altroieri) i femminili che citi (quelli più vecchiotti come studentessa o dottoressa) ma anche e soprattutto le new entry come presidentessa e simili semplicemente non esistevano e non sono esistiti per un millennio di lingua italiana. Sono stati coniati di proposito, perché in italiano la regola morfologica che prevede l’aggiunto del suffisso -essa a certi nomi maschili o ambigeneri, appunto, è produttiva e assolutamente corretta, e lo rimane a tutt’oggi. Questo è il fatto meramente linguistico. Il fatto più sociolinguistico è invece, come sempre, un altro paio di maniche, perché se il suffisso -essa di per sé non nasce con connotati dispregiativi, col tempo li ha assunti (vedi il fenomeno per cui oggi alcuni avvocati donna preferiscono farsi chiamare avvocata piuttosto che avvocatessa). Non esiste un motivo oggettivo per cui questo sia successo, semplicemente a lungo andare questo morfema grammaticale ha assunto tratti vagamente denigratori e parodistici; evidentemente la comunità linguistica li percepisce come tali e raramente si torna indietro da queste percezioni di massa. Perciò, se oggi studentessa e dottoressa – che, come ti avevo detto, sono di coniazione più antica – sono in uso e nessuno si mette a sghignazzare sentendo queste parole è proprio perché si sono formate quando ancora il suffisso non aveva l’accezione ironizzante che gli attribuiamo oggi.
Tutto sta ai parlanti, per farla breve, all’uso che fanno della propria lingua (e dico propria non a caso, perché un madrelingua ha il cosiddetto sentimento della lingua sempre nettamente più vivido e sviluppato anche di una persona che conosca alla perfezione una lingua, che però non è la sua). La lingua non è un essere vivente – o meglio, da un certo punto di vista può essere inteso come tale, ma non è il caso di allargare le maglie della questione proprio qui –, e in quanto tale non ha una eventuale colpa intrinseca nello stigmatizzare a livello sociale una sua certa struttura. Questo, al tempo stesso, non esclude che quella stessa struttura risponda pienamente alle regole dí grammaticalità della lingua stessa, e che sia dunque non solo corretta, ma intellegibile da tutta la comunità linguistica, a dispetto di eventuali stigmi che hanno finito col circondarla. Anche dopo una avvenuta stigmatizzazione, cioè, una struttura può rimanere grammaticale.
Spero di non averti confuso ancora di più le idee! Se vuoi chiedere qualcos’altro, fa’ pure, ma metto le mani avanti sulla celerità della risposta. Tempo libero mancante a parte, comunque, per me è sempre un piacere scrivere muri di testo su qualsivoglia curiosità linguistica, quindi resto disponibile assai volentieri.
Eviction, last chance.
€4000 by the end of May. And we don't have this money. The fundraiser It doesn't even reach half the sum (Already getting to € 2000 would change things). We'll lose the house, and once we get out who knows. A parking lot, a bench in the park.
I'm tired of fighting. I also have to deal with serious health problems now, anemia (lack of oxygen and hemoglobin) and I'm tired.
Sometimes things just happen, maybe. It's my destiny. It is useless to oppose.
Hey there, even a tiny amount of help for my friend and her old parents in order to prevent homelessness would be invaluable.
Le lingue germaniche non avranno il lessico più perspicuo del mondo (a dispetto della comune origine indoeuropea con quelle romanze), ma, se non altro, tendono alla rizotonia o comunque all’accentazione fissa, e non condividono quindi i sistemi di accentuazione folli dello spagnolo o del francese, ad esempio. Molto felice di essermi scelta la mia condanna su misura.
Scivoloni & co: l’ipercorrettismo
Siamo da sempre stati abituati a credere che dopo un “che” (come congiunzione) debba giocoforza seguire un congiuntivo, a tutti i costi, altrimenti orrore e raccapriccio, segno con penna blu della maestra (che, ancora ai miei tempi, segnalava l’errore più bieco, il più indesiderabile, a tal punto da meritare un colore diverso dal rosso, per l’appunto), ma… non è per nulla così semplice o così matematico, perché in primis non lo è padroneggiare il congiuntivo in italiano, nemmeno quando si è massimamente scolarizzati. Da quando questo blog esiste, avrei sempre desiderato inaugurare una rubrica a tema “usi corretti del congiuntivo e trappole”, ma diciamo che quella cosa chiamata vita extra-schermo tende a frapporsi tra me e queste ambizioni forse un po’ troppo ingombranti per un blog che sì, pur avendo la sua modesta quantità di seguaci ed attenzioni, non mi regala purtroppo dei tornaconti che permetterebbero di farne un progetto serio.
Ad ogni modo, ho cianciato anche troppo, veniamo al nostro congiuntivo, o se non altro ad uno dei suoi usi e ad una delle miscredenze sui suoi usi.
Come ricordato già in altri frangenti, sempre in questi lidi, non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo è il modo della possibilità, della probabilità e dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità. Di conseguenza, di tutto ciò che non è certo, reale, tangibile, sicuro, ovvio; a differenza dell’indicativo, che invece denota tutti questi frangenti. Ora, alla luce di questa rinfrescata di memoria, riprendo la frase di sopra proprio a titolo esemplificativo: “non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo è il modo della possibilità, dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità”
ed inserisco un bel congiuntivo al posto dell’indicativo “è”:
“non è forse mai offensivo ricordare che il congiuntivo sia il modo della possibilità, dell’improbabilità, del desiderio, dell’esortazione e, talora, dell’impossibilità”
… non vi suona strano? Se la risposta è sì, allora le vostre antenne sono ben tarate sulle giuste frequenze grammaticali. È una questione di pura logica: se sto facendo un’asserzione, il congiuntivo è inappropriato. Ecco come la regola del “che” decade con estrema facilità. Se la risposta è no, be’… siete incappati nel cosiddetto ipercorrettismo! Un fenomeno linguistico frequentissimo in qualunque lingua secondo il quale, pur di non sbagliare e per eccesso di zelo, il parlante applica una regola linguistica conosciuta, per così dire, due volte. Ed in linguistica meno per meno non fa più, dunque si incappa nell’errore. Grossolanamente.
Leggo spesso frasi del tipo: “Ho sognato che stessi facendo”
Ma l’hai sognato davvero oppure non l’hai sognato? Perché, se non l’hai sognato, non serve che lo enunci. Se invece è realmente successo, semmai, dovresti dire:“Ho sognato che stavo facendo”. Per non parlare del fatto che quando si usa una forma come stessi, identica alla prima e seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto, il soggetto va esplicitato: come faccio a sapere chi stesse facendo cosa, tra “io” e “tu”? Ma questa è un’altra storia. Idem, e mi ripeto su quanto detto sopra, a proposito di tutte le formule di asserzione del tipo “sono convinto, sono sicuro, sono certo che” ecc. A questo genere di costruzioni, non si può far seguire un “sia”. Deve seguire, di necessità, “è”: altrimenti non è una convinzione, ma una ipotesi. E allora l’ipotesi vuole un verbo diverso, del tipo “penso”, “ipotizzo”, “presumo” ecc. Ecco allora che in quel caso potete piazzare il vostro beneamato “sia” senza temere riprovazioni. Ma solo in questo caso!
Per oggi mi fermo qui, anche perché diffido che l’argomento interessi più di un tot. Tuttavia, in caso contrario, potete anche segnalarmelo – anche perché questo post ha richiesto i suoi tempi di elaborazione, per quanto buttato giù del tutto a braccio – e volentieri approfondirò!
the ultimate proof that Sapir and Whorf were wrong lies in the fact that a complex way of thinking was a thing even when language was yet to be as articulate as today we are used to – e.g. ancient Europe, in general. I wonder how they themselves did not ponder this option. It takes the smallest amount of logic and bare minimum historical knowledge to prove their theory blatantly wrong…
So che siete curiosetti e che da piccoli vi siete sempre chiesti come mai “cold” (“freddo”) in inglese suonasse come e somigliasse tanto a “caldo” dell’italiano. Be’, in realtà tra le due parole non c’è alcun collegamento. Invece, penso che sia interessante sapere che la radice che ha dato origine a “cold” è la stessa che ha prodotto “gelidus” in latino. 🌝
As a Germanist and linguist-to-be, this post is annoying and contains overall false info.
First and foremost, ‘viking’ isn’t an ethnicity, it has to do with what some Norse men in the late middle ages used to do in the seas: they used to be pirates.
Secondly, there’s nothing as being inherently ‘woke’, as well. Words come to us neutral, in the first place. Over the eras, it occurs we attach sociological meaning to them, and that is very relevant for the sociolinguistic field.
Lastly but not unimportantly, it’s so very true that ‘they’ and ‘them’ were born as loanwords from old Norse – point is, they were still male pronouns in the first place! The same goes for the third plural person pronoun that the loanword ‘they’ substituted in Old English, namely hie. In the beginning, it identified a male collectivity. It’s a normal phenomenon, when it comes to language. Most Indoeuropean languages used to have – and some still do – the so called overextended or default masculine (or however you like to call it). That doesn’t imply a crowd being made of solely men: that implies a plurality of people regardless of their sex and gender. And thus, were hie to still exist nowadays, it could and would as well apply to gender-queer crowds, if you wish, from an academically-linguistic perspective.
Hope that comes across and that no one feels offended.
I suspect this can make more sense being posted here.
Cari lettori superstiti di Fatti Linguistici, vi auguro un quanto mai sereno Natale e liete festività tutte! Incredibile ma vero, ultimamente sto forse ritrovando l’ispirazione per pubblicare qualcosa, anche di piccolo, perché fondamentalmente senza poter parlare di linguistica rischio di implodere.
Allora mi sono detta: perché non unire l’utile al dilettevole?
Credo che ormai in molti conosciate la spiacevole situazione in cui versa la mia carissima amica Giorgia, che purtroppo potrebbe solo peggiorare nel tempo se non si riesce a trovare un serio sussidio per lei e per i suoi cari. Sicché ho pensato che, se vi andasse, potrei postare una pillola/un kuriosum (parolina tedesca che vale, appunto, per curiosità) linguistico per ogni donazione devoluta alla sua causa. Nessun uso della AI (sarebbe come bestemmiare in faccia al papa), nessuna forzatura, nessuno stupro di muse ispiratrici, solo e soltanto note del cellulare che rischiano di far incagliare la RAM se non ne butto fuori il contenuto. Che ne pensate?
Se l’iniziativa vi garba, rebloggate pure e, una volta donata una cifra anche assolutamente simbolica, scrivetemi pure un messaggio nella askbox!
E buon nuovo inizio!
Qualcuno ha esperienza di affitti brevi (15-20-25 giorni) in Germania in case normali o in case vacanza? È fattibile trovare una sistemazione? Si rimane in mutande? Non chiedo per un amico.
Qualche giorno fa al telefono hai rievocato il più famoso shibboleth di Sicilia, quello che ha smascherato l’essere linguisticamente francesi dei francesi: “ciciri”. Poi, la notte stessa, ho ritrovato questo stesso shibboleth in una delle 1260 pagine di Horcynus Orca che, in un formato librario più classico, potrebbero potenzialmente anche essere il doppio, tale la grandezza del foglio: 2520. Dunque, ritrovo esattamente un accenno di quanto sentito qualche ora prima in due precise righe di un libro di oltre 2500 pagine. Ora, Jung stesso ci fa sapere che le coincidenze significative sono acausali, quindi ogni tentazione di intravedere un fil rouge di causa/effetto tra due eventi tanto simili e ravvicinati nel tempo si estingue (o dovrebbe farlo) sul nascere; ma eccome se non viene una gran voglia di collegare due tasselli così simili tra loro ed ammantarli di pensiero magico.
Ciao, non pare vero neanche a me di star scrivendo qui, e infatti non so quanto la mia presenza possa durare (a patto che inizi davvero).
Vi piacerebbe se, compatibilmente con la vita personale e i suoi limiti, inaugurassimo una rubrica disimpegnata di pillole (quindi, per definizioni, brevi e maneggevoli) sugli inglesismi più o meno pedestri che abbiamo importato in italiano, anche nelle forme più subdole (per esempio in termini o locuzioni ormai italianizzate, ma maladattate)? Ho già più di un paio di idee in mente.
Fatemi sapere.
L’intera popolazione della terra emersa mi implora di fare la canonica vita mondana estiva, ma attualmente io voglio soltanto approfondire la conoscenza del fenomeno della prosodia e dei tratti soprasegmentali nelle lingue storico-naturali. Qualche coordinata di massima per cominciare?