L'irruzione nella cultura italiana di una figura espressiva come quella di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) fu — e ancora oggi appare essere stata tale —letteralmente rivoluzionaria, anche perché nella sua assoluta originalità essa non fu, e non è, comparabile ad altre coeve. Le sue lettere, edite con cura e amore da Nico Naldini undici anni dopo la sua tragica morte, rivelano non soltanto l'originalità del personaggio e del suo prepotente modo di «sfondare» nel contesto culturale italiano ed europeo, ma permettono di ricostruire le fasi dell'invenzione di una nuova e originale rivista sperimentale, «Officina» (1955), attraverso una vera e propria epopea epistolare. In realtà Pasolini ha sempre rappresentato nelle sue lettere la sua vita. Rispondendo nell'ottobre del 1946 alla carissima Silvana Mauri, confessava: «Mi chiedi nella tua lettera di essere 'vero', ma questa è appunto l'insormontabile difficoltà che mi ha sempre reso difficile una civile corrispondenza»; già il 23 settembre del 1942 confessava a Luciano Serra di soffrire ancora di una sua «vecchia malattia antiepistolare». Se non «incivile», se non «antiepistolare», il suo uso della corrispondenza scritta rimase sempre, così come il personaggio, originalmente autonomo, anche nel convulso alternarsi di autografia e di dattilografia e persino nell'uso frequente di cartoline postali.
Armando Petrucci, Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria, Laterza, 2008¹; pp. 177-78.














