Due giorni fa, su La7, ho avuto il piacere di trovare La vita agra di Lizzani in orario normale. Erano le 14 di una domenica cocente, che vedeva in molti comuni italiani un balletto drammatico di croci e piegature chiamato ballottaggio.
Piroette e pas de bourrée fra candidati sindaci che si sono risolte in vittorie non vittorie definite da qualche centinaio di voti in più. Città spaccate in due, in cui si scongiura l’avanzata leghista per un pugno di voti, e dove un centro-sinistra ormai stantio e poltronaro si salva per quella che appare sempre più essere l’ultima volta. L’ultima fiducia concessa, l’ultima occasione di cambiare qualcosa, in primis se stessi. Ha vinto un male piccolo, chiamiamolo minore, di fronte alla forza bruta e abominevole di un partito che celebra la propria vittoria - storica, va detto - in una città come Ferrara, coprendo lo striscione dedicato a Giulio Regeni con la bandiera della Lega. Nella città di Federico Aldrovandi tuona il sintomo di chi, mai cresciuto, si comporta come un bimbo che gioca alla guerra, distruggendo il più possibile gli avamposti degli altri, i nemici, gli oppositori, e nel farlo, finge di non accorgersi di tutta l’erba viva che calpesta, dei fiori, delle piante. Giulio Regeni è quell’erba, che resiste e rinasce sotto le impronte degli scarponi leghisti, sotto bandiere non richieste, quantomeno non in quel preciso luogo, non in quel preciso momento.
Da un eccesso ingiustificabile a uno incomprensibile. Stavolta nella città di Modigliani, quella Livorno che dopo un lustro pentastellato torna nelle mani del centro-sinistra a trazione PD, quella bella Livorno cantata da Rondelli che nell’impeto post vittoria vede i suoi cittadini - una buona parte visto che il candidato sindaco ha vinto con il 63,32% - intonare Bella ciao come se fosse la cosa più normale del mondo. E in effetti lo è, o dovrebbe esserlo. Perché Salvetti, giornalista e telereporter, non si lascia trascinare dal coro. Lo shock della vittoria, la stanchezza, diranno i suoi. Rilascia le primissime interviste, i lunghi abbracci con i colleghi (chiamarli compagni potrebbe suonare strano), ma le labbra del neo sindaco non seguono il canto partigiano mentre quel gruppetto di rumoristi resistenti continua a credere che quello sia il modo giusto di festeggiare, di rivendicare una parte.
Strana, bipolare l’Italia del ballottaggi. C’è chi esagera in guerra e chi nemmeno si immagina di farlo in amore. Un far west nebbioso, senza buoni e cattivi, ma dove tutti, anche quelli migliori, appaiono brutti. E tristi, e fuori luogo. Uomini dalla vita agra. Anzi no, insapore. Che è pure peggio.
(Lo scatto ritrae Bianciardi e Tognazzi sul set del film di Lizzani. Era il 1963.)










