“ Si fidava in tutto di me, forse anche in modo esagerato, ma del resto non abbiamo avuto figli. Un uomo smette di essere bambino solo quando diventa padre, altrimenti passa dalla madre alla moglie senza troppe differenze. Non sto dicendo che fosse un immaturo, mi intenda bene, anzi, per certi aspetti era proprio un capofamiglia. Non c’era dubbio che la macchina fosse una cosa che spettava a lui gestire, per dire. Ci sono molte donne della mia generazione che guidano, ma io non ho mai pensato che fosse giusto togliere a mio marito il diritto di sentirsi indispensabile in piccole questioni come quella. Quando sei troppo autonoma, l’uomo non può prendersi cura e si disamora. Ho avuto solo un fidanzato prima di mio marito, niente di compromettente, allora si usciva giusto a passeggiare sulla via principale, erano altri tempi, ma ricordo che una volta mi sentii male mentre ero con lui, un dolore alla schiena forte tanto da svenire. Mi portò al pronto soccorso e rimase con me nove ore filate in corsia finché le due flebo di morfina non mi permisero di alzarmi di nuovo con le mie gambe. Tempo dopo mi disse che il momento di tutta la nostra storia in cui mi aveva amata di più era stato quello in cui mi aveva tenuto la mano mentre ero semicosciente e sedata. Essere amate nel momento in cui non sei in grado di intendere e volere non mi parve un bel modo per dirmi che mi voleva bene, ma feci tesoro di quella lezione: agli uomini di quanto sei brava a cavartela non importa niente, ti preferiscono quando hai bisogno di loro. “
Michela Murgia, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, Mondadori, maggio 2023¹; pp. 86-87.











