#Pavimento in #legno di #larice prefinito ad #olio o #cera, #plancia da 4000 X 120/150/180/200 X 15/20 ~ info at 3 29 38 177 13

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#Pavimento in #legno di #larice prefinito ad #olio o #cera, #plancia da 4000 X 120/150/180/200 X 15/20 ~ info at 3 29 38 177 13
plancia, pl. «le plance».
Il partigiano Renato Dorgia (2)
Carmo Langan, oggi, part.
Restammo a Langan un paio di giorni, depositammo le armi che ci eravamo procurati a Vallecrosia, tanto avevamo possibilità di averne altre recuperandole tra quelle nelle caserme abbandonate o gettate dai soldati dell'armata italiana in rotta dal fronte francese dopo l'8 settembre. Con altri 6 o 7 scendemmo in Alpicella, vicino a Perinaldo, dove c'era un rudere di caserma con i muri perimetrali ma senza tetto. Qui si radunarono fino a più di 40 partigiani. Per la fame, facevamo da mangiare in una enorme vecchia marmitta, ma avevamo poco o niente da mettere dentro.
Decidemmo di andare in una osteria del paese (era di un noto fascista), l'albergo "Da Milano". Erano i primi di luglio del '44 e un giorno, per volontà del partigiano "Pièveloce" che ci comandava, scendemmo a Soldano, non ricordo per quale motivo. Certamente niente di importante.
Soldano, oggi
E successe il "fatto" di Soldano. lo ero sceso di sentinella un po' fuori paese per evitare di essere sorpresi dall'arrivo di qualche tedesco; incontrai una ragazza di Vallecrosia che conoscevo bene che, nel salutarmi, mi informò che a San Biagio della Cima c'era mia sorella sfollata da Vallecrosia. Quella ragazza era solo colpevole di essere sentimentalmente legata a un fascistone di Dolceacqua, tale maresciallo Salvagno. Mentre rimanevo di guardia alle porte del paese i miei compagni raparono a zero quella ragazza. Qualche giorno dopo per rappresaglia i fascisti agli ordini del maresciallo Salvagno rastrellarono Soldano, saccheggiarono il paese uccidendo 3 persone e incendiando alcuni edifici.
Era il 9 luglio 1944. Malgrado avessimo fatto saltare i ponti della strada che porta a Perinaldo, dal campanile della chiesa che usavamo come posto di osservazione, percepimmo la pressione dei nazifascisti. Scorgemmo bruciare Langan e i tedeschi avventurarsi ogni giorno di più sulla strada di Massabò.
Perinaldo, oggi
Ci ritirammo dal paese e qui devo ricordare un episodio che mi provocò non pochi dubbi.
Ho già detto che eravamo arrivati a più di 40 partigiani, ma quando decidemmo di ritornare nei boschi e abbandonare il "lusso" dell'albergo" ... ritornammo a essere 6 o 7.
Ci ritirammo dapprima ai Negi e poi, spostandoci in continuazione, ritornammo a Vallecrosia dando vita alla resistenza cittadina.
Un giorno, comuni cittadini ci accusarono di compiere rapine e saccheggi in casa della gente di Vallecrosia Alta e San Biagio della Cima. "I partigiani rubano nelle case!".
Ci informammo e venimmo a sapere che in realtà un gruppo di uomini di Vallecrosia Alta comandati da un sanremese, certo Tullio, saccheggiava e rapinava, specialmente cibarie. Per evitare di essere mal considerati dalla popolazione per fatti ai quali eravamo completamente estranei, prendemmo contatto con questo Tullio che ci propose una "azione congiunta". La vittima era il grossista di salumi di Vallecrosia che aveva qualche magazzino lnngo la via provinciale. In casa di Tullio, sfollato a Vallecrosia Alta, consumammo una lauta cena, per quei tempi assolutamente inusuale, in compagnia del suo vice, un tale del paese che portava sempre una picozza nella cinta dei pantaloni. Tullio chiese a Garini di poter comandare l'operazione. Cé acconsentì.
Al termine ci recammo a Soldano e trattammo con mulattieri locali una ventina di muli predisposti con i "garosci". Evitando la strada provinciale, raggiungemmo il pianoro sulla riva sinistra del torrente Verbone, di fronte al cimitero di Vallecrosia. Parcheggiata la carovana dei muli, con una mossa improvvisa Cè Garini disarmò Tullio della rivoltella con un laconico "Se permetti adesso comando di nuovo io ", mentre io sfilai la picozza dalla cinta dell'altro. Intimammo il "mani in alto" a tutta la squadra. I nostri disarmarono la banda che venne rispedita a casa con la minaccia che, se avessero ripetnto simili "azioni", li avremmo passati per le armi; trattenemmo Tullio e il suo vice e ne disponemmo il trasferimento al comando di Langan per essere giudicati. Senza dubbio sarebbero stati passati per le anni, però i nazifascisti attaccarono la postazione e i garibaldini preferirono liberarsi a calci nel sedere di questi due manigoldi, per non essere intralciati nella difesa delle posizioni.
Cè Garini fu catturato nell'autunno, ma, grazie all'appoggio del segretario comunale Scrascia ottenuto dalla sua famiglia, riuscì ad evitare guai peggiori.
La guerra partigiana intanto manifestava alcuni pesanti difetti organizzativi; c'erano contatti con gli alleati che erano sbarcati a St. Raphael in Provenza e, a settembre 1944, erano arrivati a Mentone, ma erano scarsamente coordinati.
Distruzioni di guerra in territorio francese non lontano dal confine con l'Italia
Lanci di paracadute con armi finite in dirupi inaccessibili o addirittura in mano ai tedeschi. Inoltre l'inverno giunse in anticipo sulle montagne e i collegamenti con gli alleati, che avvenivano attraverso i sentieri alpini, erano resi impossibili. Si ipotizzò anche di tentare con i sommergibili, ma non ci fu nessun serio risultato. Si poteva tentare soltanto via mare.
...continua...
Prima parte qui
Testimonianza di Renato "Plancia" Dorgia, da GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, di Giuseppe Mac Fiorucci
Il partigiano Dorgia (5). "Tùti in tu belin a mi!"
Ubbidirono non senza proteste. Ma fu una buona idea. Procedendo attraverso gli uliveti, poco dopo Vallebona, nell'attraversare il sentiero (adesso è una strada carrozzabile) che da Vallebona va a S. Sebastiano, quasi finimmo in braccio a una pattuglia tedesca che da Vallecrosia Alta andava a Vallebona e si era fermata per una breve sosta proprio all'altezza della croce dei Padri Passionisti. I 5 si convinsero che marciare raggruppati e scalzi era una buona scelta. Acquattati fra gli alberi di olivo, attendemmo che la pattuglia tedesca si allontanasse prima di riprendere la marcia verso Vallecrosia. Il tenente inglese Bell continuava a chiedermi quanto tempo mancasse all'arrivo, e io rispondevo sempre "5 minuti". Seppi poi nel dopoguerra che, nelle sue memorie che annotava nel diario che custodiva gelosamente, mi aveva soprannominato proprio "5 minuti".
Arrivammo a Vallecrosia dopo mezzanotte.
Doveva giungere dalla Francia o un sommergibile o il motoscafo di "Caronte" (n.d.r. Giulio Pedretti) per prelevare i prigionieri.
Aspettammo fin quasi all'alba. Non arrivò nessuno. Questo fu un grave imprevisto: un conto è nascondere 5 soldati alleati in montagna, altro è nasconderli in un centro abitato bombardato dagli alleati e sottoposto a continui rastrellamenti. Li nascondemmo a sua insaputa nella casa di Fortunato Lazzati vicino all'abitazione di Achille (n.d.r.: "Andrea" Lamberti).
Fortunato era sfollato a Vallecrosia Alta e aveva sbarrato la porta della sua casa ... ma non gli scuri della finestra. Caso volle che Fortunato proprio l'indomani scese da Vallecrosia Alta per prendere qualcosa in casa; sollevato lo sportellino della finestra vide i 5 sconosciuti dormire sul pavimento. Chiuse e scappò non ritornando che a guerra conclusa. Prelevammo un'altra barca dal solito deposito, la predisponemmo alla meglio e la portammo al mare attraverso via Impero.
Dapprima si dovette concordare la cosa con la postazione dei bersaglieri (n.d.r.: come si sarà già potuto apprendere i bersaglieri del sergente Bertelli collaboravano clandestinamente con il Gruppo Partigiano Sbarchi Vallecrosia) e soprattutto addormentare il tedesco. Infatti con la postazione dei bersaglieri c'era un soldato tedesco di collegamento con la guarnigione tedesca accasermata in via Roma, all'altezza della centrale elettrica di trasformazione. Quando dovevamo effettuare uno sbarco, il tedesco veniva addormentato con del sonnifero nel vino; quando non c'era il sonnifero ... solo con il vino Rossese (n.d.r.: tipico, pregiato vino - oggi Doc - della zona). Incaricato dell'operazione di addormentare o ubriacare il tedesco era Achille.
Più di una volta Achille raccontò che in una delle ultime bevute il tedesco biascicò e gesticolò qualcosa che gli dette a intendere che aveva capito tutto: "Versa, versa ancora che dormire .. gut ... ". La barca, scelta troppo frettolosamente, non aveva i soliti pianali che si adagiano sul fondo per evitare di appoggiare direttamente sul fasciame.
Imbarcati i 5 prigionieri, Enzo Giribaldi e Achille presero il largo .. e la barca letteralmente si sfasciò. Udimmo qualche grido di aiuto e ci buttammo a mare per cercare di soccorrerli. Accorsero in acqua anche i bersaglieri. con i quali formammo una catena tenendoci per mano. Non dimenticherò mai quella scena: freddo, mare grosso e in acqua quella catena di bersaglieri con le mantelline che galleggiavano. Sembravano funghi. Soccorremmo i primi, tra i quali uno degli americani che aveva bevuto molto e stava veramente male; Enzo Giribaldi perse anche uno degli stivali che indossava. Mancavano Achille e i due inglesi. Era strano perché Achille era un nuotatore eccezionale. Dopo qualche minuto, apparve con i 2 inglesi che spingeva a turno verso la riva e trascinando il cappotto di uno dei prigionieri.
"Tùti in tu belin a mi!" (n.d.r.: disse allora Achille Lamberti). Apprendemmo che l'ufficiale inglese (BelI) non voleva liberarsi del cappotto, malgrado che, inzuppandosi, lo trascinasse a fondo, e rendendo ad Achille ancor più faticosa l'opera di salvataggio. Achille glielo tolse quasi con la forza e tanti accidenti. Nel cappotto l'inglese custodiva il prezioso taccuino delle memorie e non voleva assolutamente perderlo. Altri affermarono che nel cappotto custodisse delle sterline d'oro, ma mi sembra inverosimile che un prigioniero di guerra, dopo 2 o 3 anni di campo di prigionia, possedesse sterline d'oro. La corrente spinse il relitto della barca fino a Latte (n.d.r.: frazione di Ventimiglia, vicina alla Francia) e la cosa successivamente ci creò non pochi problemi. I bersaglieri rientrarono nella loro postazione, sicuramente anche il tedesco li vide bagnati fradici.
Credo che Achille non sbagliasse, quando affermava che il soldato tedesco aveva capito tutto. I 5 prigionieri furono riportati di nuovo a casa di Fortunato. Si doveva rifocillarli e provvedere loro vestiti asciutti. Mentre Achille procurava del pane dal forno del partigiano Cè Bussi, sua madre pensava bene di stendere a asciugare le divise dei soldati alleati sul terrazzo ... in bella vista dalla strada! Fortuna volle che, prima di qualche milite fascista, passassi io, che avvisai subito Achille del pericolo.
Prima parte della testimonianza qui, seconda qui, terza qui,quarta qui.
Testimonianza di Renato "Plancia" Dorgia, in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, di Giuseppe "Mac" Fiorucci
Il partigiano Renato Dorgia (2)
Carmo Langan, oggi, part.
Restammo a Langan un paio di giorni, depositammo le armi che ci eravamo procurati a Vallecrosia, tanto avevamo possibilità di averne altre recuperandole tra quelle nelle caserme abbandonate o gettate dai soldati dell'armata italiana in rotta dal fronte francese dopo l'8 settembre. Con altri 6 o 7 scendemmo in Alpicella, vicino a Perinaldo, dove c'era un rudere di caserma con i muri perimetrali ma senza tetto. Qui si radunarono fino a più di 40 partigiani. Per la fame, facevamo da mangiare in una enorme vecchia marmitta, ma avevamo poco o niente da mettere dentro.
Decidemmo di andare in una osteria del paese (era di un noto fascista), l'albergo "Da Milano". Erano i primi di luglio del '44 e un giorno, per volontà del partigiano "Pièveloce" che ci comandava, scendemmo a Soldano, non ricordo per quale motivo. Certamente niente di importante.
Soldano, oggi
E successe il "fatto" di Soldano. lo ero sceso di sentinella un po' fuori paese per evitare di essere sorpresi dall'arrivo di qualche tedesco; incontrai una ragazza di Vallecrosia che conoscevo bene che, nel salutarmi, mi informò che a San Biagio della Cima c'era mia sorella sfollata da Vallecrosia. Quella ragazza era solo colpevole di essere sentimentalmente legata a un fascistone di Dolceacqua, tale maresciallo Salvagno. Mentre rimanevo di guardia alle porte del paese i miei compagni raparono a zero quella ragazza. Qualche giorno dopo per rappresaglia i fascisti agli ordini del maresciallo Salvagno rastrellarono Soldano, saccheggiarono il paese uccidendo 3 persone e incendiando alcuni edifici.
Era il 9 luglio 1944. Malgrado avessimo fatto saltare i ponti della strada che porta a Perinaldo, dal campanile della chiesa che usavamo come posto di osservazione, percepimmo la pressione dei nazifascisti. Scorgemmo bruciare Langan e i tedeschi avventurarsi ogni giorno di più sulla strada di Massabò.
Perinaldo, oggi
Ci ritirammo dal paese e qui devo ricordare un episodio che mi provocò non pochi dubbi.
Ho già detto che eravamo arrivati a più di 40 partigiani, ma quando decidemmo di ritornare nei boschi e abbandonare il "lusso" dell'albergo" ... ritornammo a essere 6 o 7.
Ci ritirammo dapprima ai Negi e poi, spostandoci in continuazione, ritornammo a Vallecrosia dando vita alla resistenza cittadina.
Un giorno, comuni cittadini ci accusarono di compiere rapine e saccheggi in casa della gente di Vallecrosia Alta e San Biagio della Cima. "I partigiani rubano nelle case!".
Ci informammo e venimmo a sapere che in realtà un gruppo di uomini di Vallecrosia Alta comandati da un sanremese, certo Tullio, saccheggiava e rapinava, specialmente cibarie. Per evitare di essere mal considerati dalla popolazione per fatti ai quali eravamo completamente estranei, prendemmo contatto con questo Tullio che ci propose una "azione congiunta". La vittima era il grossista di salumi di Vallecrosia che aveva qualche magazzino lnngo la via provinciale. In casa di Tullio, sfollato a Vallecrosia Alta, consumammo una lauta cena, per quei tempi assolutamente inusuale, in compagnia del suo vice, un tale del paese che portava sempre una picozza nella cinta dei pantaloni. Tullio chiese a Garini di poter comandare l'operazione. Cé acconsentì.
Al termine ci recammo a Soldano e trattammo con mulattieri locali una ventina di muli predisposti con i "garosci". Evitando la strada provinciale, raggiungemmo il pianoro sulla riva sinistra del torrente Verbone, di fronte al cimitero di Vallecrosia. Parcheggiata la carovana dei muli, con una mossa improvvisa Cè Garini disarmò Tullio della rivoltella con un laconico "Se permetti adesso comando di nuovo io ", mentre io sfilai la picozza dalla cinta dell'altro. Intimammo il "mani in alto" a tutta la squadra. I nostri disarmarono la banda che venne rispedita a casa con la minaccia che, se avessero ripetnto simili "azioni", li avremmo passati per le armi; trattenemmo Tullio e il suo vice e ne disponemmo il trasferimento al comando di Langan per essere giudicati. Senza dubbio sarebbero stati passati per le anni, però i nazifascisti attaccarono la postazione e i garibaldini preferirono liberarsi a calci nel sedere di questi due manigoldi, per non essere intralciati nella difesa delle posizioni.
Cè Garini fu catturato nell'autunno, ma, grazie all'appoggio del segretario comunale Scrascia ottenuto dalla sua famiglia, riuscì ad evitare guai peggiori.
La guerra partigiana intanto manifestava alcuni pesanti difetti organizzativi; c'erano contatti con gli alleati che erano sbarcati a St. Raphael in Provenza e, a settembre 1944, erano arrivati a Mentone, ma erano scarsamente coordinati.
Distruzioni di guerra in territorio francese non lontano dal confine con l'Italia
Lanci di paracadute con armi finite in dirupi inaccessibili o addirittura in mano ai tedeschi. Inoltre l'inverno giunse in anticipo sulle montagne e i collegamenti con gli alleati, che avvenivano attraverso i sentieri alpini, erano resi impossibili. Si ipotizzò anche di tentare con i sommergibili, ma non ci fu nessun serio risultato. Si poteva tentare soltanto via mare.
...continua...
Prima parte qui
Testimonianza di Renato "Plancia" Dorgia, da GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, di Giuseppe Mac Fiorucci
Polvere di stelle...
segue da qui
Prima dell'alba raggiunsi casa mia in via Romana, a villa Glicini, per cambiarmi gli abiti e poi di nuovo a Negi, per nascondermi e relazionare ai garibaldini sulla disavventura. Giorni dopo recuperammo altre 2 barche dal solito deposito; due perché nel frattempo si aggiunse la necessità di traghettare anche due passeur di Ventimiglia ricercati dai fascisti. Calafatammo a dovere i natanti, uno era un gozzo e l'altro una bettolina a fondo piatto. Nel frattempo, il relitto della barca sfasciata trasportato dalla corrente era stato trovato a Latte. I tedeschi aumentarono notevolmente la sorveglianza e con essa le nostre difficoltà. Finalmente portammo i battelli al mare e i 7 passeggeri, (i 5 piloti alleati e i due passeur). Prima di partire, uno dei passeur volle "collaudare" le barche per verificare che tenessero il mare. Imbarcati tutti, partirono in 9 guidati da Achille (n.d.r.: "Andrea" Lamberti) e un altro, che non ricordo se Girò (n.d.r.: G. "Gireu" Marcenaro) o Renzo Rossi o altri. Credo Renzo Rossi, che era il capo di tutta l'organizzazione sbarchi. Arrivarono sani e salvi e questa operazione accrebbe non poco la considerazione degli alleati per la Sezione Sbarchi di Vallecrosia. La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella villa Le Petit Rocher. Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l'unico illuminato. All'ingresso del porto, una vedetta intimava l'alt e accompagnava il natante all'approdo sotto stretta sorveglianza. Qui l'equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell'ufficiale dell'Intelligence Service. In meno di un'ora erano presi in consegna dai servizi segreti alleati. Anche io fui condotto a Montecarlo, con Renzo Rossi, Girò e Renzo Biancheri, già allora sordo come una campana. Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell'ennesima traversata.
(n.d.r.: l'episodio che segue é già stato riportato qui, ma ci sembra opportuno riprodurlo).
Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, Cap. Lamb con il numero di riconoscimento. Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti. Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò: “Ma voi siete proprio Italiani?”. Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. Renzo Biancheri chiese di poter usare il telefono, compose il numero e ottenuta la comunicazione tra lo stupore generale iniziò a cantare "Polvere di Stelle". Renzo era sordo e come tutti i duri d’orecchio cantava bene. Sussurrava la melodia d’amore di “Polvere di Stelle”, alle orecchie di una interlocutrice, evidentemente conosciuta in qualche precedente missione e con la quale di certo non scambiava lunghe conversazioni:
Sometimes I wonder why I spend The lonely night dreaming of a song
... continua ...
Testimonianza di Renato "Plancia" Dorgia in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, di Giuseppe "Mac" Fiorucci
I valori in cui credevano i partigiani
segue da qui
Dopodiché potemmo raggiungere i bistrot della vicina Villafranca accompagnati da due soldati inglesi. Nei giorni successivi ci portarono nei pressi dell'aeroporto di Nizza. In un capannone erano accatastate una quantità notevole di mitragliatrici italiane Breda nuove e imballate. Evidentemente preda di guerra dell'avanzata alleata su Nizza nell'agosto del '44. Ma perché non le avevano fornite a noi già l'anno prima? Prelevammo armi, viveri, vestiario e materiale sanitario. Al Petit Rocher predisponemmo tutto sulla banchina per stivare il carico sul motoscafo che ci avrebbe riportato a Vallecrosia. Dovemmo imbarcare anche due agenti di Ventimiglia, (Paolo Loi e un altro che non ricordo), che avevano seguito un corso di sabotatori imparando a maneggiare l'esplosivo al plastico. Per far posto ai due sabotatori, lasciammo a terra i viveri e il vestiario imbarcando solo le armi e i medicinali, contro la volontà degli ufficiali inglesi. Ricevemmo la direttiva di annullare lo sbarco se non avessimo avvistato da terra il segnale di riconoscimento. Arrivati al largo di Vallecrosia, nessun segnale, ma Girò mise ugualmente in acqua i due canotti e disse che, per maggior sicurezza, saremmo approdati nel tratto di spiaggia davanti alla sua abitazione. Era meno sorvegliato dai fascisti perché ... minato. Come "maggior sicurezza" non era male! Ma Girò conosceva il posizionamento delle mine. Il canotto con i due sabotatori approdò sulla spiaggia più verso Bordighera, forse non si fidavano a seguirei o volevano mantenersi una probabilità di fuga in caso fossimo stati accolti dai nazifascisti. Solo più tardi ci vennero incontro camminando sulla battigia per paura delle mine. Per un attimo tememmo si trattasse di una pattuglia nemica. Con estrema cautela Girò (n.d.r.: Pietro Gerolamo Marcenaro) ci guidò nel sentiero minato fino a casa sua. Portammo le armi a Negi come le altre volte, rifornendo le brigate Garibaldine.
Il 25 aprile 1945 avevo da poco compiuto 20 anni! La guerra, lo sfollamento, i bombardamenti con le loro vittime, l'insicurezza quotidiana e il periodo della Resistenza avevano completamente trasformato il ragazzo di 5 anni prima. Maturai delle idee che a distanza di 60 anni, nonostante l'inarrestabile corso della storia con i suoi cambiamenti sociali, economici, politici e lo sviluppo tecnologico e scientifico, ritengo essere ancora fondamentali per la convivenza umana. Furono idee di diritti: la Libertà che è sacra ma che non va mai separata dalla Giustizia e dalla Dignità. Sono tre diritti che non vanno mai disgiunti, l'uno non esiste senza gli altri. Vorrei che le stesse idee si radicassero nella mente dei giovani di oggi e che maturassero in essi attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, non attraverso gli eventi drammatici e violenti che caratterizzarono la gioventù della mia generazione. Ogni conflitto inevitabilmente porta con sé quegli orrori che io e altri patimmo e subimmo.
Testimonianza di Renato "Plancia" Dorgia in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA, di Giuseppe "Mac" Fiorucci