Hawaiian Antics 🤙🏻 #poolsideyogaandwhat #balancewithdistractions #pratyhara #handstand #yogaplaytime (at Honolulu, Honolulu, Hawaii)

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Le otto mebra o braccia dello yoga!
Spesso quando si pratica yoga e si frequentano scuole o corsi, è facile imbattersi in alcune parole più facilmente e più frequentemente di altre, come nel caso del termine ASTHANGA. Asthanga è ad oggi una parola di solito legata ad un tipo di yoga che più correttamente dovrebbe essere indicato come Asthanga Vinyasa Yoga e di cui ho già parlato qui.
Ma in realtà quando si utilizza questo termine nella sua forma originaria si fa riferimento ad un concetto molto interessante descritto per la prima volta da Patanjali negli Yoga Sutra tra il II e IV sec d.C.. Nel Raya yoga infatti, ovvero nella tradizione dello yoga classico, esistono 8 (da “astha”) stadi, tappe (da “anga”) necessari per intraprendere il cammino progressivo verso quella che viene definita come la liberazione (moksa) dalle rinascite e il raggiungimento della propria realizzazione. Purtroppo il tutto seppur affascinante e non necessariamente difficile da capire, viene spesso appesantito da lunghe e articolate spiegazioni filosofiche che fanno facilmente perdere il filo del discorso. Qui cercherò di semplificare il tutto, servendomi di un’immagine molto carina rubata dal web :)
Come si vede nel disegnino gli 8 anga dello yoga non sono poi concetti così astrusi e se pratichiamo yoga magari alcuni senza saperlo li abbiamo raggiunti di già :) Ma procediamo con ordine e vediamo dal primo all’ultimo tutti questi 8 stadi.
1. YAMA: in questo primo stadio il praticante dovrebbe astenersi dall’offendere o procurare violenza ad ogni creatura vivente (Ahimsa), dire la verità (Satya), astenersi dal prendere ciò che non gli appartiene (Asteya), avere controllo delle proprie passioni (Brahmacharya) e non prendere più di quanto gli è necessario (Aparigraha). Nel disegnino è giustamente rappresentato dal diavoletto e dell’angioletto che governano la nostra coscienza.
2. NIYAMA: consiste nell’osservanza di un corretto approccio con se stessi, cioè: mantenere la purezza del corpo e dello spirito (Saucha), conservare un atteggiamento soddisfatto ed essere felici di quanto si possiede (Samtosha), cimentarsi con costanza e decisione al conseguimento della propria realizzazione (Tapas), dedicarsi alla ricerca e studio del proprio Sé più profondo (Svadhyaya) e, infine, meditare e concentrarsi sul Principio, l’Origine (Ishvara-pranidhana). Molto più sinteticamente potremmo definire questo stadio come il prendersi cura della nostra capacità di disciplina e auto-controllo.
3. ASANA: il terzo stadio riguarda finalmente le asana ovvero le posture fisiche che realizziamo con e attraverso il nostro corpo e che ci preparano insieme ai precedenti stadi a “salire” ed entrare verso uno stato di coscienza superiore.
4. PRANAYAMA: è il controllo del respiro. Questa "abilità” che ci offre e insegna la pratica dello yoga è molto importante perché è proprio attraverso di essa che acquisiamo una maggiore capacità di attenzione sul presente.
5. PRATYAHARA: ovvero la “recessione” dai sensi, è la capacità di ritirare la coscienza e i sensi dall’oggetto della concentrazione per arrivare ad un assorbimento totale che consente il passaggio all’anga successivo. Nel disegnino è giustamente rappresentato dagli occhi chiusi anche se si può raggiungere questo stadio indipendentemente dalla chiusura o apertura delle nostre palpebre :P :)
6. DHARANA: è la concentrazione. In questo stadio la mente è finalmente in grado di focalizzare un solo oggetto escludendo tutti gli altri ed eliminando ogni distrazione.
7. DHYANA: ovvero la meditazione. E qui una piccola riflessione. Meditare è forse una delle pratiche più difficili dello yoga e al tempo stesso anche il suo reale obiettivo. Lo yoga infatti come lo intendiamo oggi, soprattutto in occidente - e cioè un insieme di posizioni accompagnate dal respiro - vuole aiutarci a trovare un modo di distaccarci dal flusso continuo e ripetitivo dei nostri pensieri, liberando corpo e mente per renderle pronte ad accogliere un’ancora più grande “libertà” e realizzazione che arriva appunto tramite la meditazione. Non è un caso dunque che proprio la meditazione sia il penultimo tra gli 8 stadi e non venga messa all’inizio del percorso. Meditare è dunque una tappa che deve essere raggiunta e voluta dall’aspirante yogin e mai imposta. Partecipare a dei corsi di meditazione può essere sicuramente utile ma solo se lo si vuole veramente e ci si sente pronti anche perché altrimenti si rischierebbe di smuovere stadi d’animo, sensazioni o sentimenti che non siamo ancora in grado di gestire. Meditare in solitudine è poi a mio avviso la modalità più adeguata per entrare in questo stadio correttamente. Essere invece obbligati a meditare durante una lezione di yoga può essere troppo forzato e poco rispettoso delle specificità di ogni singolo individuo.
8. SAMADHI: Samadhi è l’estasi suprema. Uno stadio credo difficile da descrivere anche se si potesse avere per un attimo la possibilità di entrarci. Per Patanjali anche nel SAMADHI come per il DHYANA esistono diversi livelli ma ad ognuno poi spetta la sua personale “sperimentazione”.
Questi dunque gli 8 stadi di un aspirante yogin o se vogliamo gli 8 consigli per cercare di rendere le nostre vite moralmente, spiritualmente e fisicamente piu appaganti! Namastè!