Capitolo 1: “La pazzia”
Ero nel mio ufficio, sette di mattina, lunedì, ottobre; quella mattina era più fredda del solito, ma come faccio a dirlo; ormai ho perso la cognizione di ciò che è reale e cosa no, ciò che può uccidermi… e ciò che può salvarmi. La mia vita era diventata un susseguirsi di eventi che mi avevano fatto diventare freddo e distante, l’unica mia “soddisfazione” era tornare dalla mia Mary; per quanto sia una soddisfazione ben magra… l’altra notte l’ho vista perdere forma per qualche secondo per poi ricomporsi. Uno di questi giorni mi ucciderà, mangiandomi e facendomi impazzire.
*SOSPIRO*
Finalmente tutto finirà, le allucinazioni così reali, una vita così vuota… tornato a casa non trovai nessuno, solo un biglietto sul frigo: “non posso farlo, mi dispiace – Mary”. Quindi avevo ragione… decisi di partire, non potevo continuare così… non più… non avevo fatto neanche tre chilometri che la strada cambiò forma, snodandosi nell’aria, io non mi stupii, mi era già successo di avere allucinazioni del genere, io cercai solo di rimanere in corsia. Mi risveglia poco dopo, avevo dormito? Ero svenuto? Chi può dirlo. La macchina non voleva saperne di partire, perciò decisi di andare a piedi. Uscito dalla macchina vidi un uomo con un’ascia ricoperto di sangue che si avvicinava. Non scappai, sapevo che non era vero. Continuai a camminare per ore, senza raggiungere nessun luogo, *SOSPIRO LUNGO E PROFONDO*, non che ne avessi uno. Tutto ciò che si poteva sentire era quell’uomo ridere e seguirmi, con un passo lento e pesante e con una risata che mi faceva gelare le ossa e intorpidire i muscoli, ma nulla importava, dopotutto… non esisteva. Continuando a camminare sentii un liquido caldo scendermi sulla gamba, insieme a una risata diversa, molto più calda e affettiva, poche parole:”Addio, amore mio”. Un colpo e fu buio. Ora faceva caldo, provavo ad aprire gli occhi, nulla, li sentivo, ma non potevo aprirli. Finalmente riuscii a vedere il mio corpo, addormentato, che respirava a malapena accanto a un camino acceso. Non capivo cosa mi stesse succedendo, ma non mi importava… non più perlomeno. Cercai di capire dove mi trovassi: la stanza era buia e il fuoco sembrava assorbire la luce più che produrne. Mi svegliai e misi ciò che mi sembrava un ceppo nel fuoco, svenendo, di nuovo, senza un motivo apparente. Al mio risveglio la stanza era scomparsa, ovviamente. Questi “blackout” sembravano portarmi in luoghi sempre diversi, sempre più… “morti”. Ora mi trovavo in un giardino in fiore, con colori accesi e odori che attiravano sempre più. Qualcosa però era sbagliato, lo sentivo. Scappai lontano, finchè non mi ritrovai un altro giardino, molto diverso dal primo: i fiori di questo erano morti o avevano un colore rosso e la terra su cui appoggiavano grondava sangue. Ne presi qualcuno e li misi nel taschino. Era la prima volta che vedevo dei fiori del genere e mi facevano sentire… spaventato? Da un bel po’ di tempo ero diventato completamente assente, ma non è stato sempre così.














