Il 25 marzo l’Italia celebra il suo primo Dantedì
Il consiglio dei ministri ha recentemente deciso di dedicare un giorno al nostro poeta nazionale: il 25 Marzo sarà quindi il Dantedì. Sull’opportunità o meno di questa decisione rimandiamo nel link all’articolo di Stefano Jossa, noi ci limitiamo a promuovere questa iniziativa, consapevoli che le nostre forze sono assolutamente impari all’impresa. Ricorriamo perciò alle parole di Borges che così sintetizza la grandezza del poema dantesco: “Non c’è cosa sulla terra che non sia anche lì, ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, la storia del passato e quella del futuro”. Insomma un’opera enciclopedica, una summa, con in più, rispetto a Iliade e Odissea, il valore aggiunto del riferimento all’attualità, presenza costante nelle tre cantiche, che fa della Divina Commedia un vero e proprio epos moderno (e della Commedia come “paradigma moderno” si parla anche in questo articolo).
Appunto sulla modernità di Dante, citiamo anche questo interessante articolo di Corrado Bologna che definisce la comedìa “il più moderno dei libri, il più novecentesco. Così, nel Discorso su Dante (1933), forse il saggio dantesco più profondo e originale di tutto il Novecento, Mandel’štam volge in straordinarie immagini metaforiche, che Dante avrebbe amato, la struttura cosmica della Commedia. In faccia alla morte, nel gulag di Stalin, questo poeta-glossatore di genio traduceva in russo per i suoi compagni di sventura Dante, Petrarca e Ariosto”.
E a proposito di Ariosto, non vi pare che l’incipit dell’Orlando furioso (Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto) ricordi i versi danteschi: Le donne e ' cavalier, li affanni e li agi / che ne 'nvogliava amore e cortesia (Pg XIII 109-110)? Ma, va da sé, tutti i nostri grandi scrittori hanno risentito in qualche misura dell’influsso di Dante, da Petrarca, che ostentava di non averlo mai letto, mentre i Trionfi abbondano di richiami alle terzine dantesche, a Boccaccio, che lo adorava al punto da tenere letture pubbliche della Commedia nella Badìa fiorentina (un po’ come hanno fatto Benigni e Sermonti), a Leopardi, a Montale.
Ma se Osip Mandel’štam leggeva Dante nel gulag, non possiamo certo dimenticare Primo Levi che ad Auschwitz per annullare la cieca disumanità del campo di concentramento ricorreva a Dante, ricordando che gli uomini non sono stati creati per viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza (If XXVI 119-120).
Molti attori si sono cimentati nella lettura della Divina Commedia, tra i quali Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Roberto Herlitzka, Arnoldo Foà, Tino Carraro, Romolo Valli, Tino Buazzelli, Anna Proclemer, Ernesto Calindri.
Per quanto riguarda il cinema, citiamo i due estremi: da Inferno, del 1911 (“Nel cinema muto degli anni Dieci, La Divina Commedia. Inferno della Milano Films detiene i primati di altezza culturale, di lunghezza e non solo. Nel 1911 cade il 50° anniversario dell’Unità d’Italia: Dante, già mito risorgimentale, diventa simbolo delle aspirazioni irredentiste e nazionaliste. Inferno è stato restituito alla sua edizione princeps, alla corretta successione delle inquadrature, alla pienezza della sua luce da un lungo lavoro di restauro. Cent’anni dopo, lo spettatore si trova nuovamente avvolto nella visione orrida e meravigliosa di figurazioni ispirate a Gustave Doré e ad altri illustratori, ma come rivisitate da un Méliès crudele: desolazione delle lande bucate dai sepolcri aperti, bagliori repentini, la petrosità degli orridi, l’acume dei roveti secchi, dannati striscianti o che procedono decapitati mutilati sventrati, le fattezze bizzarre delle creature mitologiche, le mostruose metamorfosi...”), a Woody Allen che in Harry a pezzi (1997) fa interpretare al suo antagonista la parte del diavolo, in un contesto in cui evidenti sono i richiami all’Inferno di Dante (in questo articolo si cerca di sciogliere tutti i riferimenti culturali presenti nel film, vero modello del famoso ‘citazionismo’ di Allen).
Per le immagini, citiamo il volume La Divina Commedia di Dante Alighieri di Doré che raccoglie tutte le 135 illustrazioni, corredate da “brevi note che intendono inquadrare la singola illustrazione nel disegno del poema dantesco, allo scopo di aiutare a leggere e capire l’immagine, ma anche di invitare il lettore a prendere o a riprendere in mano il testo originale”. Il volume è arricchito dalla preziosa prefazione di Théophile Gautier. Più recente (2018) il libro Dante per immagini, di Lucia Battaglia Ricci, che accompagna il lettore dalle miniature dei manoscritti trecenteschi fino all’arte contemporanea.
Vogliamo concludere rinfrescando la memoria con qualche citazione, come: Capo ha cosa fatta (If XXVIII 107), ne la chiesa / coi santi, e in taverna co’ ghiottoni (If XXII 14-15) ormai entrate nell’uso comune; pensa che questo dì mai non raggiorna! (Pg XII 84), Vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede (Pg IV 9), perder tempo a chi più sa più spiace (Pg III 78) sulla fugacità del tempo, tema assai caro al poeta; e due meravigliose similitudini:
E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva. (If I 22-27)
Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l’altre stanno timidette atterrando l’occhio e ’l muso; e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, addossandosi a lei, s’ella s’arresta, semplici e quete, e lo ’mperché non sanno. (Pg III 79-84)











