Delle anomalie/aberrazioni dei social, l’engagement è - tra i tanti presenti, il più infido.
“L’algoritmo di una piattaforma social è una raccolta di regole, di segnali di classificazione e di altri calcoli che decidono la priorità dei contenuti e l’ordine di visualizzazione per ogni utente”, afferma M. Martin, aggiungendo, “alimentati dall’intelligenza artificiale determinano ciò che vediamo ogni volta che apriamo un’app social e utilizzano l’apprendimento automatico per evolvere e personalizzare costantemente l’esperienza dell’utente”. https://blog.hootsuite.com/Algoritmi dei social network: guida 2025 per tutte le principali reti
Ne consegue che, le regole, le classificazioni, le priorità dei contenuti, vengono mediate dall’IA per “evolvere” le nostre esperienze.
Pensa te che cretino che sono, convinto che l'evoluzione culturale abbia origine con il linguaggio e la scrittura.
Basterebbe già questo per chiudere ogni profilo e tornare alla socializzazione vecchio stampo, tra apprendimento ludico e connessioni interpersonali, lettura dei giornali stampati per conoscere l’attualità, o dei testi e delle riviste specializzate per conoscere culture e stili di vita, etc.
Nostalgia canaglia verrebbe da dire, ma, il punto oggi è che, ossessionati dagli schermi e dai social media, il pensiero critico viene sempre meno per paura di non ricevere il necessario engagement.
E, nella palude dei social, di cui alcune vere fogne a cielo aperto, i contenuti polarizzanti sono di fatto basati su odio, misoginia, sessismo, disprezzo dell’altro, xenofobia, rancore, etc.
Gli ultimi raccapriccianti commenti sul duplice omicidio in ambito familiare (famiglia tradizionale…), o, il troll da cinquantamila e più iscritti inneggianti lo stupro delle femministe, sono l’esempio calzante di algoritmo identitario di una struttura che proviene dal basso, ma, che non viene censurata dalle élite che hanno la governance dei social.
L.Bates, autrice di The new age of Sexism - si scaglia proprio contro l’IA facendo notare che, “la tecnologia discrimina le donne, tra immagini sessualizzate, abusi facilitati dalle App e disuguaglianze accentuate dagli algoritmi”, alla quale fa eco C.C. Danesi che dichiara, “credo che esista un rischio reale di aggravare disuguaglianze storiche attraverso l’intelligenza artificiale. L’Ia non nasce nel vuoto: apprende da dati prodotti da società che presentano già bias strutturali. Se questi dati riflettono disuguaglianza, discriminazione o esclusione, i sistemi tendono non solo a riprodurle, ma persino ad amplificarle, con una pericolosa apparenza di neutralità tecnica.” https://l'espresso.it/c/cultura/2026/5/21/intelligenza artificiale, quegli algoritmi misogini e sessisti | L'Espresso
E se i dati sono prodotti da società con bias già strutturati e, i medesimi dati sono il prodotto e il collante identitario di comunità nelle quali il dominio di genere è “bene supremo”, la discriminazione sarà sempre più marcata e amplificata, perché l’IA apprende sulla base delle interazioni e delle relazioni associative. Algoritmi dei social network: guida 2025 per tutte le principali reti
Afferma sempre Danesi, che, “un altro aspetto fondamentale è la violenza digitale, che finisce per trasformarsi in una forma di censura particolarmente dura nei confronti delle donne. Questo fenomeno colpisce soprattutto professioniste e giornaliste, silenziando voci femminili nello spazio pubblico digitale.”
Lo spazio di condivisione di democrazia e cittadinanza sarà sempre più marginale? Dobbiamo quindi rassegnarci al dominio dell’algoritmo/IA?