Lo sguardo oltre la siepe
A volte penso che dovrei rileggermi il manuale della vita, sapete? Credo di aver saltato qualche capitolo quando ero giovane. Cosa succede quando le persone cambiano? Parlo di quel momento di crescita in cui gli ultimi attimi dell’adolescenza sfumano e, passo dopo passo, si entra nell’età adulta.
Sta succedendo ai miei figli. Ma più che un cammino deciso, mi sembra un ballo popolare: un passo avanti, due indietro, poi due avanti e uno indietro. E così via. Eppure, alla fine, la vita li spinge sempre un po’ più avanti.
L’adolescenza non è stata un gioco da ragazzi, con le sue ribellioni, le conquiste e quel mettere gli amici sempre un po’ prima della famiglia. Ma questa fase incerta, questo ondeggiare tra giovinezza e maturità, li rende spesso seri, quasi assorti. Escono di casa, rientrano, sempre più autonomi. Sempre meno accompagnati, quando possono. Sono piccoli traguardi di indipendenza, che desiderano con tutto il cuore, e fanno bene.
Eppure c’è un rituale, antico come la loro infanzia, che resiste. Quando erano piccoli, cercavano sempre il mio sguardo. Che fosse a scuola o in altre attività, prima di separarci fino a sera, c’era quell’ultimo saluto. Dai corridoi delle scuole elementari, i loro visi spuntavano alle finestre: una manina che salutava, un bacio mandato in volo. E io dovevo essere lì, pronto a ricambiare. Guai a non esserci, mi raccontavano le maestre, perché altrimenti arrivavano ansia e paure.
Poi sono arrivati gli anni delle scuole superiori, e l’uscire di casa da soli è diventato la norma. Ma anche allora, c’era sempre un ultimo sguardo. Lo davo io a loro, quando uscivano prima di me. E loro lo incontravano il mio sguardo, dalla strada, oltre la siepe del giardino, verso la finestra del soggiorno dove li aspettavo.
Oggi i miei figli escono spesso, tra università e lavoro. A volte sono immersi nei loro pensieri, con un saluto veloce, quasi distratto. Con gli auricolari sempre nelle orecchie, già persi in una chat con gli amici o nelle note dei loro artisti preferiti, il “ciao” detto sulla porta quasi non lo sentono. Non si girano.
E io li guardo mentre percorrono il vialetto di casa, senza voltarsi, fino al cancello. Gli alberi in giardino sono cresciuti in questi anni, i loro rami hanno quasi chiuso la visuale dalla finestra del soggiorno. Ma c’è ancora un piccolo spiraglio.
Ed è lì che accade il miracolo. Fretta o non fretta, musica nelle orecchie o meno, loro si girano. Per incrociare il mio sguardo, un’ultima volta. Non ci sono più i baci al volo, ma quel momento, quei due secondi, mi riempiono il cuore per tutto il giorno.
È lo sguardo oltre la siepe.















