Ci diciamo che il male è un semplice deragliamento dal bene ed esercitiamo instancabili la compassione. Pezzo dopo pezzo, smontiamo la corazza e posiamo le armi. Crediamo che funzionerà. Ci aspettiamo una ricompensa per la virtù, ma la nostra grandiosa empatia non è sempre caritas. Evitiamo il conflitto e, a ogni guerra scongiurata, il monumento che ci siamo dedicati si fa più alto e alieno alla vita, laggiù. Non temiamo la sconfitta: fuggiamo a tutti i costi la dissoluzione del racconto che tiene in piedi un gigantesco colosso.
E, quando il male ci esplode ai piedi minacciando le fondamenta del simulacro invece di inchinarsi, non ce ne facciamo una ragione, perché la nostra armatura è proprio l’assenza deliberata di armatura che chiede di essere riconosciuta come migliore.
Il male non è un deragliamento dal bene: male e bene sono entrambi espedienti che la natura, amorale, adotta per perpetuarsi. Non siamo buoni, non siamo cattivi. Siamo buoni e cattivi. Siamo alto e basso, idolo e bestia.
Siamo natura, ma possiamo scegliere.
Siamo sopravvissuti, ma ancora in tempo per vivere.















