" Era il 1975 quando Michel Foucault dava alle stampe Sorvegliare e punire* con la sua analisi del sistema per incasellare, controllare, addestrare gli individui, creare la società docile, disciplinata, obbediente. L’attualità di quelle parole, la loro lucidità quasi premonitrice, lascia sconcertati. La mentalità singolarista si presta alla sottomissione dei preziosi corpi delle persone singole, uniche, straordinarie, al potere statale. E questo è ancora piú evidente se si osserva non la vita degli individui ma la loro morte. La morte ha cessato da tempo di essere il passaggio a un’altra fase dell'esistenza e si è ridotta a una semplice uscita dalla vita. Dove l’antico filosofo Seneca poteva chiedersi: Mors, quid est? aut finis aut transitus? (Epistole VII, 65), «che cos’è la morte? fine o passaggio?», noi moderni secolarizzati rispondiamo finis, finis: fine, cessazione, conclusione di quella cosa che chiamiamo vita.
Le preoccupazioni per i pericoli che minacciano la vita rimuovono e fanno perdere di vista la preoccupazione per la morte come conclusione ineludibile dell'esistenza. E dunque, dal momento che di fronte alla morte non si può fare nulla, né alcuna costituzione garantisce l’immortalità, gestiamo il problema della morte scomponendolo in una serie di problemi affrontabili da ognuno singolarmente, a partire dalle applicazioni sul proprio corpo individuale (esercizio fisico, vita sana, cibo biologico, niente fumo, niente alcol, poco sesso) fino alle prescrizioni politiche sul corpo collettivo (interventi di prevenzione sanitaria o regole di gestione). L’importante è fermare la morte e il suo pungiglione (Tod, wo ist dein Stachel? si canta nel meraviglioso Requiem tedesco di Brahms). "
*Michel FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976 (ed. or. Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975)
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Francesca Rigotti, L’era del singolo, Einaudi (collana Vele), 2021¹.











