Ieri era tutto più bello il canto
tra le fronde degli alberi
tra i miei capelli il vento
Ora nevica sulle mie palpebre
il mio corpo
è pesante come roccia
e non c’è motivo di cambiare marciapiede
e non c’è motivo per
andare alle montagne.
Ti aspettavo in fondo alla strada nella pioggia
andavo a capo chino ti vedevo lo stesso
ma non riuscivo a sfiorarti la mano
Ti aspettavo su una panchina le ombre degli alberi
cadevano sulla ghiaia fresca
come anche la tua ombra mentre ti avvicinavi
Ti aspettavo una volta di notte sul monte
crepitavano i rami quando li hai scostati
dal tuo viso e mi hai detto che non potevi restare
Ti aspettavo a riva con l’orecchio incollato
a terra sentivo il tonfo dei tuoi passi
sulla sabbia morbida poi si fece silenzio
Ti aspettavo quando arrivavano i treni lontani
e le persone tornavano tutte a casa
mi hai fatto un cenno da un finestrino il treno non si è fermato
Domani uscirò in strada morti camminano
per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi
dove andare da chi e perché
chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano così si edifica
la morte.
Ágota Kristóf, Tr. Fabio Pusterla e Vera Gheno, dalla raccolta di poesie Chiodi
Perché nel dare un nome o un altro alle cose, nello scegliere un'espressione rispetto a un'altra, nel dire qualcosa su un certo evento o nel tacere, nel fare affermazioni o domande, in tutte queste azioni che hanno a che fare con il nostro linguaggio, noi abbiamo un effetto sulla realtà che ci circonda. E questo potere di costruire e plasmare il mondo con le parole dobbiamo imparare a usarlo con grande cautela, pena il rinchiuderci in una fortezza di convinzioni autoriferite e non molto attendibili, che potremmo arrivare a scambiare per il mondo stesso.
Vera Gheno, Tienilo acceso: Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello.
Credo nella libertà di pensiero, ma anche nella responsabilità individuale conseguente alla sua espressione.
Credo che la realtà di oggi sia inaspettatamente complessa, e che non esistano formule magiche, scorciatoie o soluzioni definitive per viverla senza problemi e malesseri.
Credo nella necessità di gestire l'odio, sentimento che alberga naturalmente, biologicamente nell'essere umano, e che a mio avviso non può venire estirpato, ma compreso e convogliato sì.
Credo che un primo passo essenziale nella questione dell'odio sia smettere di pensare che gli odiatori siano sempre gli altri e iniziare una riflessione su di sé.
Credo che la maggior parte delle parole abbia significati più o meno censurabili a seconda dei contesti, e che non se ne possa vietare l'uso a priori, senza valutare come, dove, quando, perché e nei confronti di chi vengano impiegate.
Credo che la censura non risolva il problema, ma lo sposti e basta.
Credo che occorra lavorare sodo sull'individuo e sulla sua collocazione all'interno della società, perché quello che vedo attorno a me è una certa scarsità di riflessioni sulla natura di "animale sociale" dell'essere umano.
Credo che nessuna idea "migliore delle altre" dia a chicchessia il diritto di odiare chi ha idee "sbagliate", ma che occorra fare uno sforzo collettivo per capire da dove vengano queste ultime per cercare di andare alla radice della questione. Altrimenti ho la sensazione che ci perdiamo una parte della nostra società per strada.
Credo, infine, che per iniziare tutta questa riflessione estremamente complessa sia necessario ripartire dalle parole, che sono il centro e l'essenza della nostra umanità.
Parole, lingua, idee della sinistra, come diventare poveri di parole toglie senso ed amore alla nostra vita
L’Italia che sentiamo – Ascoltare le voci del Paese per cambiarloPrima giornata della tappa del viaggio d'ascolto del Partito Democratico, s
Trascrizione
VG: Sono una linguista, in particolare sono una sociolinguista e quindi soffro d
una maledizione di Tutankamon, che è
benaltrismo. Tutte le volte che io parlo del mio argomento c'è sempre una persona che salta su e dice: "I problemi sono ben altri, non certo Ie parole"
Allora, di solito in questi casi io chiedc
sorridendo, facendo gli occhioni dolci,
ma qual è il ben altro problema di cui
tu ti occupi, al quale dedichi la tua
attività?
Può essere qualsiasi cosa... dalla
panna nella carbonara, alla situazione
geopolitica internazionale.
Allora la domanda successiva che
faccio è: "E come te ne occupi?" Faccio
manifestazioni, scendo in piazza
scrivo articoli, urlo slogan, ne parlo cor
gli amici, vado alla casa del popolo...e
in quell'occasione come fai ad agire
per la tua causa'? E diventa abbastanza
evidente che la questione della lingua,
cioè della parola, è una questione trasversale a tutte le altre. Quale che sia il vostro tema principale, quello a
cui volete dedicare forse la vostra vite
non lo potete fare senza parole.
Immaginatevi il corteo bellissimo di
oggi, in cui sono incappata e ho quasi
fatto tardi qui perché volevo farne un pezzettino, senza slogan, senze
scritte.
Ce n'è uno in particolare, un cartellc
the sta girando moltissimo sui social "ICE ONLY IN THE SPRITZ", che è
davvero molto molto italiano e ho
pensato; immaginatevi questa
Manifestazione senza neanche un
cartello.
Allora noi abbiamo bisogno delle
parole, abbiamo bisogno della lingua e
la persona di sinistra da sempre
Continuo a pensare che la sinistra, di cui io mi sento, di cui mi sento parte abbia delle ottime idee: equità sociale,
convivenza delle differenze, aiutare le
Persone più deboli della società.
É che, richiamando qualcosa che è già
stato detto oggi, io penso che abbiamo un problema di marketing, abbiamo il pproblema di come vendere questä
idea, perché la convivenza delle differenze implica uno sforzo, lo sforzo
di stare insieme, lo sforzo di partecipare alla società, di compartecipare alla società in questo momento sembra che stia vincendo invece una politica che titilla i peggiori pregiudizi delle persone. Per dirla come Telmo Pievani che "sollecita l'amigdala e quindi evita la funzione corticale del nostro cervello", no? E fa agire solo l'amigdala che è istintiva quindi certo che se io vado a sfruzzicare solo l'amigdala ottengo un
elettorato che ha paura e vota chi pensa lo possa proteggere da queste paure. Peccato che chi abbracci questo tipo di politica non si renda conto che se si avallano società in cui è ammissibile la discriminazione sistematica di una quota, di una qualsiasi quota - le persone razzializzate, le persone transgender, le donne, le persone con disabilità, le persone povere - si avvalla una società in cui nessuno è davvero al sicuro perché domani la quota messa al
margine potrebbe essere quella di chi
ha votato questa politica.
Ma non possiamo fare discorsi meravigliosi, che ho già sentito oggi e
che faccio anch'io, che cerco di fare,
se c'è un problema nella ricezione, se c'è un problema nella comprensione dei discorsi che vengono fatti.
Nell'ambito della comunicazione Hoffman dice da sempre, ha detto
scritto tante volte, che l'atto
comunicativo è un atto cooperativo "funziona se io mittente ce la metto
tutta, ma se dall'altra parte il destinatario o la destinataria è disposta ad ascoltarmi. E se non ha modo di ascoltarmi?
Se non ce la fa, se non ha le armi, gl i strumenti per ascoltarmi che cosa
succede?
C'è una filosofa che sto studiando ultimamente perché mi serve per il mio
nuovo libro, che si chiama Miranda
Fricker che cerca di far capire quante
sia sistemica l'impossibilità di arrivare
ad avere la parola nel discorso pubblico e quindi essere presente nel discorso pubblico, perché tutta una
serie di quote della società tendono,
non solo ad essere marginalizzate socialmente e culturalmente ma anche linguisticamente. E questa cosa si chiama, secondo lei, ingiustizia epistemica. C'è anche un altro tipo di ingiustizia, che descrive molto bene Fricker, ovvero quando una persona,
un gruppo di persone, non si danno le
parole per comprendere la propria
esperienza esistenziale
Per esempio: sono una donna e mi
stuprano, ma quando vado a
denunciare, siccome nel mio bagaglio
lessicale non c'è la parola stupro, non
riesco a spiegarmi e al massimo riesco
a dire: mio marito, o la persona che mi
ha stuprata, è stata rude con me
perché manca proprio la parola stupro
Ecco questa cosa Miranda Fricker ia
chiama ingiustizia ermeneutica
È il modo più radicale per sottomettere un gruppo sociale o la società intera.
Non dare loro le parole per protestare
perché manco capiscono quello che
sta succedendo loro
una forma di ingiustizia più radicale di tutte le altre, perché io posso negare
lo spazio pubblico, Io spazio mediatico
a una minoranza, ma questo è ancora
peggio: perché io, alla base, faccio sì
che le persone non possano
protestare.Io lo sto vedendo accadere
adesso.
(...)
Ascoltatela
nondo assolutamente contraria a cit
;he il mondo oggi è, mostrando ut
vero rifiuto della complessità.
Mostrano con molta gravità che dietr
c'è,secondo me, un piano abbastanza
diabolico di mettere le generazion
uture in una condizione di ingiustizi;
rmeneutica, cioè che non possand
neanche protestare per quello che
succede loro.
(...)
Allora io voglio tornare a qualcosa che
diceva uno dei miei maestri principali
Tullio De Mauro, quando parla di
educazione linguistica democratica.
L'educazione linguistica democratica è
la base per una cittadinanza attiva. Se
le persone non hanno le parole non
possono essere cittadini e cittadine di
una democrazia, questo discorso sta sulle scatole in maniera bipartisan.(...)
Mi sono imbattuta del tutto casualmente in questo breve testo (solo 9 pagine) di Vera Gheno.
Credo faccia molto riflettere e, credo, meriti di essere letto da quante più persone possibili. Il problema del linguaggio, del modo in cui decidiamo di usare le parole ha delle conseguenze. Ci manca questo tipo di “responsabilità”. Prima o poi dovremo farci carico anche di questo.
Ieri era la festa del papà, in onore di San Giuseppe, uno dei padri che sono stati oggetto di discussione per secoli e secoli e non era nemmeno la figura genitoriale più discussa della sua famiglia. Di solito mi attira di più lo sguardo il tema della maternità, vuoi perché è più spesso oggetto di polemica, vuoi perché mi coinvolge in prima persona sia come figlia che, avendo un utero, come potenziale madre. Io spero di vedere, nell'arco della mia vita, un allargarsi del dibattito al tema della genitorialità, dell'essere genitore a prescindere dal proprio genere di appartenenza, ma mi rendo conto che la componente biologica di chi ha a che fare con una gravidanza nel proprio corpo è qualcosa che non può essere minimizzata.
Però essere genitore è un ruolo che va molto oltre quei nove mesi, molto oltre l'allattamento, molto oltre la componente biologica, e mi piacerebbe che tutto questo "oltre" fosse portato molto più in primo piano, quando si cerca di capire cosa voglia dire essere genitore e prendersi cura di una persona che sta crescendo e che ti prende come riferimento principale per la propria esistenza, almeno per qualche anno.
E magari prima o poi si discuterà più apertamente anche di cosa vuol dire essere figli e figlie.
Ieri per caso sono arrivata alla puntata di Amare Parole proprio sulla maternità e sui vari modi in cui si può diventare ed essere madre. Ecco, allargando la prospettiva, quanto viene detto e raccontato da Vera Gheno in questa puntata per me vale anche per l'essere padre. E allargando ancora di più, per quanto mi riguarda, nella mia speranza di vedere azzerate le differenze che vanno oltre quelle inevitabili della gestazione, vale per l'essere genitore.
Ciao,
questa volta voglio parlare di un podcast che sto ascoltando da questo settembre: Amare parole di Vera Gheno.
Vera Gheno è una linguista e saggista italiana che ho conosciuto perché ho cominciato ad ascoltare il suo podcast che esce ogni domenica per i tipi del Post.
Ho deciso di continuare ad ascoltarlo, e recuperare le puntate uscite prima di settembre, per due motivi:
Sono in una…