Bologna come Minneapolis: Abderrahim Fakir muore durante un fermo di polizia
Un uomo di 43 anni perde la vita dopo essere stato immobilizzato dagli agenti nel quartiere Pilastro. Un video di oltre cinque minuti lo mostra mentre grida «Aiuto, basta». La magistratura dovrà accertare le responsabilità, ma questa morte riapre una domanda che l’Italia continua a rimuovere: quale modello di sicurezza stiamo costruendo?
Abderrahim Fakir aveva 43 anni. È morto nel pomeriggio di domenica 19 luglio nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della Polizia di Stato. Un video, diffuso dai familiari e già acquisito dagli investigatori, documenta gli ultimi minuti della sua vita: l’uomo è immobilizzato a terra da due agenti, a faccia in giù, mentre urla ripetutamente «Aiuto», «Basta». Dopo alcuni minuti smette di reagire. La Procura ha aperto un’inchiesta per ricostruire con precisione quanto accaduto e accertare le cause del decesso.
Le immagini hanno immediatamente richiamato alla memoria un’altra sequenza che, sei anni fa, sconvolse il mondo. Il 25 maggio 2020 George Floyd moriva a Minneapolis durante un arresto, immobilizzato da un agente di polizia mentre ripeteva per diversi minuti di non riuscire a respirare. Naturalmente ogni vicenda ha una propria storia e saranno le indagini a stabilire eventuali responsabilità penali nel caso di Bologna. Ma esiste un elemento che accomuna questi episodi ben oltre le differenze processuali: un uomo perde la vita mentre è completamente sotto il controllo dello Stato.
È questo il punto da cui partire.
In uno Stato di diritto nessuno può anticipare il giudizio della magistratura. Sarebbe un errore tanto quanto assolvere preventivamente chi è coinvolto nell’intervento. Ma sarebbe altrettanto grave limitarsi ad attendere gli esiti dell’autopsia senza interrogarsi sul significato politico e sociale di una morte avvenuta durante un controllo di polizia.
La famiglia di Abderrahim Fakir parla apertamente di un uomo «ammazzato» e ha convocato un presidio per chiedere verità e giustizia. È una richiesta che merita rispetto, così come merita rispetto il lavoro della magistratura chiamata ad accertare i fatti. Ma c’è un elemento che nessuna indagine potrà modificare: Abderrahim Fakir è morto mentre era nelle mani dello Stato.
Negli ultimi anni casi analoghi hanno attraversato anche l’Italia. Da Stefano Cucchi a Riccardo Magherini, fino alle vicende più recenti di Moussa Diarra, Elton Bani e di altre persone morte o gravemente ferite durante interventi delle forze dell’ordine. Ogni volta il copione sembra ripetersi: una morte durante un controllo, versioni contrastanti, immagini che emergono successivamente, lunghe indagini e processi che, spesso, impiegano anni per fare luce sui fatti.
Ridurre tutto questo alla teoria delle “mele marce” significa rifiutarsi di vedere il quadro più ampio.
Negli ultimi decenni la politica italiana ha progressivamente trasformato la sicurezza nel principale strumento di costruzione del consenso. Si sono moltiplicati i decreti sicurezza, sono stati introdotti nuovi reati, ampliati i poteri di polizia, rafforzati gli strumenti coercitivi e alimentata una narrazione che identifica nella repressione la risposta privilegiata a qualsiasi forma di marginalità sociale.
La conseguenza è evidente. Sempre più spesso il disagio sociale, le dipendenze, la sofferenza psichica, la povertà e l’emarginazione vengono affrontati come questioni di ordine pubblico anziché come problemi sociali o sanitari. Si chiede alle forze di polizia di intervenire là dove per anni sono stati progressivamente indeboliti i servizi territoriali, la salute mentale, gli interventi di prossimità e le politiche di inclusione.
È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale.
Non è un caso che la vittima di Bologna fosse un cittadino marocchino. Da anni gli organismi internazionali per i diritti umani denunciano il fenomeno del racial profiling, cioè i controlli di polizia fondati, anche implicitamente, sull’origine etnica o sul colore della pelle. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa ha più volte raccomandato all’Italia di introdurre strumenti efficaci per prevenire e contrastare queste pratiche discriminatorie e di rafforzare i meccanismi indipendenti di controllo sull’operato delle forze dell’ordine.
Lo stesso vale per il modello di sicurezza che si sta affermando in molte democrazie occidentali. Negli Stati Uniti l’ICE è diventata il simbolo di una gestione militarizzata delle migrazioni e della marginalità sociale, fondata su retate, controlli aggressivi e criminalizzazione delle persone migranti. Anche in Europa, pur con strumenti diversi, cresce una cultura politica che considera il migrante, il povero e il soggetto marginale come un problema di ordine pubblico prima ancora che come una persona titolare di diritti.
È dentro questo clima che la morte di Abderrahim Fakir assume un significato che va oltre il singolo episodio. Non perché sia già possibile attribuire responsabilità penali, ma perché impone una riflessione sul modello di sicurezza costruito negli ultimi anni.
Una società che risponde al disagio quasi esclusivamente attraverso la forza pubblica è una società che ha progressivamente sostituito la cura con il controllo.
Per questo è indispensabile che l’inchiesta della Procura proceda con il massimo rigore, che vengano analizzati il video, le eventuali bodycam, le testimonianze e ogni elemento utile a ricostruire quanto accaduto. La ricerca della verità è un dovere verso Abderrahim Fakir, verso la sua famiglia e verso l’intera collettività.
Ma accanto alla verità giudiziaria serve anche una riflessione politica che l’Italia continua a rinviare.
Ogni volta che una persona muore durante un controllo di polizia non siamo soltanto di fronte a un fatto di cronaca. Siamo di fronte a una domanda sulla qualità della nostra democrazia, sull’uso della forza da parte dello Stato e sull’idea di sicurezza che stiamo costruendo. Perché una sicurezza fondata sulla repressione rischia di trasformare le persone più fragili e marginali nei bersagli privilegiati del controllo, mentre arretrano il welfare, i servizi sociali e gli strumenti capaci di prevenire davvero l’esclusione e la marginalità.





















