Credo nella libertà di pensiero, ma anche nella responsabilità individuale conseguente alla sua espressione.
Credo che la realtà di oggi sia inaspettatamente complessa, e che non esistano formule magiche, scorciatoie o soluzioni definitive per viverla senza problemi e malesseri.
Credo nella necessità di gestire l'odio, sentimento che alberga naturalmente, biologicamente nell'essere umano, e che a mio avviso non può venire estirpato, ma compreso e convogliato sì.
Credo che un primo passo essenziale nella questione dell'odio sia smettere di pensare che gli odiatori siano sempre gli altri e iniziare una riflessione su di sé.
Credo che la maggior parte delle parole abbia significati più o meno censurabili a seconda dei contesti, e che non se ne possa vietare l'uso a priori, senza valutare come, dove, quando, perché e nei confronti di chi vengano impiegate.
Credo che la censura non risolva il problema, ma lo sposti e basta.
Credo che occorra lavorare sodo sull'individuo e sulla sua collocazione all'interno della società, perché quello che vedo attorno a me è una certa scarsità di riflessioni sulla natura di "animale sociale" dell'essere umano.
Credo che nessuna idea "migliore delle altre" dia a chicchessia il diritto di odiare chi ha idee "sbagliate", ma che occorra fare uno sforzo collettivo per capire da dove vengano queste ultime per cercare di andare alla radice della questione. Altrimenti ho la sensazione che ci perdiamo una parte della nostra società per strada.
Credo, infine, che per iniziare tutta questa riflessione estremamente complessa sia necessario ripartire dalle parole, che sono il centro e l'essenza della nostra umanità.
LO STATO LINGUISTICO DEL NAPOLETANO E DELL'ITALIANO MERIDIONALE: UN'ANALISI ACCADEMICA TRA DIALETTO, LINGUA E FALSI MITI
"UN ATTO D'AMORE. . . "
#CollettivoDiScritturaAlunniDelTempo
Initium Fabulae
L’Atlante delle Lingue in Pericolo dell’UNESCO identificò l’italiano meridionale (South Italian) come una “lingua vulnerabile”, proponendo denominazioni alternative come “lingua napoletana”, “italiano meridionale”, “napoletanocalabrese” e “volgar pugliese” per le varietà linguistiche parlate in Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise, Calabria settentrionale, Puglia centrosettentrionale, Lazio meridionale, Marche orientali e Umbria orientale, con una stima di circa sette milioni e mezzo di parlanti (Moseley 2010). Questa classificazione estensiva, che considera l’italiano meridionale un’entità linguistica sovraregionale, non riflette la complessità delle realtà dialettali locali e ha generato un malinteso ormai radicato nel discorso pubblico digitale, secondo cui l’UNESCO avrebbe riconosciuto il napoletano come lingua autonoma.
Perché, allora, tutti noi che scriviamo di Napoli, con il nostro profondo legame alla tradizione campana, sentiamo il dovere di smentire tale affermazione? La risposta risiede nell’imperativo scientifico di preservare la verità linguistica, senza mai sminuire il valore del napoletano, che è il cuore pulsante della nostra identità, la voce di poeti come Salvatore Di Giacomo, di artisti come Totò e Pino Daniele, e delle strade vive di Napoli. Smentire il mito UNESCO non è un atto di negazione, ma un impegno a proteggere l’autenticità del napoletano da narrazioni imprecise, riaffermandone il prestigio culturale con rigore.
Questo amore, a ben vedere, è una forma di rigore etico, un'avversione per le mistificazioni e per l'inutile e ridondante napoletanismo. Quest'ultimo, infatti, si nutre di un'idealizzazione folkloristica che, pur apparentemente innocente, svuota il napoletano del suo vero valore storico e scientifico. Il nostro impegno, al contrario, non è quello di esaltare un'etichetta esteriore, ma di difendere la vera napoletanità scientificolinguistica di un sistema che ha le sue regole, la sua grammatica, la sua storia millenaria. È l'amore per la verità del napoletano, non per un suo fantasma.
Il napoletano, sistema linguistico completo derivato dal latino volgare (De Blasi/Montuori 2020), è un dialetto per la sua limitata estensione territoriale e l’assenza di standardizzazione ufficiale, non una lingua riconosciuta dall’UNESCO né inclusa nel suo Patrimonio Immateriale (Delfino 2016). La sua ricchezza si manifesta in tratti distintivi come: indebolimento delle vocali atone e finali (es. mammà ‘mamma’); rafforzamento consonantico (es. ommo ‘uomo’); passaggio da s a z dopo nasale o vibrante (es. penza per ‘pensa’); assimilazione progressiva (es. quannə per ‘quando’); metafonesi (es. russə per ‘rosso’); betacismo (es. ’o vaso ‘il bacio’); conservazione della e protonica (es. de Roma per ‘di Roma’); uso del genere neutro nei pronomi dimostrativi (es. chesto ‘questo’ neutro) e nei sostantivi collettivi (es. ’o ssale ‘il sale’); troncamento vocativo (es. Gennà per ‘Gennaro’); suffissi come illo/ella e ariello/arella; anteposizione di stesso e posposizione di assai; costruzione transitiva di verbi intransitivi (es. a me mi piace); perdita del congiuntivo presente (es. primma che se ne va); perifrasi per il futuro (es. aggia parlà per ‘parlerò’); preferenza per il passato remoto; ipercorrettismi (es. ’nnamurat’ per ‘innamorato’); cambio di genere (es. russə per ‘rosso’ maschile); sostituzione del pronome gli con ci; e posposizione dei pronomi possessivi (es. fratemo ‘mio fratello’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009; Librandi 2018). Questi tratti, radicati nella tradizione latina, testimoniano la vitalità del napoletano come patrimonio culturale. Correggere il mito UNESCO è un atto di amore per Napoli, per riaffermare il napoletano come simbolo di identità, senza bisogno di etichette fuorvianti.
Contrariamente a quanto spesso riportato, il napoletano non è riconosciuto come lingua ufficiale né è incluso nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, né tra i Patrimoni Orali e Immateriali (Delfino 2016). La confusione deriva dall’errata equiparazione tra il termine “italiano meridionale” – un’etichetta ombrello utilizzata nell’Atlante UNESCO – e varietà specifiche come il napoletano. Questa categorizzazione, che tratta l’italiano meridionale come una “lingua tetto” (Abstandsprache), non tiene conto della diversità linguistica e della mancanza di mutua intelligibilità tra le varietà dialettali meridionali. Il napoletano, in particolare, è una varietà dialettale radicata principalmente nella regione Campania, con una forte identità locale, ma limitata comprensibilità al di fuori di quest’area, il che ne preclude la classificazione come lingua secondo i criteri UNESCO e linguistici tradizionali.
Per comprendere lo status del napoletano, è fondamentale chiarire la distinzione tra “dialetto” e “lingua”. Etimologicamente, il termine “dialetto” deriva dal greco antico diálektos (‘modo di parlare’), da dialégomai (‘parlare l’uno con l’altro’), indicando un sistema linguistico condiviso da una comunità con una tradizione storica comune (Coseriu 1988). A voler scavare più a fondo, la tradizione filologica classica ci insegna che il termine greco diálektos non aveva una connotazione di subordinazione, ma indicava un "modo di parlare" proprio di una comunità o legato a specifici generi letterari. Se pensiamo alle varietà linguistiche dell’antica Grecia—attico, ionico, dorico—vediamo come ognuna fosse associata a precise forme di espressione artistica e letteraria, come l’epica o la tragedia. Questa stratificazione non era una gerarchia di prestigio, ma un’intima interazione tra lingua e produzione culturale, un paradigma che, seppur con le dovute cautele, può illuminare lo studio del nostro napoletano. In termini funzionali, un dialetto è un sistema completo di isoglosse fonetiche, grammaticali e lessicali, che consente la comunicazione all’interno di un gruppo specifico, ma si distingue dalla lingua per la sua limitata estensione geografica, la mancanza di standardizzazione ufficiale e il ruolo subordinato rispetto a una lingua sovraregionale (Coseriu 1988; De Blasi/Montuori 2020). Secondo Grassi, Sobrero e Telmon (2003), i dialetti italiani si caratterizzano per: circolazione prevalentemente orale con esclusione di forestierismi in contesti scritti; livello culturale non standardizzato, privo di una norma linguistica ufficiale; contenuti comunicativi semplici, concentrati su funzioni quotidiane; limitata diffusione sovraregionale, con comprensibilità ristretta a comunità locali.
A differenza della visione angloamericana, dove il termine dialect implica una variante “degradata” di una lingua standard, spesso associata a una percezione negativa (De Blasi/Montuori 2020), nella linguistica italiana il dialetto è un sistema autonomo, derivato direttamente dal latino volgare, con una storia parallela a quella dell’italiano standard. Ogni dialetto è, in essenza, una lingua locale, ma non ogni lingua è un dialetto: il dialetto è una varietà subordinata a un idioma storico più ampio, come l’italiano, che funge da lingua di riferimento per funzioni istituzionali e comunicative sovraregionali (Coseriu 1988).
Il napoletano si distingue come un dialetto storico e vivente, radicato nella Campania e particolarmente associato alla città di Napoli. La sua classificazione come dialetto non deriva da un presunto “ruolo sociale subalterno” (Delfino 2016), ma da criteri linguistici e sociolinguistici, come la sua delimitazione territoriale e la limitata intelligibilità fuori dalla regione. Tra le sue caratteristiche distintive, si annoverano: indebolimento delle vocali atone e finali (es. mammà ‘mamma’), rafforzamento consonantico (es. ommo ‘uomo’), passaggio da s a z dopo nasale o vibrante, e fenomeni di assimilazione (es. quannə per ‘quando’) (De Blasi/Imperatore 2000; De Blasi 2003); presenza del genere neutro nei pronomi dimostrativi (es. chesto ‘questo’ neutro) e nei sostantivi collettivi (es. ’o ssale ‘il sale’), troncamento vocativo (es. Gennà per ‘Gennaro’), e uso di suffissi come illo/ella (De Blasi/Imperatore 2000); anteposizione di stesso, posposizione di assai, e costruzione transitiva di verbi intransitivi (es. a me mi piace per ‘mi piace’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009); preferenza per il passato remoto rispetto al passato prossimo, perdita del congiuntivo presente (es. primma che se ne va per ‘prima che se ne vada’), e perifrasi per il futuro (es. aggia parlà per ‘parlerò’) (De Blasi/Imperatore 2000). Questi tratti, insieme alla conservazione di arcaismi latini (es. de Roma per ‘di Roma’), evidenziano la ricchezza e l’autonomia del napoletano come sistema linguistico, pur nella sua natura dialettale. La sua dignità non si misura, peraltro, solo in termini di isoglosse, ma nella sua capacità di elaborazione, che lo qualifica come un Ausbausprache, una "lingua per elaborazione" secondo la nota teoria di Heinz Kloss. A differenza di un dialetto privo di una tradizione scritta, il napoletano si è codificato attraverso una ricca e ininterrotta produzione letteraria, a partire dai primi testi volgari fino alla maestria seicentesca di Giovan Battista Basile con Lo cunto de li cunti, la prima raccolta di fiabe d’Europa, un’opera che attesta una dignità letteraria ben prima dell’italiano standard. Questo profondo radicamento letterario eleva il napoletano al di là di una semplice variante locale, conferendogli un prestigio culturale autonomo, pur nel suo ruolo dialettale.
Il termine “dialetto” emerge in Italia nel XVI secolo durante la “questione della lingua”, quando si dibatté sulla norma linguistica nazionale. La proposta di Pietro Bembo di adottare il fiorentino trecentesco come modello letterario segnò l’inizio della distinzione tra lingua standard e varietà locali. Nel tardo Cinquecento, autori come Liburnio, Salviati e Varchi iniziarono a usare “dialetto” per indicare varietà linguistiche regionali, richiamando i dialetti dell’antica Grecia (attico, ionico, ecc.). Solo nel XVIII secolo, con Anton Maria Salvini, il termine acquisisce il significato moderno di varietà linguistica subordinata alla lingua standard (Marcato 2002). È cruciale notare come la Scuola Napoletana, pur non proponendo il napoletano come lingua nazionale, abbia contribuito in maniera determinante al dibattito. Figure come Giacomo Sannazaro, che nel suo capolavoro Arcadia mescola sapientemente fiorentino e napoletano, o Benedetto Di Falco, che nel Cinquecento difese strenuamente la dignità letteraria del napoletano, dimostrano una consapevolezza critica e una fierezza linguistica che hanno radici antiche. Il napoletano, dunque, non è mai stato un semplice sermo humilis, ma un veicolo di alta espressione poetica e intellettuale.
Contrariamente alle previsioni di declino dei dialetti in un’epoca di globalizzazione, il napoletano mantiene una sorprendente vitalità. De Blasi (2012) evidenzia che la maggior parte dei parlanti napoletani utilizza il dialetto nelle comunicazioni quotidiane, contro una minoranza che usa esclusivamente l’italiano. Questa persistenza non va intesa come una “risorgenza” dialettale, ma come una continuità storica, particolarmente evidente nell’uso artisticoletterario e nella cultura popolare napoletana. Tuttavia, il napoletano occupa uno spazio limitato in contesti formali, comunicativi e lavorativi, e la sua conoscenza esclusiva non consente di affrontare situazioni comunicative in tutta Italia, rafforzando la sua natura dialettale rispetto all’italiano standard. Questa persistenza è la chiave per comprendere il ruolo attuale del napoletano: esso non è in competizione con l’italiano, ma vive in un rapporto di diglossia, cioè la coesistenza di due codici linguistici con funzioni sociali distinte. L’italiano detiene i contesti formali e istituzionali, mentre il napoletano si mantiene vitale in quelli informali, familiari e, in modo significativo, artistici e identitari. L’uso contemporaneo del napoletano nella musica rap, nel cinema, nel teatro e nella letteratura non è una semplice moda, ma un potente atto di riappropriazione e di affermazione identitaria, che dimostra come questo sistema linguistico continui a essere il cuore pulsante di una cultura millenaria.
I pregiudizi sociolinguistici, spesso derivanti dalla visione angloamericana di “dialetto” come una variante “minore” o “corrotta”, non trovano riscontro nella realtà del napoletano, che è un sistema linguistico completo e radicato in una tradizione culturale ricca e antica. La sua vitalità è testimoniata dalla sua presenza in ambiti come la musica, il teatro e la poesia, che ne fanno un elemento centrale dell’identità campana.
Il napoletano, pur essendo un sistema linguistico autonomo e completo, è correttamente classificato come dialetto per la sua delimitazione geografica, la limitata intelligibilità sovraregionale e la mancanza di standardizzazione ufficiale. La confusione sul suo status di “lingua” deriva da interpretazioni errate delle classificazioni UNESCO e da una diffusione mediatica di informazioni imprecise. Lungi dall’essere una varietà “subalterna” o “degradata”, il napoletano rappresenta un patrimonio linguistico e culturale vivo, che continua a prosperare nella Campania contemporanea. La sua ricchezza risiede nella capacità di esprimere l’identità locale, mantenendo una continuità storica che sfida i pregiudizi sociolinguistici e le pressioni dell’omologazione globale.
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Bibliografia
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EL ESTATUS LINGÜÍSTICO DEL NAPOLITANO Y DEL ITALIANO MERIDIONAL: UN ANÁLISIS ACADÉMICO ENTRE DIALECTO, LENGUA Y FALSOS MITOS
"UN ACTO DE AMOR. . . "
- - - - - - - - - de #NunzianteRusciano
Initium Fabulae
El Atlas de las Lenguas en Peligro de la UNESCO identificó el italiano meridional (South Italian) como una “lengua vulnerable”, proponiendo denominaciones alternativas como “lengua napolitana”, “italiano meridional”, “napolitanocalabrés” y “vulgar apuliano” para las variedades lingüísticas habladas en Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise, Calabria septentrional, el centronorte de Apulia, el sur del Lacio, el este de Las Marcas y el este de Umbría, con una estimación de unos siete millones y medio de hablantes (Moseley 2010). Esta clasificación extensiva, que considera el italiano meridional una entidad lingüística suprarregional, no refleja la complejidad de las realidades dialectales locales y ha generado un malentendido ya arraigado en el discurso público digital, según el cual la UNESCO habría reconocido el napolitano como lengua autónoma. ¿Por qué, entonces, todos los que escribimos sobre Nápoles, con nuestro profundo vínculo con la tradición campana, sentimos el deber de desmentir tal afirmación?
La respuesta reside en el imperativo científico de preservar la verdad lingüística, sin devaluar nunca el valor del napolitano, que es el corazón palpitante de nuestra identidad, la voz de poetas como Salvatore Di Giacomo, de artistas como Totò y Pino Daniele, y de las vivas calles de Nápoles. Desmentir el mito de la UNESCO no es un acto de negación, sino un compromiso para proteger la autenticidad del napolitano de narraciones imprecisas, reafirmando su prestigio cultural con rigor.
Este amor, bien mirado, es una forma de rigor ético, una aversión por las mistificaciones y por el inútil y redundante napolitanismo. Este último, de hecho, se nutre de una idealización folclorista que, si bien aparentemente inocente, vacía al napolitano de su verdadero valor histórico y científico. Nuestro compromiso, por el contrario, no es el de exaltar una etiqueta exterior, sino el de defender la verdadera napolitanidad científicolingüística de un sistema que tiene sus reglas, su gramática y su historia milenaria. Es el amor por la verdad del napolitano, no por un fantasma del mismo.
El napolitano, un sistema lingüístico completo derivado del latín vulgar (De Blasi/Montuori 2020), es un dialecto por su limitada extensión territorial y la ausencia de una estandarización oficial, no una lengua reconocida por la UNESCO ni incluida en su Patrimonio Inmaterial (Delfino 2016). Su riqueza se manifiesta en rasgos distintivos como: el debilitamiento de las vocales átonas y finales (ej. mammà ‘mamá’); la geminación consonántica (ej. ommo ‘hombre’); el paso de s a z después de nasal o vibrante (ej. penza por ‘piensa’); la asimilación progresiva (ej. quannə por ‘cuando’); la metafonesis (ej. russə por ‘rojo’); el betacismo (ej. ’o vaso ‘el beso’); la conservación de la e protónica (ej. de Roma por ‘de Roma’); el uso del género neutro en los pronombres demostrativos (ej. chesto ‘esto’ neutro) y en los sustantivos colectivos (ej. ’o ssale ‘la sal’); el truncamiento vocativo (ej. Gennà por ‘Gennaro’); sufijos como illo/ella y ariello/arella; la anteposición de stesso y la posposición de assai; la construcción transitiva de verbos intransitivos (ej. a me mi piace); la pérdida del subjuntivo presente (ej. primma che se ne va); perífrasis para el futuro (ej. aggia parlà por ‘hablaré’); la preferencia por el pretérito perfecto simple; los hipercorrectismos (ej. ’nnamurat’ por ‘enamorado’); el cambio de género (ej. russə por ‘rojo’ masculino); la sustitución del pronombre gli por ci; y la posposición de los pronombres posesivos (ej. fratemo ‘mi hermano’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009; Librandi 2018). Estos rasgos, arraigados en la tradición latina, atestiguan la vitalidad del napolitano como patrimonio cultural. Corregir el mito de la UNESCO es un acto de amor por Nápoles, para reafirmar al napolitano como símbolo de identidad, sin necesidad de etiquetas engañosas.
Contrariamente a lo que a menudo se reporta, el napolitano no es reconocido como lengua oficial ni está incluido en el Patrimonio Cultural Inmaterial de la Humanidad de la UNESCO, ni entre los Patrimonios Orales e Inmateriales (Delfino 2016). La confusión deriva de la errónea equiparación entre el término “italiano meridional” –una etiqueta paraguas utilizada en el Atlas de la UNESCO– y variedades específicas como el napolitano. Esta categorización, que trata el italiano meridional como una “lengua techo” (Abstandsprache), no tiene en cuenta la diversidad lingüística y la falta de mutua inteligibilidad entre las variedades dialectales meridionales. El napolitano, en particular, es una variedad dialectal arraigada principalmente en la región de Campania, con una fuerte identidad local, pero limitada comprensibilidad fuera de esta área, lo que impide su clasificación como lengua según los criterios de la UNESCO y los lingüísticos tradicionales.
Filología y teoría lingüística
Para comprender el estatus del napolitano, es fundamental aclarar la distinción entre “dialecto” y “lengua”. Etimológicamente, el término “dialecto” deriva del griego antiguo diálektos (‘modo de hablar’), de dialégomai (‘hablar uno con el otro’), indicando un sistema lingüístico compartido por una comunidad con una tradición histórica común (Coseriu 1988). Profundizando, la tradición filológica clásica nos enseña que el término griego diálektos no tenía una connotación de subordinación, sino que indicaba un "modo de hablar" propio de una comunidad o ligado a géneros literarios específicos. Si pensamos en las variedades lingüísticas de la antigua Grecia —ático, jónico, dórico— vemos cómo cada una estaba asociada a formas precisas de expresión artística y literaria, como la épica o la tragedia. Esta estratificación no era una jerarquía de prestigio, sino una íntima interacción entre lengua y producción cultural, un paradigma que, aunque con las debidas precauciones, puede iluminar el estudio de nuestro napolitano. En términos funcionales, un dialecto es un sistema completo de isoglosas fonéticas, gramaticales y léxicas, que permite la comunicación dentro de un grupo específico, pero se distingue de la lengua por su limitada extensión geográfica, la falta de estandarización oficial y el rol subordinado respecto a una lengua suprarregional (Coseriu 1988; De Blasi/Montuori 2020). Según Grassi, Sobrero y Telmon (2003), los dialectos italianos se caracterizan por: una circulación predominantemente oral con exclusión de extranjerismos en contextos escritos; un nivel cultural no estandarizado, carente de una norma lingüística oficial; contenidos comunicativos sencillos, concentrados en funciones cotidianas; una limitada difusión suprarregional, con comprensibilidad restringida a comunidades locales.
A diferencia de la visión angloamericana, donde el término dialect implica una variante “degradada” de una lengua estándar, a menudo asociada a una percepción negativa (De Blasi/Montuori 2020), en la lingüística italiana el dialecto es un sistema autónomo, derivado directamente del latín vulgar, con una historia paralela a la del italiano estándar. Cada dialecto es, en esencia, una lengua local, pero no toda lengua es un dialecto: el dialecto es una variedad subordinada a un idioma histórico más amplio, como el italiano, que funciona como lengua de referencia para funciones institucionales y comunicativas suprarregionales (Coseriu 1988).
El napolitano se distingue como un dialecto histórico y viviente, arraigado en Campania y particularmente asociado a la ciudad de Nápoles. Su clasificación como dialecto no deriva de un supuesto “rol social subalterno” (Delfino 2016), sino de criterios lingüísticos y sociolingüísticos, como su delimitación territorial y la limitada inteligibilidad fuera de la región. Entre sus características distintivas, se encuentran: el debilitamiento de las vocales átonas y finales (ej. mammà ‘mamá’), la geminación consonántica (ej. ommo ‘hombre’), el paso de s a z después de nasal o vibrante, y fenómenos de asimilación progresiva (ej. quannə por ‘cuando’) (De Blasi/Imperatore 2000; De Blasi 2003); la presencia del género neutro en los pronombres demostrativos (ej. chesto ‘esto’ neutro) y en los sustantivos colectivos (ej. ’o ssale ‘la sal’), el truncamiento vocativo (ej. Gennà por ‘Gennaro’), y el uso de sufijos como illo/ella (De Blasi/Imperatore 2000); la anteposición de stesso, la posposición de assai, y la construcción transitiva de verbos intransitivos (ej. a me mi piace por ‘me gusta’) (De Blasi/Imperatore 2000; Ledgeway 2009); la preferencia por el pretérito perfecto simple sobre el pretérito perfecto compuesto, la pérdida del subjuntivo presente (ej. primma che se ne va por ‘antes de que se vaya’), y perífrasis para el futuro (ej. aggia parlà por ‘hablaré’) (De Blasi/Imperatore 2000). Estos rasgos, junto con la conservación de arcaísmos latinos (ej. de Roma por ‘de Roma’), evidencian la riqueza y la autonomía del napolitano como sistema lingüístico, a pesar de su naturaleza dialectal. Su dignidad no se mide, además, solo en términos de isoglosas, sino en su capacidad de elaboración, que lo califica como un Ausbausprache, una "lengua por elaboración" según la conocida teoría de Heinz Kloss. A diferencia de un dialecto sin una tradición escrita, el napolitano se ha codificado a través de una rica e ininterrumpida producción literaria, desde los primeros textos vernáculos hasta la maestría del siglo XVII de Giovan Battista Basile con Lo cunto de li cunti, la primera colección de cuentos de hadas de Europa , una obra que atestigua una dignidad literaria mucho antes que el italiano estándar. Este profundo arraigo literario eleva al napolitano más allá de una simple variante local, confiriéndole un prestigio cultural autónomo, a pesar de su rol dialectal.
La historia del término y el contexto sociocultural
El término “dialecto” surge en Italia en el siglo XVI durante la “cuestión de la lengua”, cuando se debatía la norma lingüística nacional. La propuesta de Pietro Bembo de adoptar el florentino del siglo XIV como modelo literario marcó el inicio de la distinción entre lengua estándar y variedades locales. A finales del siglo XVI, autores como Liburnio, Salviati y Varchi comenzaron a usar “dialetto” para referirse a las variedades lingüísticas regionales, evocando los dialectos de la antigua Grecia (ático, jónico, etc.). Es crucial destacar que la Escuela Napolitana, si bien no propuso el napolitano como lengua nacional, contribuyó de manera determinante al debate. Figuras como Giacomo Sannazaro, quien en su obra maestra Arcadia mezcla sabiamente el florentino y el napolitano, o Benedetto Di Falco, que en el siglo XVI defendió con ahínco la dignidad literaria del napolitano, demuestran una conciencia crítica y un orgullo lingüístico con raíces antiguas. El napolitano, por tanto, nunca ha sido un simple sermo humilis, sino un vehículo de alta expresión poética e intelectual. Solo en el siglo XVIII, con Anton Maria Salvini, el término adquiere su significado moderno de variedad lingüística subordinada a la lengua estándar (Marcato 2002). Tras la Unificación de Italia, el italiano estándar se difundió gracias a la escolarización, los medios de comunicación y la urbanización, relegando los dialectos a contextos informales y locales (Grassi/Sobrero/Telmon 2003).
Contrariamente a las predicciones de declive de los dialectos en una era de globalización, el napolitano mantiene una sorprendente vitalidad. De Blasi (2012) subraya que la mayoría de los hablantes napolitanos utiliza el dialecto en la comunicación diaria, frente a una minoría que usa exclusivamente el italiano. Esta persistencia no debe entenderse como un “resurgimiento” dialectal, sino como una continuidad histórica, particularmente evidente en el uso artísticoliterario y en la cultura popular napolitana. Sin embargo, el napolitano ocupa un espacio limitado en contextos formales, comunicativos y laborales, y su conocimiento exclusivo no permite afrontar situaciones comunicativas en toda Italia, reforzando su naturaleza dialectal respecto al italiano estándar. Esta persistencia es clave para comprender el rol actual del napolitano: no compite con el italiano, sino que convive en una relación de diglosia, es decir, la coexistencia de dos códigos lingüísticos con funciones sociales distintas. El italiano domina los contextos formales e institucionales, mientras que el napolitano se mantiene vital en los informales, familiares y, de forma significativa, en los artísticos y de identidad. El uso contemporáneo del napolitano en la música rap, el cine, el teatro y la literatura no es una simple moda, sino un poderoso acto de reapropiación y de afirmación de la identidad, que demuestra cómo este sistema lingüístico sigue siendo el corazón palpitante de una cultura milenaria.
Los prejuicios sociolingüísticos, a menudo derivados de la visión angloamericana de “dialecto” como una variante “menor” o “corrupta”, no encuentran respaldo en la realidad del napolitano, que es un sistema lingüístico completo y arraigado en una rica y antigua tradición cultural. Su vitalidad es atestiguada por su presencia en ámbitos como la música, el teatro y la poesía, que lo convierten en un elemento central de la identidad campana.
El napolitano, aunque es un sistema lingüístico autónomo y completo, está correctamente clasificado como dialecto debido a su delimitación geográfica, la limitada inteligibilidad suprarregional y la falta de estandarización oficial. La confusión sobre su estatus de “lengua” deriva de interpretaciones erróneas de las clasificaciones de la UNESCO y de la difusión mediática de información imprecisa. Lejos de ser una variedad “subalterna” o “degradada”, el napolitano representa un patrimonio lingüístico y cultural vivo, que continúa prosperando en la Campania contemporánea. Su riqueza reside en la capacidad de expresar la identidad local, manteniendo una continuidad histórica que desafía los prejuicios sociolingüísticos y las presiones de la homologación global.
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Vera Gheno è una scrittrice, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, traduttrice e conduttrice radiofonica.
Bilingue, è nata a Gyöngyös, Ungheria, il 5 ottobre 1975 da padre italiano e madre ungherese. Laureata in sociolinguistica, ha un dottorato di ricerca in Linguistica e Linguistica italiana. Ha insegnato all’Università per Stranieri di Siena e alla LUMSA di Roma. È ricercatrice a contratto all’Università di Firenze dove tiene il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione.
Ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca nella redazione della consulenza linguistica e gestendo l’account Twitter dell’istituzione.
È autrice di numerosi saggi, traduzioni e articoli scientifici e divulgativi.
Si occupa prevalentemente di comunicazione digitale, tiene corsi e interventi per rafforzare le competenze linguistiche per contrastare la disparità di genere e l’hate speech.
Collabora con varie riviste dove scrive soprattutto di sessismo e inclusività nella lingua italiana.
Si è occupata e ha teorizzato, l’uso dello schwa (-ǝ) come forma linguistica che non esclude e discrimina nessuna soggettività.
Traduce libri dall’ungherese all’italiano.
Dal 2016 al 2022 ha scritto dieci libri. La sua ultima opera è Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole in cui indaga i meccanismi della nostra lingua per ricordarci la responsabilità dell’utilizzo delle parole, territorio dalle infinite possibilità.Vera Gheno porta avanti, tra tante opposizioni, critiche, presunti puristi che organizzano petizioni contro l’evoluzione del linguaggio, la sua incessante ricerca che, partendo dall’uso delle parole, coinvolge il sociale, il quotidiano, la realtà e la narrazione di cose e eventi.Per i suoi autorevoli contributi viene spesso invitata a intervenire in convegni, incontri, Tedx, lectio magistralis e talk vari.Dotata di notevole capacità comunicativa e tanta ironia, esplicita i suoi contenuti in maniera estremamente chiara e facilmente fruibile.La sua militanza femminista parte e non può prescindere dalla lingua e dall’uso che se ne fa.
Ouvimos pessoas dizerem isso com muita frequência e também é muito comum apontarmos "erros" na fala ou na escrita com as quais nos deparamos.
Perceber a diferença entre a forma esperada e aquela "errada" já diz muito sobre nossa posição de privilégio. Digo "nossa" considerando um grupo de pessoas com níveis médios (pelo menos) de escolaridade. Se percebemos que alguém "fala errado" é porque tivemos acesso às formas "corretas" ensinadas na escola.
Precisamos lembrar que esses "erros" dizem respeito aos desvios das normas descritas pela Gramática Normativa, que é esse conjunto de regras da língua que vemos nos livros. Porém, é importante ter em mente que a língua vai muito além das regras apontadas por estes manuais. A língua é viva e todo falante nativo conhece sua língua materna.
O conhecimento da norma padrão da Língua Portuguesa somente pode ser adquirido (sempre parcialmente) por meio do ensino formal, que ainda mantém seus métodos tendo a gramática tradicional como centro do seu projeto.
Embora atualmente as Diretrizes Nacionais e Planos de Educação tenham considerado o que apontam os estudos linguísticos, nossa realidade permanece muito distante do que a Línguística propõe para o ensino da Língua Portuguesa. Apesar dos esforços, são mantidos os métodos e conteúdos voltados para a nomenclatura dos fenômenos da língua, cujos resultados estão longe de atingir os objetivos do ensino da língua nas escolas.
O que chamamos de "erro", portanto, denuncia a negação do direito de todos terem acesso à educação. Contudo, desde que tenhamos tido acesso a esse bem social, devemos dele fazer uso, ter um certo carinho pela língua e usá-la com atenção em contextos formais que nos exigem pôr em prática o que dela sabemos.
Do mesmo modo que a língua é uma ferramenta fundamental de dominação e exploração, é por meio da sua democratização que estas relações de poder podem ser reconfiguradas. Além disso, quando distinguimos o certo do errado na língua, sob estes parâmetros, estamos dividindo também a sociedade, a partir de critérios sociais e reproduzindo preconceitos e opressões sobre grande parte da população brasileira.
DIGLOSIA Situación social en la que una comunidad de habla utiliza dos variedades de una lengua o dos lenguas distintas en ámbitos y para funciones sociales diferentes. ALTERNANCIA DE CÓDIGOS Empleo de dos (o más) lenguas o dialectos en un discurso. RASGOS DE LA DIGLOSIA Función, prestigio, herencia literaria, adquisición, estandarización, estabilidad, gramática, diccionarios, fonología. PRESTIGIO Es el nivel de respeto de las formas propias de dicha variedad por parte de sus hablantes y los hablantes de variedades mutuamente comprensibles. FUNCIÓN La variedad alta de una lengua se usa en situaciones educativas o gubernamentales, la variedad baja es un canal de comunicación en contextos informales. HERENCIA LITERARIA Se usa la variedad alta para las principales obras literarias, y la variedad baja sólo aparece en literatura menor. ADQUISICIÓN La variedad baja es la lengua materna y sufre procesos de evolución y variación naturales, mientras que la variedad alta se aprende mediante la enseñanza formal y permanece invariable. ESTANDARIZACIÓN La variedad alta dispone de diccionarios, gramáticas, tratados de pronunciación, que permiten su estudio formal, mientras que la variedad baja suele carecer de ellos. GRAMÁTICA La de la variedad a es más compleja y elaborada y puede tener categorías y flexiones que en la práctica pueden no existir en la variedad B. DICCIONARIOS Ambas variedades comparten el mismo vocabulario, pero hay variaciones en el significado y en el uso. FONOLOGÍA Los sistemas fonológicos de A y B pueden variar. En griego son muy parecidos, pero el del alemán de Suiza difiere mucho del alemán normativo. MENTALISMO Los hechos lingüísticos deben ser interpretados y comprendidos con referencia a fenómenos psíquicos. MECANISMO Según Bloomfield, la lingüística tiene dos posturas: el mentalismo y mecanismo, esta última sigue la corriente conductista. DESPLAZAMIENTO Es el proceso por el cual la mayoría de los usuarios individuales de una lengua A reemplazan su uso por otra lengua B. DOBLETES Palabras con un mismo origen etimológico, pero con distinta evolución fonética. LEALTAD LINGÜÍSTICA Es la actitud que tiene una persona cuando esta va a un lugar en el cual se usa un idioma diferente. Esta actitud debe ser a favor de su propia lengua y el mismo ser preferentemente usado por el hablante. LENGUAS EN CONTACTO Se dice que las lenguas están en contacto cuando existen dentro de una misma persona. INTERFERENCIA Organización de pautas, desvío de normas, reuso de un código que resulta de la introducción de elementos extraños en los dominios estructurados de una lengua. ESTANDARIZACIÓN Normas que definen el uso “correcto”. VITALIDAD La importancia de una variedad depende del número elevado o bajo de sus funciones simbólicas en diglosia. TEORÍA DEL AJUSTE Ajustar tu lengua a la de tu interlocutor. SOCIOLINGÜÍSTICA Disciplina que estudia la relación entre la lengua y la sociedad, es la sociología del lenguaje. La sociolingüística se divide en macro y micro, la primera se basa en sociedades enteras mientras que la segunda se basa en pequeñas comunidades. La sociedad es determinante. DIALECTO Sistema lingüístico considerado con relación al grupo de los varios derivados de un tronco común. IDIOLECTO Es la manera de hablar de un individuo en un cierto momento. Implica inteligibilidad mutua. CÓDIGO En sociolingüística es la lengua. DIALECTOLOGÍA Estudio de los dialectos. VARIACIÓN Es el conjunto de diferentes formas alternativas para expresar un mismo significado en el dominio de una lengua. VARIEDAD Distintas formas que adquiere una misma lengua de acuerdo al lugar en que vive el hablante, a su edad y a su grupo social donde también influye el nivel de educación. TIPOLOGÍA LINGÜÍSTICA Estudia y clasifica las lenguas teniendo en cuenta diferentes características. ISOGLOSA Zonas de divisiones dialectales, líneas imaginarias. ININTELIGIBILIDAD MUTUA Cuando no se entienden entre dialectos. SOCIOLECTOS Variedades sociales. DIGLOSIA Dos glosas, una sobre otra en la misma zona. Una variante estándar y otra especializada. DIASPORA La expansión del núcleo hacia afuera. COSMOVISIÓN Concepción global del universo. MONOGÉNESIS Una de las tres teorías que existen sobre el origen de los pidgins. En esta teoría se cree que tiene un origen común. BIOPROGRAMA Una de las tres teorías que existen sobre el origen de los pidgins. Esta teoría consiste en creer que en la criollización está involucrada la creación del lenguaje. POLIGÉNESIS Una de las tres teorías que existen sobre el origen de los pidgins. En esta teoría se dice que los pidgins se gestan muchas veces, cada que es necesaria para comunicarse. PERFILES SOCIOLINGÜÍSTICOS Es una descripción resumida de la situación lingüística, basado en una serie de índices y clasificaciones. SITUACIÓN LINGÜÍSTICA Configuración total del uso lingüístico en un lugar y época, incluyendo datos sobre cuantas, y que clase de lenguas se hablan en el área, por cuantas personas, bajo qué circunstancias y que actitudes y creencias sobre la lengua tienen los miembros de la comunidad. LENGUA MAYOR Lengua nativa de más de 25% de la población o más de un millón de personas. Lengua oficial del país. Lengua de medio de instrucción en escuelas. LENGUA MENOR La hablan menos del 25% de la población y más del 5% o más de 100 mil personas. Se usa como el grado de instrucción más allá de los primeros años de primaria. LENGUA DE STATUS ESPECIAL Se usa para propósitos religiosos, se usa para propósitos literarios, se enseña como materia en secundaria, se usa como L mayor, pero sólo en un rango de edad. LENGUA VERNÁCULA Lengua no estándar de una comunidad lingüística. LENGUA ESTÁNDAR Lengua vernácula que ha sido estandarizada. LENGUA CLÁSICA Lengua estándar que dejó de hablarse. PIDGIN Lengua hibrida que no es nativa de nadie y aparece en circunstancias especiales. CRIOLLO Pidgin que se ha convertido en la lengua nativa de una comunidad. LENGUA DE GRUPO Comunicarse dentro de una comunidad particular. LENGUA OFICIAL Se usa para propósitos oficiales, puede o no estar legislado su uso, se usa para fines gubernamentales, en la educación o el ejército. LENGUA FRANCA Para comunicarse entre personas con diferentes lenguas nativas. LENGUA PARA LA EDUCACIÓN Se usa en la educación después de los primeros años de primaria.